Cesare Musatti.
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Questa notte ho fatto un sogno.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice.
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L'immagine che funge da introduzione.
Questa notte ho fatto un sogno
L'Angelo azzurro.
Psicoanalisi e assegno bancario.
A Sua Santit Giovanni Paolo Secondo.
Con Sergio Solmi, da Milano a Verona.
Slvate Geminian!
Reduci di guerra.
A ciascuno la sua morte
Quella volta che mi innamorai di mia nonna.
Vaghe stelle dell'Orsa.
Le tavole erotiche di Renato Guttuso.
Il diverticolo.
"Trovarsi" a tavola dopo teatro.
Brinzio.
Sonno Rem e Sonno S.
La vittima e il persecutore.
Concertista senza ascolto.
Umberto Morra di Lavriano ed una missione diplomatica fallita.
La casetta del bambino dei conti Rostov.
La paura della libert.
Colori e luci di una notte di insonnia.
Psicologo e magistrato.
De oratore ovverosia -  Le monachelle del vescovo di Ivrea.
Subito, perch non avvenga domani.
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FINE INdice.
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L'immagine che funge da introduzione.
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Nell'ideare la composizione posta in copertina di questo libro, Giangiacomo Spadari ha forse alterato alquanto i tempi, come ad un artista  indubbiamente concesso. Giacch i ritagli della Berliner Zeitung am Mittag, nella parte bassa della figura, sono del 19 gennaio 1919, mentre la figura di Marlene Dietrich, che appare al centro,  tratta dal film L'Angelo azzurro che  del 1931 (pur se la vicenda narrata dal film potrebbe anche essere retrodatata).
Tuttavia, bench Spadari abbia composto l'opera di sua iniziativa,  come se avesse lavorato su mia commissione. Infatti i dodici anni di intervallo comprendono un periodo della mia vita ben definito. E per questo, al solo vedere il disegno, l'ho subito, col consenso di Spadari, scelto per il libro.
Alla fine della guerra '15-'18, nei primi giorni di novembre, mi trovavo, col mio reggimento di artiglieria da campagna nelle retrovie dello schieramento italiano sul Piave. Annunciato, prima che il mio reggimento entrasse in azione, l'armistizio, noi, per via terra, abbiamo raggiunto la nostra Divisione di fanteria, la quale era costituita dai bersaglieri del V e XI reggimento, sbarcati a Trieste il 3 novembre.
Trieste era allora del tutto isolata verso l'Italia, perch i ponti sui fiumi veneti erano stati fatti saltare dagli austriaci in rotta, cos che noi abbiamo dovuto passare i corsi d'acqua o a guado o sui ponti di fortuna gettati dai genieri. La citt liberata continuava invece ad essere in comunicazione, viaria, ferroviaria e telegrafica, direttamente con tutti i paesi dell'Europa centrale, dove, abbattuti i due imperi, erano state fondate le varie Repubbliche.
A Trieste noi militari eravamo assolutamente disoccupati: salvo che per la partecipazione, un giorno s ed uno no in media, ai picchetti d'onore che seguivano i funerali degli ufficiali che continuamente morivano per l'imperversare della cosiddetta spagnola. Per i soldati i funerali erano semplificati, e non si facevano picchetti.
La spagnola la presi anch'io, ma guarii abbastanza presto.
Andai allora a visitare alcuni conoscenti; fra gli altri la famiglia Curiel, con cui ero lontanamente imparentato. Vidi allora per la prima volta il piccolo Eugenio, che era un bimbetto. Lo ritrovai vari anni dopo, prima a Firenze, e poi a Padova, studente universitario e quindi assistente e professore, fino al 1938, quando entrambi fummo allontanati dall'universit io salvandomi alla meglio, egli, attraverso la fondazione del Fronte della giovent, avviandosi verso il suo tragico destino.
Frequentavo alla sera la redazione del giornale socialista locale, Il lavoratore diretto da Passigli, un toscano trasferitosi a Trieste. Il giornale aveva continuato ad uscire durante tutta la guerra, malgrado la vicinanza del fronte, solo subendo spesso numerosi tagli imposti dalla censura austriaca.
Frequentavo quella redazione, perch l giungevano continuamente, da tutte le regioni degli ex Imperi centrali, giornalisti e uomini politici di sinistra, i quali recavano le notizie delle nuove repubbliche, che, sui brandelli dei vecchi Stati, venivano fondate ad opera o con la collaborazione delle varie correnti della classe operaia: dai socialdemocratici della repubblica di Weimar, ai socialisti di Vienna, agli spartachisti che agivano a Monaco e a Berlino, a Bela Kuhn che conquist il potere a Budapest.
Era un terremoto politico di grande interesse. Ed io scrivevo le mie impressioni sopra tutto nelle mie lettere ad una cara amica che abitava a Verona.
In quanto ufficiale del Regio esercito italiano, mi sbilanciai forse troppo nei miei giudizi politici, tanto che la censura militare ad un certo momento ferm le mie lettere. Fui chiamato a rapporto dal mio colonnello, che mi fece una ramanzina e mi risped su due piedi all'interno del paese, proprio nei giorni in cui si iniziava la repressione del movimento spartachista in Germania.
Perdetti cos i contatti con i movimenti rivoluzionari dell'Europa centrale; per cui solo dai giornali (da ritagli come quelli riprodotti qui da Spadari) seppi della fine di Liebknecht e di Rosa Luxemburg.
Intanto ripresi gli studi a Padova, mi laureai, divenni prima assistente e poi professore; e fui tra i vincitori del concorso per la cattedra di psicologia nella Facolt medica di Roma, pur non essendo io medico. Questo accadeva mentre uscivano i primi film sonori nel '31. Credo proprio che il primo sonoro da me veduto fosse l'Angelo azzurro.
Ecco dunque riassunta nella composizione di Spadari la mia giovinezza.
Giovinezza lontana, se penso a tutte le vicende per le quali sono in seguito passato. Ma non tanto poi, perch in definitiva, malgrado le apparenze, gli uomini e il mondo rimangono eguali. Ed io che non mi sentirei in grado di scrivere una autobiografia, la quale richiederebbe un filo conduttore cronologico continuo (e che per giunta risulterebbe una cosa noiosa), rivivo invece a tratti - proprio come se fossero attuali - singoli episodi, o scene, o situazioni, che mi piace ricordare a me stesso come vedendomi dal di fuori. Mi illudo che possano destare qualche interesse pure ad altri. Cos - come ho gi fatto in precedenti occasioni - ho composto questo libro.

Premetto ai miei ricordi di cose per lo pi avvenute la narrazione di un sogno immaginario. In esso descrivo - assumendo me stesso come esempio - la condizione di quanti, avendo acquistato una qualche (anche se superficiale e transitoria) notoriet, divengono oggetto di continue richieste di prestazioni le pi varie: insomma la condizione dell'uomo pubblico, il quale sotto certi aspetti - come qui appunto appare - pu essere paragonato a chi mercifica la propria persona per altri servizi.



Questa notte ho fatto un sogno

Mi pareva di essere in una strada di periferia, forse via Ripamonti, l dove finiscono le case e incomincia la campagna.
Ero solo, accanto ad un fuocherello che ardeva sul bordo della strada. Pi in l, ad un centinaio di metri c'era un altro fuoco, e li presso si intravvedeva una persona, che si muoveva davanti alle fiamme, proiettando sulla strada lunghe ombre scure.
Stranamente avevo addosso leggeri abiti femminili, che contrastavano con la stagione. Ma non sentivo freddo. Piuttosto ero imbarazzato perch non sapevo bene se fossi un uomo, oppure una donna, o invece un travestito. Il dubbio mi rimase, ma finii col non farci pi caso.
C'era poco traffico sulla strada, ed io non sapevo esattamente quale ruolo mi spettasse. Non lo sapevo durante il sogno; perch ora da sveglio mi rendo conto che la scena in qualche modo si ispirava al film di Fellini, Le notti di Cabiria. Certo; si trattava di una situazione come quella. Tuttavia nel sogno non me ne meravigliavo per nulla, e trovavo la cosa naturale.
Pass un camion, rallent e si ferm davanti a me.
- Ol, bionda! - disse il camionista. - Monta su, che facciamo quattro chiacchiere - Con una agilit, che di solito non mi ritrovo, salii e sedetti accanto al camionista.
Aveva la faccia di un giornalista che so di aver veduto ancora. Ma esattamente non riuscii a stabilire chi propriamente fosse. Lui invece mi conosceva benissimo, e mi interpell direttamente: - Debbo fare un pezzo sulla diffusione della droga fra i giovani. E vorrei, s, farti un'intervista.
- Ma, sai, - gli risposi, - non ho molta esperienza sulla droga. Perch i drogati non vengono dagli psicoanalisti; e i rari che capitano, spediti dai parenti, quando sentono che l'analista, prescindendo dalla droga, comincia ad occuparsi dei loro problemi personali, per lo pi ti piantano e se ne vanno per i fatti loro. D'altra parte un analista mica pu proibire ad uno di fare ci che vuole.
- Non sei molto ricco di informazioni, e sei anche poco incoraggiante. Comunque a me, per il pezzo, pu anche bastare. Scendi, scendi pure.
Cos mi ritrovai davanti al mio fuocherello.
Venne un altro Tir, e si ferm anch'esso.
- Giusto tu! Ho scritto un saggio su Lacan. Me la faresti una breve prefazione? Oh, poca roba; mi bastano due paginette.
Questo lo conosco anche meglio dell'altro. E gli risposi: - Tu lo sai; in genere, come vuole il mestiere, faccio tutto ci che mi si chiede. Per certe cose... certe cose... insomma io le riservo soltanto al mio amore. I doveri professionali sono giusti, ma ognuno ha la propria dignit da salvaguardare.
- Per questo piacere me lo potevi pur fare. - Feci segno di no con un sorriso sornione.
Ingran la marcia e se ne and, borbottando qualche cosa fra i denti. Mi parve dicesse: "Troia!"
Non gli risposi. Perch intanto vennero altri. Uno in macchina (non ho visto la marca, ma era una bella automobile di lusso, direi). Anch'egli, spento il motore, mi fece salire per parlar meglio.
- Io ti faccio una proposta mia. Tu, col mestiere cos, perdi il tuo tempo. Lascialo per una stagione: diciamo per sei mesi, fin che viene il caldo. E intanto mi scrivi un saggio sul sogno.
- Ma  un argomento sfruttato, sfruttatissimo!
- S, ma io vorrei una cosa tua, fatta bene, scritta bene, e sopra tutto leggibile per qualunque categoria di pubblico.
- Sul sogno ho gi pubblicato molte cose. Non farei che ripetermi.
- E che te ne frega! Le ripetizioni, le ripetizioni pure in amore hanno un loro fascino. E poi, sai che ti dico? Quando anche ripeti, non ti viene mai alla stessa maniera. Non bisogna aver paura delle ripetizioni.
- E quante pagine dovrebbero essere?
- Vedi tu: direi dalle cento e cinquanta alle duecento pagine. Si tratta di una nuova collezione di Saggi.
- Per... lasciare il mestiere cos...
- Ora siamo d'inverno. D'estate ricominci.
- Bene, ci penser. - E saltai gi come una gazzella.
Ahim! Non ci mancavano ora che quelli della Rai-Tv!
Arriv il carrozzone. Scesero gli addetti alle luci, al suono, gli operatori, l'uomo del cic, il regista, l'aiuto regista, la segretaria di produzione e tanta altra gente.
Il buio si tramut ad un tratto in una zona fortemente illuminata da tutte le parti. Il mio fuocherello scomparve dinnanzi a quelle luci intense.
Cominciarono col farmi fotografie, davanti, di dietro, di fianco, col sorriso della festa, e colla faccia seria delle grandi occasioni, solo e in animata finta conversazione coll'uomo del cic, seduto su una poltrona che era stata portata gi dal camion, e poi in piedi, corrucciato, come una statua dei nostri grandi uomini del Risorgimento.
Il regista stava intanto consultando i suoi appunti per farmi le domande. C'era da risolvere il problema se l'interrogante doveva restare fuori campo, oppure venire vicino a me e farsi riprendere lui pure, per dire due parole di presentazione. Si opt per il fuori campo, e quando alla fine si incominci, il regista in persona - dopo "Intervista Musatti uno, cic!" - con voce soave disse: - Professor Musatti, vorrebbe dirci che cosa  propriamente il complesso edipico?
La presi da lontano; tanto da lontano che il regista il quale disponeva di un minuto e 17 secondi esatti, non uno di pi - ad un certo punto mi interruppe, dicendomi: - Lei  stato come sempre chiarissimo, Professore, non mi resta che ringraziarla.
- Stop! Spegnere le luci; reimbarcare tutto il materiale!
E via per un'altra destinazione.
Il buio ritorn, e ci volle un po' di tempo perch gli occhi vi si riadattassero. Allora nella oscurit riconquistata, il mio fuocherello torn a brillare nella notte.
Chiss chi invent i fuochi sulle strade per indicare le tappe femminee al viaggiatore notturno!
Durante la grande luminaria della Tv, per le fotografie e la ripresa televisiva, forse le mie vesti si erano mutate nei miei abiti normali. Ma non ricordo bene. Un po' di gente si era intanto fermata, a piedi, in moto o in macchina; ma ora se ne andava alla spicciolata nell'una o nell'altra direzione della strada; mentre io tornai a sentirmi addosso gli abiti femminili.
Soltanto un ragazzetto, un giovanottello, si era fermato e mi si avvicin timidamente.
- Non si potrebbe..., non si potrebbe..., infilare uno di questi viottoli che vanno per i campi?
-  Ma che vuoi, ragazzo?
- Una cosina. Una cosina da poco. Ma qui sulla strada non  possibile.
La faccenda non mi garbava affatto; ma lui, poverino, faceva piet. - Va bene, - dissi, - ma se  una cosa breve ci sbrighiamo subito - e infilai un viottolo facendo alcuni passi. - Ecco, - disse lui, - si tratta di questo. Ho scritto alcune poesie, delle poesie ermetiche. Non si capisce assolutamente nulla; eppure sono belle, bellissime, le garantisco. Se lei volesse presentarle ad un editore con una sua prefazione...
- No, tesoro, no. Tutto, ma una prefazione non te la posso fare.
- Perch mi ritiene troppo giovane Ho diciassette anni, e l'anno venturo sar maggiorenne.
- Con i minorenni non mi ci metto, capisci. Magari poi mi accusano di corruzione o di plagio. - Cos lo congedai.
Si faceva tardi e i passaggi di macchine erano sempre pi rari. Mi son diretto allora all'altro fuoco, accanto al quale stava una collega.
- Ciao, come ti  andata?
- Male. Come vuoi che andasse?  arrivata anche la Tv con le sue luci. Tutti si sono fermati l da te, ed io sono rimasta sola.
- Mi dispiace. E ora che fai?
- Aspetto il mio protettore, che passa a prendermi con la macchina. Andr fuori dei gangheri, perch affari se ne sono fatti pochini. Ma tu, il protettore ce l'hai?
- Io? Certo: ho la tessera del Psi; perci il mio protettore  Bettino.

Questo lo ho detto in sogno. Poi mi sono svegliato. Chiedo scusa al compagno Craxi per l'ultima frase. Ma  risaputo che dei nostri sogni, sul piano della coscienza, non siamo responsabili.



L'Angelo azzurro

Si present all'anziano Professore, camminando a piccoli passi, ed abbassando ogni tanto la testa, in segno di rispetto. Aveva chiesto telefonicamente un appuntamento, ed ora eccola, compta e un poco intimidita.
Il Professore la fece sedere, cercando di metterla a suo agio. Era una giovane minuta, e con un certo aspetto da suorina. Pi tardi raccont che era stata a scuola dalle suore, cos che le era rimasta questa lieve traccia.
Per, dopo aver preso confidenza si dimostr presto spigliata e spiritosa, e sopra tutto dotata di una certa cultura ed aggiornata nei confronti del pensiero moderno, molto al di l di quanto ci si potesse a prima vista aspettare.
Aveva preso l'appuntamento perch avrebbe voluto intraprendere un trattamento psicoanalitico. Il Professore le disse subito che, data la propria et, non assumeva pi nuovi pazienti; avrebbe invece potuto indirizzarla a qualche giovane collega capace.
- No, - ribatt, - io lei la conosco, perch l'ho vista e sentita parlare. L'analisi la faccio con lei o con nessuno.
Il Professore tergivers. Ma volle informarsi intanto dei disturbi, o delle difficolt, che la avevano condotta da lui.
Cominci coll'accennare a piccole cose di scarso rilievo, tenendo per ultima la questione che l'angosciava di pi.
Alcuni suoi ascendenti erano morti di cirrosi epatica, per il vizio del bere. Ed ora lei stessa era terrorizzata all'idea di questo male, perch non riusciva a liberarsi dal bisogno dell'alcol. No, per il momento la funzionalit epatica era normale. Ma si rendeva conto che, continuando cos, correva seri rischi.
- E quali bevande prende?
- Di tutto. Vino (troppo) ai pasti, ed anche fuori pasto; e poi liquori di ogni specie. Tutto quello che capita.
Una beona, ma graziosa e gentile, e tanto spaventata. Il Professore le fece presente che la cosa non era tanto facile, perch dietro il bisogno di bere c'erano sicuramente altre complicazioni. E inoltre l'abitudine ormai acquisita aveva creato una assuefazione ed una sensibilizzazione dell'organismo, che rappresentavano un grosso ostacolo alla terapia. Ma non seppe dirle di no.
E cos l'analisi cominci. Da principio al solito modo. Qualche sogno e qualche cauta interpretazione.
Arrivava. Prima di stendersi sul lettino, estraeva da una ampia borsa una quantit di piccoli oggetti che disponeva per terra sul tappeto. Come fanno i bambini quando giocano alla bottega. Era un modo simbolico per affermare che era totalmente disponibile all'analisi, mascherando in questa maniera le sue inevitabili resistenze. Erano tutte cose personali, ma sopra tutto pacchettini di caramelle e pastiglie di menta, che ogni tanto si metteva in bocca, perch non si avvertisse - come confess - il sentore di vino dal suo fiato. Prima di salire per la seduta, si fermava infatti ad un bar di sotto, dove ordinava un prosecchino, per darsi coraggio.
Un giorno dalla borsa trasse un oggetto, e disse al Professore: - Questo  un regalo per lei.
- No, niente regali, - fece il Professore. -  contro le regole.
- Ma  una cosa da niente.
- Fa lo stesso, i regali sono proibiti.
- Ma guardi almeno!
Era una cosa contraria alle regole. Ma l'oggetto aveva indubbiamente un significato; ed era giusto analizzarlo.
Cos si giunse ad un compromesso: il regalo sarebbe stato esaminato e interpretato. Ma poi la paziente se lo sarebbe portato via con s.
Poich nei giorni successivi la paziente tendeva a ripetere il rito del regalo, si fiss un limite: non pi di un regalo alla settimana.
Ad esempio la paziente port un giorno una piccola scatola cinese: una scatola dentro un'altra, e poi un'altra dentro ancora, eccetera.
E il Professore pot dirle: -  un po' impertinente il pensiero racchiuso nell'oggetto.  come se lei mi dicesse che non appena troviamo una spiegazione per un elemento della sua persona, si apre il problema di qualche cosa di pi interno, e cos avanti: come con le scatole cinesi appunto. Lei vuol esprimere che l'essenza della sua persona  inaccessibile. Ma dove le trova queste cose?
- Ah cos. Vado in giro, e quando vedo un oggetto non troppo costoso che mi interessa, lo prendo.
- S, sono proprio come i sogni - comment il Professore, fiero di aver trovato un nuovo strumento di analisi.
Un'altra volta, l'oggetto fu una vacca di vetro soffiato, che portava al proprio interno un vitellino. La interpretazione apr la porta alla discussione su un grosso problema che angosciava la paziente.
Avrebbe voluto restare incinta ed avere un figlio. E poich aveva circa quarant'anni il problema si poneva con una certa premura. Ma agiva qualche cosa che la paziente volle tenere per s, senza rivelarla neppure al Professore. Desiderava un figlio ma, pur non essendo sensibile ai divieti sessuali, si rifiutava di mettersi nelle condizioni di generarlo. Il vitellino nella pancia della mucca, portato al Professore, significava che avrebbe desiderato avere il figlio da lui. Simbolicamente, si intende, e in forza della situazione trasferenziale: il Professore ultraottantenne, come simbolo del proprio padre.
Doveva essere cos, perch la volta successiva arriv con un brano latino, che aveva appreso dalle suore molti anni prima e che ancora ricordava press'a poco, pur non avendo studiato le lingue classiche.
Era dovuto a sant'Agnese, e secondo quanto essa ricordava (con qualche alterazione rispetto all'esatto testo originale) diceva cos, come qui vien riprodotto:

Exultate mecum et gratulamini mihi
Quia nveni amatorem.
Et nullum, praeter eum, admittam:
Quem cum amavero casta sum,
Cum tetigero munda sum,
Cum accepero virgo sum.

Certo sant'Agnese non poteva esprimere in modo pi sensuale, e tuttavia castigato, il suo sentimento per il Signore.
Ma portate all'analista queste frasi sono l'espressione della situazione transferenziale, anch'essa sublimata.
Il padre che non ha et, il Padre Celeste, il padre vero (morto da qualche anno) e l'anziano analista. Tutti condensati in quello da cui essa vorrebbe il bambino, restando (come la Madonna) pura e incontaminata.
Un'altra volta port una boccia di vetro, con dentro una piccola nave a vela, ed un pulviscolo di briciole bianche, le quali, quando la boccia veniva agitata, si spargevano per l'acqua e calavano poi come fiocchi di neve depositandosi sul veliero.
Ma la nave  un simbolo femminile, e questo pulviscolo bianco che scende e l rimane  una indiretta rappresentazione della fecondazione.
S, i simboli erotici si facevano sempre pi manifesti. Ma questo bisogno dell'alcol, che era il vero motivo per cui la paziente era venuta in analisi?
A mano a mano che la situazione transferenziale s faceva pi accentuata ed evidente, qualche cosa si era mosso anche nell'ambito del problema del bere.
Per amore di questo padre riacquistato, comincia a fare tentativi di astinenza. Effettua (come ha imparato dalle suore) dei fioretti.
- Da oggi e per quindici giorni, non berr una goccia d'alcol. Per far piacere a lei.
Al Professore, che sull'argomento non aveva mai detto nulla.
Il barista che sta di sotto, e al quale essa si presenta come sempre, le domanda, con la bottiglia gi in mano, pronto a versare: - Il solito prosecchino?
- No, - fa lei tutta seria, - un caff.
Non  molto, ma  un inizio per affrontare il problema pi angoscioso.
Il Professore diventa proprio il padre. Al tempo in cui il padre vero era moribondo, essa disperata era andata dalle suore, non da quelle della sua scuola, ma da altre (di clausura) che abitano in un conventino nelle vicinanze della sua casa. Con loro ha rapporti - attraverso la grata, si intende - per via di certi ricami a cui le suore lavorano. Si era rivolta a queste suore, angosciata, perch pregassero per il padre in punto di morte. E le suore si erano affrettate ad accontentarla: si erano riunite in Chiesa, e avevano pregato tutte insieme.
Ora ha avuto ancora occasione di recarsi da quelle suore, e alla Superiora ha confidato che andava da un vecchio Professore, per guarire da certi suoi disturbi. Era, questo Professore, una gran brava persona, dotata di ogni virt, ma ahim non era credente. - Potete fare qualche cosa per lui? - - Certo, chiamo subito le consorelle: e pregheremo insieme per la salvezza dell'anima sua. - Tutto questo poi al Professore lei lo raccontava. Ed egli comment: - Mi ha proprio identificato con suo padre. Le stesse preghiere che una volta erano per lui, ora sono per me.
Intanto i fioretti si intensificavano, ed assumevano anch'essi il carattere di omaggi fatti al padre.
Il Professore non era insensibile a queste cose. Alla mentalit professionale (portar fuori questa ragazza dal gorgo dell'alcolismo) si aggiungeva il senso che la paziente fosse stata privata di una soddisfazione orale nella prima infanzia e che a questo bisogno orale essa fosse rimasta fissata. Anche tutte queste caramelle, pastiglie e confetti, che avrebbero dovuto coprire l'alito dell'alcol, erano in realt altre soddisfazioni orali di cui la paziente andava in cerca. E pure gli interessi culturali, di gran lunga superiori, come si  detto, agli studi effettuati presso le suore e ai modesti compiti del suo lavoro di ufficio, facevano parte di un bisogno di appropriazione, di cui il bere stesso era una delle espressioni.
Il Professore pensava a tutto questo; ed improvvisamente si rese conto che, quanto alle bevande alcoliche, qualche cosa si era modificato anche in lui stesso.
Era abituato a un certo vino. Ed ogni bottiglia gli bastava per tre pasti. Fuor di tavola non prendeva nulla. Salvo quando alla sera stava alzato fino alle ore piccole, a scrivere, o a leggere, o a battere a macchina. Allora amava tenersi accanto un bicchierino di liquore dolce, da cui centellinava, mentre stava lavorando.
Ma ora si accorse di un mutamento. Una bottiglia di vino non gli bastava pi per tre pasti, ma solo per due; e qualche volta doveva addirittura stappare una bottiglia nuova prima della fine del secondo pasto. Inoltre quei liquori della sera aumentarono in modo notevole.
"Vuoi vedere, - pens fra s e s, - che mentre quella riduce la quantit di alcol che ingerisce, vado progressivamente diventando un beone io stesso?"
Si mise a ridere. Poi pens che in fondo non sarebbe stato un brutto cambio: alla sua et che cosa gli poteva fare un bicchiere di vino in pi e qualche liquore? "E poi qualunque cosa mi succeda, non pu pi avere grande importanza! Ho passato l'et!"
"Ed allora sarebbe proprio una cosa buona, se questa giovane fosse liberata dal terrore della cirrosi epatica, ed, io divenissi un allegro vecchio bevitore!"
Era sera tardi, ed egli and a versarsi ancora, ed in misura abbondante, il liquore che preferiva, e poich faceva gi caldo, decise di fare due passi all'aperto.
Scese in istrada e s'incammin, strascicando i piedi forse un po' pi del solito. Intanto si mise a canticchiare lentamente: "La ra lall, la ra, la la, la ra lall...".
Un coinquilino che rincasava lo incroci: - Buona sera, Professore,  venuto a prendere il fresco?
- Eh s, fa caldo ormai.
- Ma lei stava canticchiando...
- Mi capita sovente, quando sono solo e sopra pensiero.
- Ma che cosa cantava?
- Oh, una cosa qualunque, non saprei.
- No, Professore. Lei una volta mi spieg che, quando distrattamente si canticchia qualche cosa, una ragione per la scelta del motivo c' sempre!
- Giusto, giusto! Per ora non ricordo neppure che cosa mi sia capitato di cantare.
- Glielo dico io. La canzone di Marlene Dietrich nell'Angelo azzurro, di von Sternberg.
- Gi, gi! Roba vecchia di cinquant'anni fa; appena introdotto il sonoro!
- Comunque Professore, vuole che le apra il portone?
- No, no. Faccio ancora due passi. Buona notte!
- Buona notte. E mi congratulo di vederla, sempre cos in gamba.
Il Professore continu la sua passeggiata, e riprese - abbassando un poco la voce - a canticchiare: "Ich bin von Kopf bis Fu - auf Liebe-eingestellt...".
Finch gli venne sonno, e rientr in casa.



[ct1]Psicoanalisi e assegno bancario

Il dottor Salomon Birnbaum  uno psicoanalista anziano, che da oltre trent'anni esercita a Roma. Partecipa alla Societ ufficiale della psicoanalisi freudiana e vi svolge quelle funzioni che vengono dette "didattiche". Ci significa che appartiene a quegli esperti, i quali presiedono alla formazione dei nuovi allievi.
Era giunto a Roma dall'estero, essendo originario dell'Europa centrale. Si ignorava anzi completamente la sua storia passata, su cui egli non amava soffermarsi. Ma era stato presentato come un freudiano ortodosso, con buona formazione, dal dottor Edoardo Weiss, che, anche se si trovava gi stabilito all'estero, era stato in Italia il fondatore del movimento psicoanalitico. Questa garanzia fece accogliere il dottor Birnbaum fra i colleghi, presso i quali acquist presto fama di ottimo terapeuta. Di lui si sapeva che non aveva figli. Quanto alla moglie essa si mantenne sempre nell'ombra.
Nel periodo trascorso a Roma, Birnbaum ebbe numerosi allievi, divenuti a loro volta analisti esercitanti.
Uno dei primi era stato il dottor Giacomo Coletti. Questi, all'inizio ancora giovane, era ricorso a Birnbaum per lievi disturbi e difficolt nella sfera sessuale, che con l'analisi scomparvero rapidamente. Essendo medico, e in pi specializzato in neuropsichiatria, il dottor Coletti giunse, durante l'analisi, al proposito di fare anch'egli l'analista. Si sottopose perci a tutte le procedure richieste, e fu alla fine accettato quale membro associato della Societ degli psicoanalisti. Intanto si era sposato ed aveva avuto alcuni figli. Avrebbe dovuto, proseguendo nella carriera, presentarsi ancora alla Societ, per salire a gradi pi alti in quella che si pu indicare come la gerarchia della Societ psicoanalitica; e intanto, da tempo, avrebbe dovuto essere promosso membro ordinario. Per questo occorreva per presentare un resoconto particolareggiato dei trattamenti gi effettuati. E qui il dottor Coletti si incagli. Inoltre a questo punto Coletti cominci ad avvertire, in determinate occasioni, acuti attacchi d'angoscia.
"Ma guarda che cosa mi succede! Sono ancora ammalato, - pens. - Sono inibito nello scrivere la relazione sui casi da me trattati, bench a forza di pensarci li sappia tutti a memoria; e sono preso di tanto in tanto da una angoscia che mi rende il lavoro e la vita stessa in famiglia - (che intanto era cresciuta) - qualche cosa di assai penoso e difficile." Cos si rivolse nuovamente a Birnbaum, che lo riprese in analisi. Questa seconda analisi si  protratta per parecchio tempo, mentre Coletti continuava a lavorare a sua volta con i propri pazienti.
Di questa nuova analisi a cui Coletti si  sottoposto, nessuno ha mai saputo nulla. Ha funzionato ovviamente non soltanto il segreto professionale, ma altres la discrezione fra colleghi: perch Coletti, pur essendo ora nuovamente in analisi da Birnbaum, professionalmente, ne , a tutti gli effetti, un collega.
Nel corso di questa seconda analisi, molto materiale, che nella precedente non era chiaramente emerso, venne alla luce. Fra l'altro il rifiuto, che in modo inconsapevole Coletti opponeva al compito, che al momento era urgente per lui, quello di stendere la relazione dei casi trattati - si dimostr essere la riproduzione testuale di fatti remoti.
Coletti disse un giorno a Birnbaum che - data la difficolt che incontrava - pensava di consegnare tutti gli appunti da lui raccolti durante la propria attivit professionale ad una collega diligente e coscienziosa: la quale, dietro un congruo compenso, avrebbe potuto stendergli la relazione scritta richiesta.
Ma Birnbaum, che per la precedente analisi conosceva particolari della vita di Coletti, gli disse subito: "Badi, collega: lei sta semplicemente ripetendo ci che ha sempre fatto. Come a suo tempo lei stesso mi disse, la sua tesi di laurea in medicina, e pure quella per la specialit, non le ha fatte lei; se le  fatte scrivere, a pagamento, da altri. Ed ancora nelle scuole secondarie - approfittando di appartenere ad una famiglia facoltosa - lei si  sempre fatto fare a pagamento i compiti dai compagni pi poveri e pi bravi. Funziona dunque tuttora una coazione a ripetere. No, questa volta deve essere proprio lei a esporsi senza pasticci e senza adulterazioni. Si metta a scrivere. Finch non avr finito, le sue angosce, che sono l'espressione dei suoi sentimenti di colpa vecchi e nuovi, lei se le dovr tenere".
Malgrado queste difficolt, Coletti ha una buona clientela a Roma dove risiede; e alcuni pazienti arrivano anche da fuori.
Fra gli altri viene da lui, tre volte alla settimana, da Perugia, una signora, anch'essa dottoressa, Ilse Scheinberg, la quale si occupa di psicoterapia di adolescenti, facendo analisi di gruppo. La dottoressa Scheinberg, di nazionalit svizzera, aveva sposato un italiano, da cui aveva avuto due figli. Si era per in seguito separata, e conduceva una vita piuttosto movimentata, dividendo il suo tempo fra Perugia e Roma. Aveva avuto una formazione psicoanalitica secondo l'indirizzo junghiano. Ma attualmente, sopra tutto nella cura degli adolescenti (che portava avanti con la collaborazione di altri colleghi) seguiva una via in certo modo eclettica, a cui essa neppure dava nome di psicoanalisi, ma soltanto di psicoterapia.
 una donna colta, studiosa, con un suo particolare fascino: che la porta facilmente a intessere relazioni con varie persone di una certa levatura intellettuale. Seguono per spesso le delusioni. E gi due volte Ilse, abbandonata dal marito, dai figli, ed ora anche da un amico che credeva di essersi stabilmente conquistato, aveva tentato il suicidio.
Dopo uno di questi episodi si era rivolta al dottor Coletti: il quale le fu di grande aiuto, togliendola dallo stato di isolamento psicologico in cui si era ridotta, analizzando con lei il significato protestatario che avevano avuto i suoi tentativi di suicidio, e riportando ad episodi della sua infanzia gran parte dei fattori attivi in questi gesti. Questi altro non erano se non rivolte contro i genitori, i quali l'avevano privata, quando era bambina, di oggetti e situazioni da lei fortemente desiderati.
Ilse, rasserenata e rafforzata nella propria personalit, ha continuato il trattamento a cui la sottopone il dottor Coletti. E intanto, sia per i suoi bisogni economici che per interessi scientifici, esercita la propria attivit terapeutica: sopra tutto con gli adolescenti e le analisi di gruppo. Ma in pi segue anche qualche caso adulto.
Uno di questi pazienti adulti  a Roma il dottor Romolo Cabrini, noto giornalista, che per conto proprio, sul piano culturale, si era molto interessato a Carl Gustav Jung; egli appunto ha inteso sottoporsi con la dottoressa Scheinberg ad un trattamento di tipo junghiano.
Cabrini sa tutto su Jung, e sul piano scientifico pu stare alla pari con la stessa Ilse. Ma gli piace averla per analista, anche se qualche volta la seduta si trasforma in un dialogo di tipo salottiero.
D'altra parte oggigiorno poter dire "sono in analisi" conferisce presso gli amici un certo tono; e Cabrini, che frequenta gli ambienti in vista della capitale, non rinuncia a questo piacere esibizionistico, pur tacendo ovviamente per un residuo di discrezione - il nome della sua analista. Tutt'al pi, per creare un'atmosfera di mistero, afferma: " una donna".
Ma che cosa ha da analizzare Cabrini, che crepa di salute, ha una posizione invidiabile,  scapolo e non ha problemi familiari? Bene. Ciascuno qualche piccola magagna ce l'ha. non sar da meno neppure Cabrini, malgrado tutte le sue arie.
Cabrini ha conosciuto tempo fa Aldo Semerano, professore di sociologia alla Facolt di magistero di Roma, e si  legato con lui di amicizia.
Semerano, pur appartenendo ad un indirizzo sociologico assai lontano dalle idee della psicoanalisi, sotto qualsiasi forma essa si presenti, era dell'opinione, oggigiorno abbastanza diffusa, che comunque la psicoanalisi non possa ai tempi nostri essere ignorata. Magari per combatterla, certo; ma essendosene fatta una idea, almeno come metodo di indagine di contatto personale. Cos, avendogli Cabrini offerto una sera, dopo una lunga chiacchierata sull'argomento, di prenderlo come paziente, per un certo periodo di prova - diciamo un anno o due - Semerano non si sent di rifiutare.
Cabrini sul piano tecnico non era, a dir la verit, molto esperto. Tuttavia le teorie di Freud e di Jung le conosceva, e cominci ad analizzare, sistematicamente, per tre ore alla settimana, l'amico Semerano.
Questi era, per temperamento, un vero professore, uno cio che prendeva ogni cosa sul serio; quel che faceva, voleva condurlo fino in fondo. In tal modo pi per merito di Semerano che per quello di Cabrini (incapace di abbandonare la propria mentalit di giornalista), la sua analisi procedette abbastanza regolarmente. Semerano si trov bene, e pur restando nel dubbio fra le posizioni junghiane di Cabrini, e il pensiero di Freud, che gli pareva pi consono alla propria preparazione scientifica, si inoltr nei misteri della psicologia del profondo. E ne trasse senz'altro profitto, sia per il rafforzamento della propria personalit, sia per l'arricchimento della propria cultura, ma sopra tutto per la capacit di interpretare gli elementi della propria vita, in base ai moti che si svolgono nell'inconscio.
Semerano, fin dall'inizio, aveva pattuito con Cabrini che l'analisi sarebbe stata regolarmente pagata, e che il rapporto analitico sarebbe rimasto un rapporto segreto; nessuno avrebbe dovuto averne sospetto.
Che Semerano andasse via via avvicinandosi alle idee della psicoanalisi, non poteva per sfuggire al dottor Cesare Finzi, un giovane sotto la trentina, il quale, essendo assistente di un collega di Semerano, lavorava nello stesso Istituto, e che personalmente ardeva dal desiderio di poter egli stesso sottoporsi ad analisi, per divenire alla fine analista.
Aveva gi chiesto alla Societ psicoanalitica di essere accolto come allievo; ed aveva avuto a questo proposito diversi colloqui col dottor Birnbaum. Questi, a nome del Comitato del training della Societ, gli aveva spiegato che esisteva, in ispecie per i non laureati in medicina (Finzi era dottore in filosofia), il numero chiuso. Si mettesse dunque in fila ed aspettasse il suo turno. Fra tre, quattro, cinque anni, sarebbe arrivata la volta sua: un didatta lo avrebbe preso per allievo, consentendogli di fare tutta la trafila.
- Ma io ho letto le opere complete di Freud; so tutto sulla psicoanalisi, - ripeteva Finzi.
- Niente da fare, caro collega;  necessario che lei aspetti.
Fu cos che Finzi, non sentendosela di aspettare un numero imprecisato di anni, si rivolse proprio al professor Semerano, col quale era in una certa dimestichezza, chiedendogli di sottoporlo lui ad analisi.
Semerano rimase assai confuso; ma era stato ormai preso anch'egli dal dmone della psicoanalisi. E, dopo aver tergiversato alquanto, fin col dire di s. Solo era necessario rispettare tutte le regole. I rapporti personali dovevano essere interrotti. Si sarebbero veduti soltanto per le sedute, e le sedute avrebbero dovuto essere regolarmente pagate: in misura modesta, ma pagate. Perch questa  la regola della analisi. - D'altronde, - aggiunse Semerano, - lei non  assistente mio, ma assistente di un mio collega. E nulla impedisce che si istituisca fra noi questo nuovo diverso rapporto.
Cos fu combinato. Anche questa analisi avrebbe dovuto rimanere segreta. Ma Finzi (senza fare il nome del proprio analista) non rinunci a recarsi da Birnbaum per annunciargli che si era messo in analisi.
- Non  un analista didatta, e quindi ai fini della ammissione alla Societ questa analisi non conta. Per  pur sempre una analisi, ed essa si somma a quella preparazione puramente teorica che mi son fatta per conto mio; cos che le cose saranno facilitate quando finalmente diverr un vero allievo.
Finzi era simpatico a Birnbaum. La tenacia del suo proposito, le cognizioni teoriche che dimostrava di aver assimilate, e la capacit che, dopo aver intrapreso l'analisi con questo ignoto personaggio, Finzi veniva sempre pi dimostrando, di chiarire le proprie situazioni personali, cogliendo il nocciolo inconscio che ne stava a base, fecero una notevole impressione a Birnbaum. In cuor suo diceva: "Quando finalmente potremo averlo come allievo, questo giovanotto diverr rapidamente uno dei migliori analisti della nuova generazione".
Le cose andarono avanti per parecchio tempo. Finch accadde a Birnbaum una cosa strana. Con tutti, ma anche con se stesso, aveva sempre cercato di tener lontano il ricordo di un certo tempo della propria vita, in cui era stato coinvolto nella persecuzione della sua gente. Non voleva pensarci, e aveva cancellato ogni cosa dalla sua mente. Ma cancellare la realt non  possibile. Ed ora - a tanti anni di distanza - riaffioravano in lui, a brandelli, ricordi di quei tempi passati. E poi ricordi ancora pi antichi, di una infanzia felice. Felice proprio? O invece infelice anch'essa?
Birnbaum, dopo aver tenute chiuse e sbarrate le vie del passato, non riusciva pi ora a mantener ferme quelle barriere.
Si trov sconvolto; e si accorse con terrore che le angosce da cui attualmente era preso si ripercuotevano anche sulla sua attivit di lavoro.
Freud aveva scritto una volta che ciascun analista avrebbe dovuto, ogni tanti anni, sottoporsi ad un supplemento di analisi: per riattivare la conoscenza e la dimestichezza che ogni analista deve avere col proprio inconscio, e per analizzare quegli elementi i quali per motivi vari - transferali o d'altra specie - erano rimasti occultati durante l'analisi primitiva.
"Ma a chi posso rivolgermi? A chi? Non ai colleghi."
Era troppo umiliante dimettere di fronte a loro la maschera di impassibilit mantenuta per un cos lungo tempo. Ma questa stessa maschera aveva fatto s che, in tanti anni di soggiorno in Italia, egli non si fosse fatto alcun amico.
Fu allora che gli venne in mente: il giovane Finzi. "S,  giovane e inesperto, ma il mio intuito mi dice che mi pu capire."
Si mise a ridere, e rest per un po' pensieroso. Poi lo chiam al telefono: - Ho un piccolo lavoro da offrirle, se lei ha del tempo disponibile e accetta il compenso che le posso offrire.
Cos..., s, cos accadde che il dottor Salomon Birnbaum, analista didatta della Societ psicoanalitica, si sia messo in analisi presso il giovane dottor Cesare Finzi: che era in lista di attesa per divenire allievo della stessa Societ.
- Tutto deve rimanere naturalmente segreto.
- Certamente, tutto sar segreto.
E segreta sarebbe rimasta l'intera catena circolare. Se non fosse stato per un assegno bancario; e per il fiuto di quel ficcanaso che  il giornalista Cabrini.
Capit infatti a questi di venir pagato una volta con un assegno da parte del professor Semerano. Costui, sempre molto esatto nelle sue cose, aveva rilasciato a Cabrini, alla fine di una serie di quindici sedute un assegno per L. 300.000. Il prezzo pattuito per seduta era infatti di L. 20.000, e il pagamento avrebbe dovuto essere fatto dopo una serie fissa di quindici sedute: poco pi di un mese. L'assegno era del Banco di Santo Spirito di Roma. E Cabrini, prima di riporlo nel portafogli, sbirci sul rovescio alle girate. Ce n'erano parecchie, oltre a quella in coda di Semerano: alcuni nomi erano stranieri, altre firme apparivano incomprensibili. Quando Semerano se ne fu andato, Cabrini guard meglio e riusc in fine a decifrare tutti i nomi, ricostruendo dal sotto in su l'intera fila delle firme: Semerano, Finzi, Birnbaum, Coletti, Scheinberg. Volt allora l'assegno e sul diritto constat che portava la sua firma ed era stato emesso da lui a favore della signora Ilse Scheinberg. S, glielo aveva consegnato qualche settimana prima personalmente, per dodici sedute al prezzo di L. 25.000. Gi: 12 X 25.000; oppure 15 X 20.000. E quali altre combinazioni erano possibili? 30 X 10.000. No, troppo poco. 20 sedute a 15.000 lire? Possibile, possibile. Un prezzo di favore: forse per Finzi, che  ancora assistente soltanto, a Semerano. Oppure 10 X 30.000, prezzo equo per un professionista: Birnbaum a Finzi. 6 X 50.000, oppure 3 X 100.000, o ancora 2 X 150.000. No, prezzi da sciacalli. Non pu essere. Per lo meno fra le persone che costituiscono questa particolare catena.
Cabrini rimase un pezzo a girare e rigirare quell'assegno fra le mani. "E se andassi a spifferare tutto ai quattro venti? No, giornalista va bene, ma questa carognata non mi sento di farla. E poi... Anche Freud e Jung, sul battello che li portava negli Stati Uniti nel 1909, si erano fatti una specie di analisi l'un l'altro... Ma le cose fra loro due finirono coll'andar male.
"E dell'assegno adesso che me ne faccio? Vado a versarlo in banca come se niente fosse? Bravo sciocco! Cos la banca guadagna gli interessi dal giorno dell'emissione ad oggi! No, signor Banco di Santo Spirito! Io l'assegno l'annullo, lo annullo. Sulla matrice ci metto un bell'ANNULLATO in stampatello; e poi aggiungo sul mio libretto la cifra su tutti i totali parziali.
"Quanto all'assegno vero e proprio, al rettangolino di carta, passato per tante mani, a pezzettini lo faccio, e lo butto nella pattumiera!"
"E con questo..., chi si  visto, si  visto!"



Sua Santit Giovanni Paolo II

Santit,
voglia scusarmi se, pur rivolgendomi a Lei con tutto il rispetto dovuto alla Sua alta Missione, non sono in grado perch estraneo agli ambienti a cui Ella appartiene attenermi correttamente agli usi e costumi protocollari, in cui i fedeli sogliono indirizzarsi alla Sua Sacra Persona.
A dire il vero da qualche anno avevo in animo di scrivere una lettera come questa. Fu, mi sembra in occasione del Santo Natale 1977, che ascoltando un discorso tenuto da papa Paolo VI, di Santa Memoria, alla radio, o in televisione, rimasi colpito da una frase che suonava all'incirca cos: "Sono trascorsi 1978 anni, da quando a Betlemme ecc.". Mi sembra ancora di udire la Sua voce un po' tremolante. Come? Mi sono chiesto: O non siamo nel '77? E allora perch il Santo Padre dice 1978?
Proprio cos sorse in me il dubbio, di cui oggi vorrei parlare a Sua Santit.
Debbo confessare che rivolgermi a Papa Montini allora sarebbe riuscito pi facile. Perch, pur non avendo mai avuto occasione di essere ammesso alla Sua presenza, mi sembrava di avere con Lui maggiore familiarit. C' una ragione, Santit. Eravamo coetanei, nati nello stesso mese di settembre 1897. Anche lui della Vergine? No veramente. Perch sono nato il 21, proprio allo scadere della Vergine, prima della Bilancia, ed Egli era nato due giorni dopo, quando sole  chiaramente entrato in quest'altra costellazione.
Ma queste sono quisquilie, di cui si occupano attualmente soltanto le nostre signore della buona societ, le quali hanno riscoperto l'astrologia, e si dilettano a fare oroscopi alle persone di loro conoscenza. Il fatto  che eravamo coetanei e, ad essere proprio meticolosi, io ero nato due giorni prima, trovandomi in certo modo con qualche diritto di primogenitura. Ora, si capisce bene che non  come sotto le armi, dove "anzianit fa grado". Ma comunque mi sentivo abbastanza a mio agio.
Con Lei, Santit, tutto  diverso. Intanto, pur avendo passato Lei pure i propri guai, non ha fatto la prima guerra mondiale. E questo, volere o no, traccia una certa divisione fra gli uomini. Inoltre Lei  uno sportivo, gioca a tennis, sa usare gli sci,  poliglotta, appartiene dunque ad un'era differente: nella quale, per il fatto di aver raggiunta la mia et, vengo attualmente a trovarmi io pure, ma restando, come dire, spaesato. E invece di considerarmi pi autorevole, sono molto pi intimidito di quanto non sarei stato col mio coetaneo Montini. Vede, Santit, quali complicazioni derivano da questo passare della umanit di generazione in generazione!
Ma ritorniamo al dubbio che ha fatto sorgere in me la frase natalizia pronunciata dal suo venerato Predecessore.
Se la nascita di Nostro Signore nel Natale del '77 risaliva a 1978 anni prima, ne dovrebbe derivare che il Signore  venuto in questo mondo nell'anno 1 avanti Cristo (uno ante Christum natum). Questo evidentemente non ha senso. Allora Sua Santit Paolo VI avrebbe dovuto dire "1977 anni fa". In tal caso ne sarebbe derivato che Ges sarebbe nato nell'anno 1 dopo Cristo (uno post Christum natum). Altra assurdit.
Santit, non mi interrompa. So benissimo che Ges  venuto al mondo in seno al popolo ebraico, dove  usanza che i maschi vengano circoncisi otto giorni dopo la nascita, e che solo quando siano stati circoncisi, appartengono in forma piena al popolo di Israele. Per cui la datazione degli anni pu incominciarsi dal 1 gennaio, giorno appunto della Circoncisione di Nostro Signore. Per modo che, bench si dica tanti anni ante o post Christum natum, la cosa va intesa prima o dopo l'avvenuta Circoncisione.
Tuttavia questa storia della Circoncisione  difficile da tirare in ballo. Da quando San Paolo proclam che non ci sono pi circoncisi e incirconcisi, sono trascorsi secoli; e la maggior parte dei cristiani, quando festeggia il capodanno col capitone, o con altre spanciate, secondo gli usi locali alla Circoncisione, scusi Santit, non pensa affatto. E sa soltanto che, togliendo la sopracoperta al nuovo calendario, trova scritto: GENNAIO - 1 - Circ. di N.S. 
No, Santit, mi creda: il problema rimane.
Viene subito in mente quella che sembrerebbe la soluzione pi ovvia. Introdurre per la nascita di Nostro Signore l'anno zero: conservando per gli anni precedenti la dizione prima di Cristo e per quelli successivi: dopo Cristo.
Invece questo  del tutto impossibile. Perch come un sol uomo insorgerebbero tutti i matematici, quelli viventi, ma anche quelli del passato, morti da tanti secoli: proclamando che la serie dei numeri interi (sottospecie dei numeri reali) non comprende lo zero: il quale zero a rigore un numero non , ma soltanto un limite, che divide appunto i numeri positivi da quelli negativi, senza soluzione di continuit: cosicch procedendo di unit in unit, si va ad esempio da -6,-5,-4, -3, -2, -1, +1, +2, +3, ecc., senza che lo zero rimanga alcun posto.
Del resto, quando dello zero si vuol fare un numero, succedono cose terribili. Se si divide un numero piccolissimo, un nonnulla, per zero, che cosa ne esce fuori? L'infinito. se invece si moltiplica per zero un numero grandissimo, anche quanto si vuole, si ottiene sempre e soltanto zero.
 demoniaco, mi creda, lo zero: ci che tocca annulla.
Io non so che cosa Lei, che  un Papa moderno, pensi del demonio. Ma il suo predecessore Paolo VI ci credeva, e come! Gli sembrava perfino di vederlo aggirarsi fra gli uomini!
Bene, lo zero, se lo si assume come un numero, si comporta proprio in tal modo demoniaco.
Il perch di tutto questo ce lo spiega quella branca della matematica che si chiama teoria dei numeri. Ma comunque non ci son dubbi.
L'anno zero? S, certo che c'. Ma soltanto per quanto riguarda lo stato dell'economia del nostro paese. Il compianto onorevole Ugo La Malfa diceva sempre che in Italia siamo all'anno zero. Ed  - mi perdoni, Santit, anche questo - un anno che dura ormai da tanti anni.
Ma le cifre nel linguaggio degli economisti sono molto diverse da quelle della matematica pura. E noi qui abbiamo a che fare soltanto con i matematici pi severi, misuratori del tempo, del tempo infinito, dal principio dei secoli.
Dal principio dei secoli, ho detto. Bene, tentativi in questo senso ne sono stati fatti. Il calendario ebraico ad esempio conta gli anni dalla creazione del mondo.
Vero  che gli ebrei si sono tenuti troppo stretti. Sopravalutando l'importanza delle proprie persone, hanno fatto risalire la creazione a qualche migliaio di anni soltanto. Non solo, ma per riempire i tempi, che in tal modo apparivano eccessivamente abbondanti per la loro immaginazione, hanno attribuito durate lunghissime alla vita dei loro patriarchi, maschi e femmine: facendo procreare questi antenati ad et assai avanzate, forse illudendosi di poterne seguire l'esempio.
Gli ebrei sono tenaci, e bench gli scienziati della storia del mondo, a cui essi stessi hanno dato del resto apporti assai notevoli, abbiano dimostrato che l'et dell'universo  molto differente da quella che risulterebbe dall'Antico Testamento, continuano a misurare gli anni col loro vecchio sistema, per cui siamo ora da qualche mese entrati nell'anno 5743.
Non  il caso di seguirne l'esempio alla lettera. Tutti gli studi moderni di paleontologia, per non parlare dell'astronomia nelle sue ultime scoperte, sono in gran contrasto con questo tipo di datazione. Tuttavia l'idea di un principio del mondo, che qualche anno fa appariva balorda, allo stesso modo di quella di una sua finitezza spaziale, oggi  divenuta pi sostenibile e non pu essere scartata a priori.
Certamente il progetto di un cambiamento del calendario implica grossi rischi. Non si pu dimenticare infatti che varie trasformazioni apportate in passato, in ragione di determinati rivolgimenti politici, si sono risolte alla fine di scarsa consistenza, scomparendo con la cessazione o la trasformazione di quei rivolgimenti. Cos fu per il calendario della Rivoluzione francese; per non parlare poi della buffonata dell'Era fascista.
Non solo, ma anche trasformazioni, dovute non a capricci della politica, ma a pi profonde ragioni scientifiche, come la sostituzione del calendario gregoriano a quello giuliano, hanno incontrato grosse difficolt, tanto che ora soltanto (salvo che per talune ricorrenze liturgiche della Chiesa ortodossa) quello gregoriano sta diventando universale in tutto il mondo.
Quindi, Santit, ci vuole estrema cautela. Questo glielo concedo senz'altro.
Rimane tuttavia il fatto (e qui io mi pongo proprio dal punto di vista della Chiesa) che questa questione, che Ges non sia nato n nell'anno 1 avanti Cristo, n nell'anno 1 dopo, lascia aperta una breccia, attraverso la quale potrebbe persino insinuarsi il dubbio che Ges non sia mai esistito.
C' la tradizione s. C' la fede profondamente radicata del popolo. Tutto questo vale senz'altro. Ma i numeri sono numeri. E sopra una ipotetica carta di identit che dovesse venir oggi rilasciata da parte del municipio di Betlemme, Ges di Nazareth, figlio di Giuseppe, la data di nascita sarebbe assai difficile da apporre.
Non c' dunque via di uscita? Forse un mezzo ci sarebbe. Lei ha compreso a che cosa mi riferisco. Al big bang (che sarebbe come a dire: il gran botto), da cui avrebbe avuto origine l'universo. Ed allo stesso universo in espansione: illimitato, ma non infinito (secondo il modello di uno spazio tempo, di tipo ad esempio, riemanniano, a curvatura positiva), e derivato nella sua attuale immensit, cos come ora ci appare, da un minuscolo puntolino, che dilatandosi via via, avrebbe dato luogo, e cio creato il posto (e qui l'espressione  esatta alla lettera) appunto all'Universo.
Attenendosi - come ovviamente immagino Sua Santit intenda fare - al racconto biblico della creazione, ci sono alcuni particolari da mettere a posto. Non credo per che possano sorgere difficolt.
Gi autorevoli teologi nel passato hanno dato una interpretazione della creazione in sette giorni da parte del Signore, la quale elimina ogni disaccordo con i dati scientifici formulati dal pensiero moderno: considerando le sette giornate, non come giorni di ventiquattro ore, ma come ere successive nella evoluzione del mondo: con una rappresentazione metaforica corrispondente alla mentalit dei nostri antichi, che ci hanno tramandato il racconto del libro della Genesi.
C' la questione del settimo giorno, in cui il Signore si ripos. Certo a noi sembra strano che Egli abbia avuto bisogno di riposarsi. Ma  possibile supporre che tutta la faccenda abbia servito agli antichi saggi per introdurre il riposo settimanale: una scusa dunque per accogliere una rivendicazione sindacale dell'epoca. Soluzione che sarebbe stata assai ben trovata; se quegli ossessivi degli ebrei non avessero preso cos alla lettera il concetto dello Sciabbt, da renderlo una delle cose pi laboriose e faticose della loro vita: il cui peso (e qui passo la indicazione alle mie amiche femministe, perch se ne servano nelle loro rivendicazioni) si  riversato sopra tutto sulle donne: incaricate di preparare nei minimi particolari e con tutte le prescrizioni e i divieti connessi il giorno dedicato soltanto alla preghiera, rimasta tuttavia in modo inderogabile un privilegio maschile.
Se i sette giorni della creazione si son potuti mettere d'accordo con le varie ere che i naturalisti degli ultimi secoli hanno individuato per la vita di questa nostra terra, a me pare che il big bang ancor meglio si presti ad essere identificato con un fiat primitivo.
Santit! Siamo dunque tornati all'idea della creazione: per vie traverse, se vogliamo, ma certo meno antropomorfe di quelle tradizionali. E siamo sul punto di giungere, non all'anno zero (che per i motivi esposti i matematici ci interdicono implacabilmente), ma al punto zero: all'origine del tempo e dello spazio.
Da esso gli anni e i giorni vanno calcolati, Santo Padre: cos da poterci dare una data dell'incarnazione di Nostro Signore, e non pi lasciar ondeggiare quella data secondo l'arbitrio degli uomini.
S, comprendo: il vecchio modo di conteggiare, malgrado le ambiguit di cui si  detto, aveva un certo fascino:
"Nell'anno della Salute 1435, ai d 7 del mese di aprile, di fronte a me, Gianni del fu Francesco, notaro in Lucca, messer Jacopo da Perugia, del fu Andrea, ecc.". Suonava bene, non c' che dire; e nessuno si preoccupava se si partiva dall'anno della nascita o della Circoncisione.
Ma se un miscredente maligno cominciasse a tirar fuori la questione della data di nascita del Signore, come ce la caviamo?
Basta. Ci che io umilmente le propongo, Santit,  di proclamare un nuovo calendario che, come il calendario gregoriano subentr a suo tempo a quello giuliano, divenga il calendario universale per tutti gli uomini.
Per mio conto lo chiamerei paolino, perch, come dissi,  a Sua Santit Paolo VI che avevo avuto la prima idea di rivolgermi.
Ma se Lei ci tenesse a legarvi il suo nome, nulla vieta che si parli di calendario gianpaolino.
Certo, alcune difficolt non possono essere disattese. Sappiamo (perch ce lo dicono gli astronomi) che il big bang  avvenuto certamente non prima di diciotto e non pi tardi di otto miliardi di anni fa. Altri si soffermano su una cifra media di dieci miliardi di anni.
Ma noi abbiamo bisogno di misure esatte (esatte per lo meno dell'ordine di grandezza del metro di platino, depositato a Parigi, per le quantit lineari). Abbiamo bisogno del momento zero: al di l del quale non ci sia pi niente. Come per lo zero assoluto della temperatura: quello zero al di sotto del quale non vi  un sottozero, perch esso corrisponde alla morte della materia.
Ma qui, Santit, io mi rivolgo alla sua diretta responsabilit.
Esiste o no una specola vaticana? Un osservatorio astronomico alle dirette dipendenze del Capo Supremo di Santa Madre Chiesa? E perch mai fu istituita questa specola? chiaro il perch: dopo le scoperte della nuova astronomia, che aveva preso le mosse da Galilei, la Chiesa non ha voluto lasciarsi prendere nuovamente in contropiede.
Del resto, mi perdoni Santit, ma la Chiesa ha sempre fatto cos nel corso dell'umano progresso. Quando qualche cosa di nuovo e rivoluzionario giunge nella storia degli uomini, la Chiesa da principio fa argine, e tenta di difendere le posizioni tradizionali. Poi d'improvviso muta atteggiamento e si affretta ad appropriarsi quel che di nuovo sta arrivando. E dice: "Anch'io, anch'io, partecipo alla esplorazione del mondo; e non mi limito ad interpretare i Sacri Testi, intendo controllare in modo diretto, scientifico, positivo, i progressi della scienza dell'universo!".
Bene, Santit. L'ora  venuta, in cui la specola vaticana deve dare alla Chiesa, al Pontificato, all'umanit intera, il contributo dell'opera sua.
Si spendano i quattrini che sono necessari, si assumano gli specialisti che occorrono, ma si intraprenda al pi presto l'insieme delle osservazioni e degli studi che sono necessari per determinare il momento esatto del big bang, della creazione del mondo: lo zero dei tempi, e insieme dello spazio. Il punto da cui tempo, spazio e materia per il divino fiat si sono generati con quel gran botto, i cui echi, a quanto si afferma (e mi commuove solo il pensarci), attraverso le sensibilissime apparecchiature che il genio degli uomini ha saputo costruire, si odono ancora da quaggi.
S, Santo Padre, questo va fatto. Se la specola vaticana non si impegnasse in questa impresa l'uomo comune, i fedeli tutti, non comprenderebbero proprio quale utilit possa essa ancora avere; ed essa si ridurrebbe al rango dell'osservatorio del principe Salina nel Gattopardo. Per un Papa moderno, che viaggia in elicottero ed aeroplano (il Signore lo preservi, ma chiss quante altre ne far), la specola vaticana servirebbe soltanto di parata, come le uniformi dei camerieri di Cappa e Spada.
Rimane un altro problema. Come abbiamo detto gli astronomi in certo modo laici, cio estranei ai Sacri palazzi apostolici, assegnano al big bang un'et all'incirca di dieci miliardi. Supponiamo - in attesa dei calcoli che ci siamo permessi di sollecitare - che ci abbiano proprio azzeccato esattamente. Saremmo allora oggi nell'anno diecimiliardi. E l'anno prossimo nell'anno diecimiliardiuno.
No; troppo difficile, troppo complicato; ed oltre al resto dispendioso per la contabilit pubblica e privata. Si immagina, Santo Padre, il povero cittadino a cui arriva la bolletta della luce dell'ultimo bimestre dell'anno scorso: bimestre 6 del 9.999.999.999?
Tuttavia il rimedio c'. C' senz'altro. Si stabilisca di abbreviare. Ad esempio per il futuro: d'ora in poi. L'anno venturo: diecimiliardiuno. Si stabilisca di dire dimiliarduno. Ed anche scrivendo, o usando le calcolatrici, si pu adottare la sigla: D.1.
Naturalmente tutto questo varrebbe, se proprio questo anno fossero scaduti i dieci miliardi di anni dal big bang. Che se invece essi fossero scaduti qualche tempo fa, l'anno prossimo diverrebbe diverso. Che so? D. 542, oppure: D. 1274.
Insomma, Santit, Lei mi ha capito. Tutto per dipende dalla sua personale specola astronomica.
Ma adesso, Santit, Lei sta ridendo.
S, la vedo sorridere, cercando di non farsi notare, ma con l'aria di prendermi in giro; come appare qualche volta alla Tv a colori, col volto un po' troppo rosso rispetto allo zucchetto ed alla tonaca bianca.
Lei si sta burlando di me; ed io intuisco anche il perch.
Perch Lei mi vuol far credere che la specola vaticana i calcoli li ha gi fatti da tempo, ed  del tutto inutile che io mi affanni per sapere in quale anno siamo: macch anno D. 542, oppure D. 1274! Lei sostiene che siamo nell'A.D. 1982 (Anno Domini 1982), e che non c' motivo alcuno perch io mi debba preoccupare.
Insomma ho bell'e capito: Lei la riforma del calendario non ha alcuna intenzione di farla, ritenendo di avere altre cose pi importanti a cui pensare.
Peccato, proprio. A me pareva una bella idea; e sul calendario paolino continuo a fantasticare.
Comunque, Santit, perdoni questa mia lettera e il suo tono troppo confidenziale, e mi creda.
Suo dev.mo
Cesare Musatti



Con Sergio Solmi, da Milano a Verona

Ho appreso dai giornali che  mancato in questi giorni Sergio Solmi. E ne sono rimasto addolorato: perch a parte le sue doti letterarie, di cui molti hanno anche ora scritto, era un essere gentile e mite, con un gran senso di umanit. Da me era venuto per il passato qualche volta, per chiedermi consiglio su questioni riguardanti altre persone, ed eravamo buoni amici.
Ma qui debbo dire una cosa che mi pone in grave imbarazzo. Oggi rimpiango la morte di Solmi; ma lo faccio per la seconda volta.
Anni addietro infatti, non so per quale equivoco, ebbi, o mi inventai io (non so) la notizia che Sergio Solmi fosse morto.
E lo stesso sentimento di rimpianto che provo ora, l'avevo quindi provato anche allora.
Mi accadde per in seguito di incontrarlo alla Stazione centrale di Milano, mentre, diretto a Verona, stava salendo sul mio stesso treno. Riuscii a dissimulare la mia meraviglia, e lo salutai cordialmente.
Dentro di me ero per veramente conturbato. Un fantasma? Un revenant? Ero infatti cos convinto della sua morte, che mi riusciva ora assolutamente difficile revocare tale convinzione.
Dei revenants non ho soggezione. Anzi, se debbo dire il vero, penso ogni tanto che mi piacerebbe incontrarne, e chiacchierare con loro.
Cos effettivamente feci quella volta alla stazione di Milano: mettendo del tutto in disparte il problema della vivente realt del mio interlocutore, che al momento non avrei saputo risolvere; ed accingendomi a conversare con questo amico perduto, e felicemente ritrovato: un poco ora me ne vergogno, ma presi per buona, o finsi di prendere per buona, la situazione del resuscitato.
Eravamo noi due soli nello scompartimento e si poteva conversare comodamente.
Parlammo prima del pi e del meno. Poi mi venne da raccontargli di una volta che ero stato a Cuba. Interessante s, sopra tutto per la mescolanza delle razze e per la assoluta mancanza di qualunque discriminazione razziale. E poi per il carattere paradossale di usi e schemi, diciamo cos di stile sovietico, indossati da una popolazione di tutt'altra indole e di altre abitudini, sudamericana, che vive in clima tropicale.
Gli raccontai (eravamo al tempo della battaglia contro la monocultura) che mi avevano fatto partecipare - simbolicamente s'intende - alla messa a dimora di nuovi alberelli, che avrebbero dovuto iniziare lo sviluppo di una frutticoltura, importata da altri climi e da altri paesi. Il tutto effettuato con un cerimoniale di tipo sovietico.
Seppi pi tardi che fu un solenne fiasco. Ma in quella occasione non so chi disse che un grande filosofo avrebbe affermato in passato che un uomo deve, per completare la propria vita, aver costruito una casa, aver scritto un libro, aver piantato un albero. Io una casetta in campagna me l'ero fatta costruire proprio allora, libri ne ho scritti; mi sarebbe mancato l'albero; ed ecco dunque l'occasione buona. Ma l'albero forse lo avevo invece gi piantato: o per meglio dire l'avevo fatto piantare, perch personalmente sono poco adatto a questi lavori.
Solmi rideva, ed io gli raccontai la storia del "fico maledetto da Ges".
S: come ho detto, mi ero fatto costruire questa casetta nel varesotto, con un po' di scoperto, parte a bosco e parte prato.
Mia moglie voleva mettere qualche altra pianta e fece l'ordinazione presso un giardiniere. Arrivarono alcuni alberelli. Ce n'erano di riconoscibili e furono piantati subito. Ma, fra essi, c'era pure uno stecco nudo, lungo poco pi un metro, che ad una delle estremit portava una specie di rigonfiamento.
- E questo che cosa ? - chiedemmo al giardiniere. - Un fico. Pare brutto, ma attacca, attacca. - Il rigonfiamento sarebbe stato un inizio di radice. Fu piantato anche questo stecco, che ispirava assai scarsa fiducia. Per... il primo anno spuntarono due foglie. Il second'anno le foglie furono quattro. Era tuttavia sempre un semplice stecco, con queste strane e rade foglie; di fiori o frutti neanche l'ombra. Perci lo chiamammo "il fico di Ges", il fico cio maledetto da Ges, perch non aveva i frutti che egli desiderava mangiare, e che in seguito a tale maledizione tosto si secc completamente, come si legge nei Vangeli di Matteo (XXI, 18) e di Marco (XI, 13).
E qui nacque il problema filologico, storico, psicologico ed etico insieme, su cui con Solmi cominciammo a discutere.
Salvo che nella scena dei mercanti nel tempio, dove il furore di Ges appare giustificato perch rivolto contro una attivit sacrilega, non vi  mai nel racconto degli Evangeli alcun episodio di ira e di rabbia, attribuito alla figura di Ges: che certo sarebbe stato in contrasto con tutta la descrizione della sua personalit e della sua dottrina. Tutt'al pi vi sono accenni ad una qualche ironia in alcune parabole.
L'unica invettiva, l'unica maledizione, nelle parole di Ges riportate dai Vangeli,  dunque rivolta ad un albero: al fico privo di frutta; perch non era la sua stagione (non erat tempus ficuum) aggiunge Marco.
Anche le giustificazioni che Ges d ai discepoli, pur essi meravigliati, sul perch della maledizione rivolta al fico, sono ambigue. E parlano solo della potenza della fede: "Se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ci che ho fatto io al fico, ma potrete sollevare quel monte e farlo precipitare in mare" (Matteo, XXI, 21).
Poich la scena del fico si svolge subito dopo la cacciata dei mercanti dal tempio, Solmi prospett l'ipotesi che ci fosse una connessione.
Ma l'episodio del fico avviene la mattina seguente alla scena del tempio; e cos l'interpretazione rimane dubbia. Il problema allora si spost sul piano psicologico.
L'Essere pi mite che si possa immaginare, portatore di una rivoluzione etica, che esclude la giustizia nei termini di una vendetta, per cui alla stessa violenza altrui va risposto con un atto di amore, se la prende col povero fico, il quale, obbediente alle leggi di natura, non gli d i suoi frutti che Egli in quel momento ambiva.
Se Ges non perdona al fico la sua sterilit, siamo perduti. Non vi pu essere pi speranza di misericordia per alcuno.
Solmi, poich io mi accaloravo, mi prendeva bonariamente in giro. - Ti dico, - continuai io, - che quella mattina si svegli male, e che la voglia di mangiare un fico gli ha fatto perdere la calma.
Cos si arriv a Verona. Solmi scese, mentre io proseguii per Venezia.
Ora dir una sciocchezza: ma il fatto che Solmi sia quella volta per me resuscitato, mi rende pi lieve la notizia attuale.
Chiss che non ci capiti di reincontrarci nuovamente su qualche treno, per riprendere il quesito della personalit di Ges.



Slvate Geminian!

 assai triste spettacolo vedere una persona che si  amata ed apprezzata, anche e sopra tutto per le qualit intellettuali, decadere progressivamente in ragione dell'et - ma molte volte anche piuttosto precocemente - ed alterarsi: cos da non apparire pi la stessa, ma un povero essere, privo, o con molte lacune nella memoria, incapace di un discorso sensato e consistente, isolato da quel mondo in cui aveva sostenuto una propria parte, e immerso invece in una realt scarna e poco comprensibile agli altri.
Si parla per queste persone di demenza senile. E specialmente se esse hanno avuto in passato, di fronte alla gente, prestigio e autorit, la condanna che le colpisce sembra bene terribile. Meglio morti certamente.
E del resto muoiono anche presto per lo pi, perch sembra che la decadenza che si  prodotta nella loro mente si estenda rapidamente al corpo intero, rendendoli pi fragili in ogni parte dell'organismo.
Ho veduto da vicino, nel corso della mia vita, in modo particolare tre persone andarsene cos: un mio nonno che aveva circa la mia et attuale, un letterato che  stato mio Maestro quando ero studente all'universit, e di cui poi sono stato collega quando divenni io stesso professore, ed un mio compagno di scuola e di vita, che ha fatto anch'egli la mia stessa carriera accademica.
Quando giunge questo tipo di decadenza, ogni contatto si fa difficile. Non si pu pi parlare come si  sempre fatto; anche se continuamente veniamo tentati di usare il linguaggio solito, come se la nube oscura che ha offuscato la mente di lui non ci fosse, o come se dietro ad essa, rimanesse sempre un pensiero limpido. Ma il discorso invece si rimpicciolisce, si riduce alle cose pi semplici e banali: al mangiare, al bere e ad altre necessit immediate. E si dicono molte sciocchezze, parlando di un domani, che sar migliore: "Quando potrai fare questo o quello". Mentre ognuno sa che il domani sar peggiore dell'oggi. Egli solo non lo sapr, perch il tempo per lui pi non esiste. Domani? Ma domani non si ricorder che c' stato un oggi.
Cos anche se  fra noi, rimane come "separato", "escluso" dal discorso comune, e dalle parole scambiate dagli altri, a bassa voce: ma in definitiva la voce non occorre neppure abbassarla tanto.
Egli dunque  escluso: come l'individuo della Metamorfosi di Kafka. S certo: l c' in pi l'orrenda trasformazione corporea; ma in dipendenza di quella si produce pure l'isolamento. La serva nutrice  l'ultimo contatto umano. Poi anche quella provvede a gettare la bestiaccia nella spazzatura.
Chiss se Kafka aveva in mente la situazione a cui vorrei riferirmi qui io? Direi di s, anche se nella Metamorfosi la alterazione della natura fisica si sovrappone come ulteriore elemento di orrore.
Ma, rispetto alle persone che sono soltanto in preda del decadimento dovuto alla demenza senile, io mi son posto un problema.
Per la gente sana lo spettacolo  orrendo, abbiamo detto; e la tentazione (o la necessit) di emarginare ed espellere dalla comunit questi disgraziati con cui gli argomenti del discorso si fanno progressivamente pi poveri e confusi sembra sempre pi insistente.
Ma essi, nel loro interno, come sono veramente? Chiamano le persone vicine con nomi che a quelle non appartengono. Dicono "mamma" alla figlia, o all'infermiera che si occupa di loro. Rimbambiscono nel vero senso della parola. Si fanno cio infanti: come sono stati una volta, e tutto e tutti intorno a loro sono come erano una volta, quando essi appunto erano bambini.
Ecco: ci che vorrei sapere  come sono costoro al loro interno. In forma diretta non  possibile saperlo; essi non possono dircelo perch indietro non ritornano.
Ma forse una possibilit esiste, perch vi sono situazioni che assomigliano a questa che si  detta, ma da cui ci si riprende. O per lo meno mi illudo che sia cos: perch vorrei che gli indementiti - quelli veri, non quelli che sentono avvicinarsi la catastrofe mentale, pur essendone ancora fuori (e sono quindi terrorizzati) - quelli veri che il contatto intellettuale con il mondo reale hanno proprio perduto, vorrei che non fossero tanto infelici come appaiono, e ritrovassero invece qualche cosa della loro infanzia, e della felicit stessa infantile.
S, questa grazia, agli uomini indementiti per ragione di et, dovrebbe essere concessa.
Per questo ho fatto qualche esperimento: esperimenti sopra me stesso.
Oh Dio! Ho un'et per cui potrei anche appartenere alla schiera di coloro sopra descritti. Mi illudo di non esserlo ancora; ma si sa che nessuno   buon giudice in casa propria.
Bisogna perci che chieda al lettore di fidarsi. Che se poi non si vuol fidare, tragga egli le conseguenze da quanto racconto.
La mia memoria non  affatto buona. Dimentico con estrema facilit nomi e numeri. I miei figli mi dicono: "Ma pap! Tu i nomi li hai sempre dimenticati. Dimenticavi perfino quelli nostri quando eravamo ragazzi! Quanto ai numeri...; ma se non hai mai ricordato neppure il numero del tuo telefono!"
S; so bene. Ma queste sono appunto le cose che si dicono a tutti coloro in cui si presentano i prodromi della demenza senile. Non ci si pu dunque fidare.
Comunque a me sembra che sar forse sulla strada per divenirlo, ma che per il momento una vera diagnosi di questo tipo non mi si possa ancora attribuire.
Non lo dico per presunzione, ma soltanto per precisare i termini del problema.
Sono perci ancora al di qua della barriera. Di poco forse, ma sempre al di qua.
In tali condizioni mi riesce tuttavia talora, in momenti di sonnolenza, o di stati intermedi fra la veglia e il sonno, di vivere quello che penso sia lo stato stabile dell'individuo, che ha perduto il contatto con la realt attuale per restate immerso in una realt seconda, quello che immagino sia il mondo del rimbambito: nel vero senso della parola, e cio ridivenuto infante, piccolo, piccolissimo.
S, a me accade. Nel cuor della notte, o forse di mattina presto, quando si fanno sentire i primi rumori della citt. Mi succede di non sentirmi pi nel mio letto qui a Milano, dove abito da quarant'anni, ma di trovarmi nella mia stanza da bambino a Venezia, dove dormivo ottanta anni fa. L mi sembra di essere. E fuori dalle finestre sento lo sciacquio dell'acqua del rio, che effettivamente c'era a fianco di casa mia, e lo sbattere delle barche e delle gondole fra loro, o contro il bordo della fondamenta.
Tutto questo lo sento ogni mattina.
Dunque ritorno bambino, dunque perdo il contatto con la realt effettiva che mi circonda, resuscito le impressioni di quando ero piccino. E mi sento bene, felice, a casa mia. Nella mia vera casa: non in questa che  venuta tardi, e che perci mia non  mai stata.
"Ma soltanto nel dormiveglia? Verso il mattino? E quando stai per svegliarti?"
No, anche durante il giorno, nel mio studio, quando sono seduto sulla mia poltrona. Da questa vedo uno specchio, vecchio se non antico, il quale riflette le immagini in modo confuso. E le immagini cos visibili sono quelle che, attraverso il balcone, si riferiscono ad un edificio con una filza di finestre regolari.
Tutto questo  realt; e l'edificio  la biblioteca della universit Bocconi, qui in Milano. Ma io vedo - a tratti e se sono sopra pensiero - un'altra cosa. Vedo (chiedo scusa al lettore per l'assurdit, ma  proprio cos) le Procuratie nuove di piazza San Marco a Venezia. Poi faccio mente locale. E ritorna la realt effettiva. Qui debbo aprire una parentesi.
Il mio distacco dall'universit di Milano, per raggiunti limiti di et, avvenne in un periodo penoso della mia vita, e fu una cosa squallida.
Sempre il maestro anziano che cede il posto ai pi giovani  resto a lasciarsi mettere da parte, mentre gli stessi giovani premono, senza troppi riguardi, decisi a non sopportare ulteriormente neppure l'ombra del vecchio caposcuola: che, anche come ombra, continua a fare ombra.
Tutto ci dovrebbe essere ben noto e comprensibile, specialmente a chi esercita la psicoanalisi, ma anche a chi di analisi non si occupa per nulla: "Tu quoque, fili mi".
Mi capit in quel tempo di fare un sogno; e - come nella formazione dei sogni accade - in rappresentanza di una situazione emotiva molto pi complessa, un piccolo particolare, di per s del tutto insignificante, entr nel sogno, e ne costitu la trama.
Ero dunque durante il sogno fortemente preoccupato. Ma per quale motivo? Semplicemente perch perdevo il mio studiolo personale nell'Istituto di psicologia dell'universit, e non sapevo dove andare per continuare a studiare e a lavorare.
Angosciato com'ero, pensai nel sogno: potrei chiedere di istallarmi al museo Correr (che si trova dunque a Venezia), dove c' una stanza dedicata al mio omonimo prozio dottor Cesare Musatti, medico, storico e letterato, vissuto a cavallo del secolo scorso e di questo, che al museo Correr ha lasciato in eredit la sua preziosa biblioteca.
In fondo ho il suo stesso nome, dicevo nel sogno, e nella stanza dove si trova la sua biblioteca mi potrebbero pure trovare un posticino per darmi ospitalit.
Qualche giorno prima, avevo trovato in un opuscolo di curiosit veneziane un cenno a questo mio omonimo parente, con la spiegazione di una esclamazione in uso a Venezia, ai primi dell'ottocento: "Slvate Geminian!". Era il periodo dell'occupazione napoleonica; e Napoleone, o i suoi ministri, volevano abbattere il tempio di San Geminiano, che allora si trovava sul fondo della piazza, di fronte a San Marco, proprio l dove ora  il museo Correr.
"Slvate Geminian!", dicevano invano i veneziani, che avrebbero voluto conservare la chiesa, opera del Sansovino.
Avevo sentito pronunciare, da quel mio prozio, quando ero ancora bambino, questa frase, mentre giocava a carte. Ma non ne conoscevo l'origine, finch non mi capit, come dissi, qualche giorno prima, di apprendere tale origine da quell'opuscolo letto per caso.
Si vede che nello stato di angoscia in cui mi trovavo, e nel disagio di dover perdere il mio studio personale all'universit (che aveva ovviamente un suo simbolico significato) avevo nel sogno non solo riattivato il ricordo del "Slvate Geminian!", ma mi ero immaginato che proprio l dove, al posto della chiesa omonima, in Bocca di Piazza, era stato costruito il palazzo che ora contiene il museo Correr (e quindi la biblioteca del mio prozio), mi si potesse riservare un luogo per lavorare, che sostituisse quello dell'universit di Milano.
Venezia dunque invece di Milano, il museo Correr per l'universit, ma un posto legato al mio prozio, con cui a ragion del nome mi identificavo.
Sono passati vari anni dall'epoca di quel mio sogno. Ma come ho detto, ... quando sono sopra pensiero, e prossimo allo stato che mi immagino permanente nei miei coetanei rimbambiti, vedo ancora nel mio specchio piazza San Marco, cos come  proprio visibile dalle finestre del museo Correr.
E mi trovo bene. E sono contento. Cos come mi auguro possano esserlo coloro che, trovandosi sul passo della mia et, perdono il contatto con la realt effettiva che li circonda, e regrediscono: indietro, indietro, fino all'epoca infantile, ignari di tutto, ma ritrovandosi inconsapevolmente nel mondo della loro fanciullezza.



Reduci di guerra

Un luned mattina del 1922 avevo preso il treno a Venezia per recarmi a Padova dove risiedevo. A Mestre il treno si ferm e sal una frotta di gente. La porta dello scompartimento di seconda classe dove mi trovavo fu aperta. E un giovane cacci dentro la testa. Ci riconoscemmo entrambi nello stesso istante. Ci abbracciammo, e io lo feci sedere al posto accanto al mio che era libero.
Io: Dunque, vecchio mio, mi hai riconosciuto di botto.
Lui: Come facevo a non riconoscerti? Hai ancora il tuo naso, il pi bel naso dell'esercito italiano in guerra. Ti ricordi che per sfotterti ti chiamavamo Ovidio Nasone?
Io: Certo. E noi per sfottere te con quella tua cadenza emiliana, che constato non hai perduta, ti chiamavamo Bologna! Ma cosa fai ora, Bologna? Studiavi legge, mi pare.
Lui: S, mi sono laureato e mi sono impiegato in una Societ di assicurazioni. Per questo viaggio parecchio. E tu?
Io: Mi sono laureato io pure, e faccio l'assistente all'universit di Padova, in psicologia. Abito l, ma ho un nonno a Venezia e cos vengo a passarci la domenica. Al luned mattina, con questo treno, torno ogni settimana al lavoro. Hai famiglia?
Lui: Sono sposato, ed ho una bella bambina. Guarda la fotografia. Graziosa, no?
Io: Certo,  proprio molto bellina. Io ho la fidanzata, ma quanto a sposarci, dobbiamo attendere. Guadagno troppo poco e lei deve ancora laurearsi.
Lui: Bravo! Sapessi quante volte ho pensato a te!
Io: Sono passati ormai parecchi anni, senza parere. La guerra non  certo bella, ma noi eravamo molto uniti, e in fondo stavamo bene.
Lui: Ricordi nei lunghi periodi di tranquillit, come si passava il tempo chiacchierando? Ci bevevamo un bicchierino di Strega o di Anisetta. Sempre le stesse cose. Allora si usava cos.
Io: A me la Strega faceva venire il singhiozzo e prendevo l'Anisetta.
Lui: O alla nostra mensa della Compagnia mitraglieri oppure in quella della vostra batteria. E poi il pokerino. Fino alle 2 o alle 3 di notte, quando non si era in servizio e il fronte era calmo.
Io: Col pokerino ci portavamo via l'un l'altro l'intero stipendio, finch qualcuno restava al verde.
Lui: S, ma poi procedevamo a prestiti ed alla fine si tornava tutti alla pari.
Io: Del resto ci facevamo anche degli abbuoni, quando uno restava troppo al di sotto.
Lui: Gi, perch in fondo era come giocare coi fagioli; tanto si poteva crepare da un momento all'altro.
Io: Sicuro, per a questo ci si pensava poco. Strano in fondo! Ma quanto tempo siamo stati insieme? Io non ricordo con precisione.
Lui: Un bel pezzo direi. E dove eravamo quando si era insieme?
 Io: Te lo preciso subito: perch io la guerra, nei due anni che ci sono stato, l'ho fatta tutta nella stessa zona: quella degli altipiani: la val d'Asiatico, Arsiero e poi l'altipiano di Asiago.
Lui: No, non pu essere. Perch in quella zona io non ci sono mai stato.
Io: Forse ci siamo incontrati in pianura, dove andavamo qualche volta a riposo, sempre in provincia di Vicenza, per. Io sono rimasto stabilmente alla IV batteria del V reggimento di artiglieria da campagna.
Lui: Ed io sempre alla 36a compagnia mitraglieri. Ma dalle parti dove dici tu non siamo mai venuti.
Io: Senti, Bologna, in qualche luogo dobbiamo pure esserci incontrati, se ci conosciamo cos bene, tanto che mi par ieri che ci siamo lasciati.
Lui: Certo che ci conosciamo. Ma guarda un po': noi eravamo con la III armata sul Carso. Abbiamo fatto la ritirata di Caporetto senza troppe difficolt. E poi, su per gi, siamo sempre rimasti sul basso Piave. Fino a Vittorio Veneto.
Io: Allora deve essere stato dopo la fine delle ostilit. Il mio reggimento era stato ritirato dal fronte alpino per partecipare alla battaglia di Vittorio Veneto. Ma  arrivato l'armistizio e ci hanno fatto raggiungere Trieste via terra. Sei stato a Trieste anche tu?
Lui: No, no. Dopo lo sfondamento di Vittorio Veneto ci hanno mandato su ad Udine e poi fino a Pontebba.
Io: Qui c' un mistero. Tu sei Bologna, no? Ed io sono Ovidio Nasone.
Lui: Certo, della classe 1897 tutti e due.
Io: Ci conosciamo come fossimo fratelli. Da qualche parte dobbiamo pure esserci incontrati. Hai fatto, dopo l'armistizio, i corsi universitari accelerati a Padova?
Lui: No, li ho fatti a Bologna. Perch avrei dovuto venire a Padova? 
Io: Ma allora c' un vuoto. Il vuoto nel tempo. E noi in quel vuoto, in quel buco temporale ci siamo incontrati.
Lui: Stai dicendo le stesse fesserie arzigogolate che dicevi al fronte. Sei rimasto sempre lo stesso, sai. Io per ho una mentalit positiva, non ci casco. In qualche posto, in qualche posto vero, dobbiamo pure esserci incontrati. 
Io: Accidenti! Siamo gi arrivati a Padova ed io debbo scendere. Ciao, Bologna, ciao, spero che ci incontreremo ancora, anche per sciogliere questo imbroglio.
Lui: Ciao Ovidio; questi libri sono tuoi? Non li dimenticare.
Restai sotto la pensilina.
Ma il treno ripartiva subito.
Mi disse dal finestrino: Scrivimi, mi raccomando, scrivimi.
S, "scrivimi, scrivimi", se non conosco neppure il tuo vero nome, pensai io. Il treno intanto cominciava a muoversi.
Ancora riprese, mentre il treno accelerava: Ma boja d'un mond lder, dove possiamo esserci incontrati?
Gli urlai dietro: Nel trincerone della guerra!
Ormai il treno si allontanava. Chiese con affanno: Nel trincerone hai detto? Quale trincerone?
Gridai, senza che lui pi mi sentisse: Nel trincerone della guerra!



A ciascuno la sua morte

Cinquant'anni fa Cesare Frugoni, allora direttore della Clinica medica dell'universit di Padova, discorrendo con me, che ero in quella stessa universit, fresco di concorso, giovane professore di psicologia, mi raccont la vicenda della morte del suo Maestro: colui di cui era stato assistente e che lo aveva avviato nella carriera.
Si trattava di un clinico, esso pure famoso e geniale, di cui ora, a tanti anni di distanza, non riesco a ricordare il nome. Ed era tisiologo, specialista in malattie polmonari, una branca della medicina a quei tempi affidata sopra tutto all'intuito del medico. Le radioscopie erano ai loro inizi e non consentivano osservazioni precise, e in assenza di terapie farmacologiche specifiche, il medico poteva operare soltanto prescrivendo tipi di alimentazione e regimi di vita, che spesso avevano pi che altro carattere di magici rituali. La situazione era, per intenderci, quella descritta da Thomas Mann nella Montagna Incantata.
Questo grande tisiologo si ammal anch'egli di tubercolosi polmonare in rapida evoluzione. E la forma fu subito esattamente diagnosticata dai vari suoi assistenti e collaboratori, compreso Frugoni. Inspiegabilmente non fu invece riconosciuta dallo stesso ammalato: che enunci varie ipotesi per spiegare gli stati febbrili, la spossatezza e il deperimento generale, senza che gli assistenti avessero il coraggio di contraddirlo. A quei tempi una forma tubercolare di questo genere equivaleva ad una condanna a morte. E tutti tacquero.
Frugoni mi aggiunse che, essendosi allontanato per un paio di giorni per propri impegni, non pot impedire che il Maestro si facesse trasportare improvvisamente  - credendo cos di rimettersi - in una localit di alta montagna: dove, appena arrivato, dov soccombere per una complicazione intervenuta per l'eccessiva altezza del luogo.
Frugoni mi raccont l'episodio per trarne lo spunto sul problema della difficolt per un medico di riconoscere sopra di s quei segni diagnostici che  solito individuare con sicurezza nei propri pazienti.
Certo il problema  reale. Nessuno  in grado di curarsi da s. Il "Medice, cura te ipsum"  solo un motto sarcastico. E il sogno del Malato immaginario di Molire, di divenire egli stesso medico per non dover ricorrere ad altri e potersi curare personalmente,  appunto un semplice sogno.
Ma la storia raccontatami da Frugoni (che mi  evidentemente rimasta impressa, perch anch'io avevo perduto - in tutt'altre circostanze, ma con una eguale impotenza da parte mia di portar soccorso - il mio Maestro) mi  ritornata alla mente per un altro motivo.
Questo grande clinico, di cui ho dunque dimenticato il nome, era uno specialista tisiologo; ed  morto di tubercolosi polmonare. Pu darsi - ed  la prima cosa che viene in mente - che avesse contratto la malattia da un paziente. Ma non  poi detto.
Sembra invece (anche se potrebbe trattarsi di una mia pura illusione) che ci sia proprio un certo rapporto fra la attivit svolta da una persona nel corso dell'esistenza e il male che lo coglie: il male che pu essere quello per lui mortale, destinato in certo modo a suggellarne la vita.
Talora il rapporto - non dir di causalit, ma di connessione - pu risultare invertito: non l'oggetto delle proprie occupazioni, l'orientamento, per cos dire, dell'esistenza, determinerebbe il tipo di morte: ma invece il pericolo incombente, la morte in agguato, fin dall'et giovanile, fin dalla nascita forse, starebbe in qualche modo all'origine della vocazione.
Ed io, dato il mio mestiere, dovrei aver facilitato il compito di rintracciare questa connessione. Ma qual  poi, o almeno quale  stata, la mia vera attivit?
Neppure per me  facile dirlo, perch specialmente in giovent mi sono interessato e ho fatto varie cose. Ma se mi guardo indietro, vedo come segnato da un filo un percorso tortuoso, per cui attraverso strane vicende sono approdato al mestiere dello psicoanalista.
Per questo dicevo che il compito di rintracciare anche per gli altri il filo rosso conduttore, che ha portato ciascuno al proprio posto, dovrebbe essere per me pi agevole.
E se..., e se...: qui mi vien meno l'animo; e debbo ricordare a me stesso che non sto parlando di una realt effettiva, scientificamente accertata, ma solo di impressioni vaghe e fantasie mie sopra la realt medesima: la quale si presta nei suoi aspetti poliedrici a che ci ricamiamo sopra costruzioni immaginarie. Alle quali i poeti, i lirici, gli autori di drammi e di tragedie danno veste dignitosa di opere d'arte, mentre i prosatori meschini, quale sono io stesso, debbono limitarsi a raccontarle sotto forma di semplici favolette.
Se dunque - dir, riprendendo coraggio - ciascun individuo, nel corso della sua esistenza, avesse un destino segnato, per cui il suo punto debole, l dove verr a ghermirlo lo spirito della morte, fosse stabilito da sempre, fin dal momento della nascita, e agisse sulla evoluzione della sua vita, e gli facesse fare quello che far, per coglierlo nel suo laccio al momento opportuno? Se, voglio dire (come nei film che faceva Bergman una volta, quando era ancora tutto imbevuto di simbolismo, e prima che si mettesse a guardare semplicemente, col suo occhio felice, le persone cos come sono), ogni uomo vivesse la vita, avendo costantemente la propria morte personale accanto: la quale lo guidasse e gli suggerisse quello che deve fare?
Perch proprio di questo si tratta: se la scelta per l'individuo della attivit che dovr svolgere  collegata al male di cui dovr soccombere, se c' questa corrispondenza, non possiamo rappresentarcela che a questo modo.
Il grande tisiologo che muore di tubercolosi. Io me l'ero dimenticato, certo. Ma mi  venuto in mente nei mesi scorsi, quando tre, posso dire amici e mezzi colleghi, in quanto neuropsichiatri, di diversa et e fama, si sono ammalati contemporaneamente di un tumore al cervello. Per uno il destino  stato clemente:  stato operato e si  salvato. Non cos gli altri due.
S, proprio in questa occasione mi  tornata alla mente quella storia lontana narratami da Frugoni.
Allora la scelta della specialit medica avrebbe a che fare con la sorte dell'atto conclusivo dell'esistenza; la determinerebbe, o ne sarebbe determinata. Questo resta ancora in dubbio, e non si sa.
Ma..., e qui in modo ossessivo ho iniziato a guardarmi intorno, per spiare lo stato di ogni singola persona che io frequenti o conosca. Ci mi ha provocato un grande imbarazzo: perch, data l'idea che la gente si  fatta di me, ci sono individui che vengono a interpellarmi quando debbono scegliere una loro strada. Ragazze e ragazzi in dubbio se optare per l'una o l'altra facolt universitaria, e poi per le specializzazioni, o comunque per accettare, o sollecitare la assunzione ad un dato lavoro, o l'avvio ad una data carriera.
Se tutto fosse "gi scritto nel gran libro lass", come Diderot faceva dire a Giacomo il fatalista, non ci sarebbe di che preoccuparsi, perch comunque il mio parere non potrebbe influire sulla sorte delle persone. Ma se tale sorte dovesse dipendere dalla scelta professionale, ci sarebbe da rimanere sconvolti. Altro che fabbricare nuovi psicologi, cos come si sta facendo, perch si dedichino all'orientamento professionale!
Franco Fortini, col quale venticinque anni fa ho compiuto un viaggio di un mese in Cina (c'erano anche Calamandrei e Bobbio), sosteneva che il personale degli aerei sui quali viaggiavamo veniva sempre cambiato prima dei dieci anni di servizio. E questo perch le statistiche avrebbero assodato che i disastri aerei si producono ogni dieci anni di volo. Cambiando il personale prima dello scoccare dei dieci anni, si sarebbero preservati i suoi membri da simili sciagure.
Franco Fortini, che, oltre ad essere un caro amico,  cos acuto scrittore e saggista, ha ovviamente - o per lo meno aveva - concetti molto personali in fatto di probabilit statistica. E le sue idee sulla possibilit di preservare il personale aeronautico da disastri in volo erano simili ai procedimenti messi in atto nelle tragedie greche, imperniate sulla sciagura preannunciata dall'oracolo; a cui in ogni modo gli uomini tentano di sfuggire: senza riuscirvi ovviamente, perch altrimenti la tragedia non avrebbe pi senso.
Gli spettatori greci, ma anche quelli moderni certamente, sanno fin da principio come la tragedia va a finire, e che al destino (sia esso pronunciato dall'oracolo, o scritto nel copione dall'autore) non si sfugge. E tuttavia vivono integralmente le emozioni della inutile lotta contro il destino, l'annche, la necessit.
Gli psicologi, o anche gli psicoanalisti, con i loro consigli, avvierebbero dunque, secondo il punto di vista sopra prospettato, coloro che li consultano ad uno specifico tipo di morte.
Ma quale morte in modo particolare dovrebbe spettare a loro stessi?
In linea di massima,  chiaro: il suicidio.
Qualcuno potrebbe obiettare che il suicidio non  una morte naturale. Ma invece lo  proprio. Diceva un saggio, da cui ho molto appreso, che in ogni malattia vi sono tre possibili esiti: la guarigione, la cronicizzazione e la morte, come del resto risulta da qualsiasi cartella clinica. E ci vale per ogni campo della patologia, anche per quello della patologia mentale, o psicogena. Solo che in questi ultimi casi la morte arriva di solito sotto la forma del suicidio.
Ma che cosa c'entrano gli psicoanalisti? C'entrano, e come! Perch bisogna avere il coraggio di riconoscere che la vocazione psicoanalitica  essa stessa una vocazione nevrotica. Ma s! Senza qualche elemento nevrotico, uno non si sogna di fare questo mestiere: fa l'industriale, l'impiegato, un lavoro qualsiasi, qualunque cosa, ma non lo psicoanalista! Occorre avere una certa identit di natura con i propri pazienti: anzi tutto per poterli sopportare; e poi per poter continuamente identificarsi con loro, per poter rivivere le loro situazioni, per poter guarire - se  il caso - s, anche guarire con loro.
E se gli psicoanalisti sono nevrotici in partenza, dovrebbero correre gli stessi rischi dei pazienti. E di fatti, nei primi tempi della psicoanalisi era proprio cos. Il numero dei suicidi fra i pi antichi allievi di Freud  elevatissimo. Di molti non si  saputo neppure, solo perch le cose venivano sottaciute; ma la verit  questa.
Attualmente assai meno. Qualche caso c' naturalmente, ma in una misura che non supera la media dei suicidi nella classe sociale alla quale gli psicoanalisti appartengono. Anzi, restiamo forse sotto la media.
Il perch  presto detto. Oggi diventare analisti veri (non quelli fasulli che nascono come funghi, ma non sono schedati e sfuggono ad ogni indagine)  assai pi complicato di una volta. Individui con una motivazione insufficiente o sospetta, o con gravi disturbi, non vengono accettati come allievi dagli organismi seri di insegnamento. Ci sembra contrastare con l'affermazione precedente, per cui un pizzico di patologia sarebbe necessario per la scelta professionale. Ma  una questione di dosaggio.
E poi, quella analisi didattica di cui Freud parl fin dalle origini, ma che all'inizio era qualche cosa di molto sommario,  divenuta ora una impresa pesante e prolungata.
Gli psicoanalisti moderni, quelli effettivamente preparati, possono perci considerarsi vaccinati. Vaccinati nel vero senso della parola: perch la loro nevrosi (necessaria dunque per la scelta professionale) debbono viverla nell'analisi a cui si sottopongono: che viene detta per tradizione didattica, ma in realt  una analisi comune, condotta da un analista particolarmente esperto. Ed  questa una vaccinazione efficace, anche per quanto riguarda il problema del suicidio. L'attivit analitica, poi, che il nuovo analista svolge sopra i propri pazienti,  come una continua rivaccinazione di richiamo.
Perci il lettore, per quanto mi riguarda, non abbia preoccupazioni. Non mi uccider, lo giuro.



Quella volta che mi innamorai di mia nonna

Si sa che esistono molte specie di amore. Io intendo qui riferirmi al normale amore fra un uomo ed una donna, escludendo perci senz'altro la generica simpatia umana, ed amicizia, fra due persone e non considerando tuttavia nemmeno quei pur naturali sviluppi, ai quali - quando le circostanze d'ordine personale, sociale, di et, l'assenza di netti contrasti con altri legami affettivi lo consentono - conduce in genere l'amore fra un uomo e una donna normali.
Amore platonico dunque? Non direi neppure. Piuttosto qualche cosa come affinit elettiva, prescindendo da ogni possibile sviluppo sul piano della realt. E questo anche perch l'argomento che ho in mente non  propriamente l'amore, ma l'innamoramento.
L'innamoramento  un inizio, un accendersi.
Ma neppure inizio va bene. Ci che intendo  s qualche cosa  di improvviso, che un attimo prima non c'era, e un momento dopo ha la sua piena realt. Ma non in forma prospettica, programmatica, di attesa. Una situazione che non ha (o per lo meno non ha necessariamente)  un domani, ma invece un passato: in certo modo tutto il passato.
Nel senso di un improvviso riconoscersi: due persone, prima estranee, magari sconosciute l'una all'altra, le quali ad un tratto hanno la certezza che da sempre ci sia stato un legame che le univa.
Coup de foudre andrebbe bene? S, perch indica il subitaneo contatto, lo scoccare di una scintilla (da cui nasce proprio quel senso di accadimento magico). Esprime tuttavia soltanto il subitaneo. Non dice ci che  l'essenza della situazione: "Io ti ho sempre conosciuta, siamo stati sempre insieme, dal principio dei secoli. Ed  in definitiva superfluo perfino che mi racconti i particolari della tua vita; e se me li racconti, magari non ti sto neanche a sentire, in quanto si tratterebbe sopra tutto di cose che ti sono arrivate dal di fuori, mentre quello che ho riconosciuto in te  la tua anima." (Accidenti! Mi tocca dire anima, a me che all'anima non credo!) "Ma s: il tuo modo di sentire e vivere le cose. Qualunque sia il viaggio con cui tu arrivi, da dovunque tu venga, sono sempre stato con te: anche quando, al caso, per ragione di et, sembra che i conti non possano assolutamente tornare.
"E abbiamo un linguaggio segreto, un linguaggio non fatto di parole, cosicch gli altri non sentono e non capiscono. Gli altri: i quali possono benissimo essere persone assai vicine e amate, e con cui abbiamo una confidenza assoluta, cos che non vi  difficolt a raccontare loro quello che ci  capitato. Ma sul piano dei discorsi comuni, cos come si raccontano normalmente le vicende della vita, non con quella magica comunicazione che fra noi si  in un attimo stabilita. Questa, s, bisogna confessarlo,  soltanto nostra."
D'altronde non esiste esclusivit. Bench ci sia indubbiamente un accento amoroso in tali rapporti improvvisi,  possibile - proprio perch non hanno un avvenire - che si ripetano (anche se non troppo frequentemente) con varie differenti successive persone.
Ecco: io sono un vecchio professore di psicologia, ed ho ora l'obbligo di definire scientificamente (ah, come stona questa parola: scientificamente) la natura di questo misterioso contatto, e di questo intendersi; ed insieme di paragonarlo al modo normale - da persone civili, educate, colte e bennate - di comunicare.
Forse si tratta di ci che avveniva fra i nostri progenitori animali, privi ancora dello strumento verbale, della parola, la quale oggi ci distingue dagli animali stessi, e ci fa dominatori del nostro globo e dei suoi abitatori.
Anche gli animali dei nostri giorni posseggono mezzi di reciproca comunicazione non verbale. Modi di intendersi senza bisogno di parole, ma solo attraverso atteggiamenti, o l'emissione di suoni: non per trasmettere concetti e pensieri, ma per lanciare messaggi e propagare situazioni emotive: paure, entusiasmi, desideri, inviti a determinati comportamenti, minacce o lusinghe. Cos possono fra loro capirsi, ed in un modo pi semplice ed immediato di quanto noi facciamo con parole e discorsi.
S. Forse quelle intese, diciamo pure amorose (nel senso specifico che ho cercato di precisare), le quali si verificano fra un uomo ed una donna (e dir cos perch solo con donne mi  capitato, ma se si pensa a Morte a Venezia, come l'ha realizzata Visconti ad esempio, non si dovrebbe introdurre questa limitazione), quelle intese amorose, dunque, rientrano nelle modalit arcaiche di comunicazione, proprie di una vita comunitaria preverbale.
A questo punto  necessario scendere nel concreto, e rifarsi a qualche esempio.
Narrer intanto un episodio personale remoto: caratterizzato dal fatto di essere una situazione per cos dire pura, in vitro: perch si riferisce ad una persona che ho veduta una unica volta, e per il breve tempo di quella che pu venire indicata come una "serata in societ".
La seconda guerra mondiale e la lotta di liberazione erano terminate da poco. Eravamo dunque, o sul finire del 1945 o ai primi del '46. Andai una sera a trovare un mio cognato, professore al Politecnico di Milano, e sua moglie. Oltre a loro era presente soltanto un'altra coppia: un ingegnere, appartenente ad una famiglia assai nota a Milano e rappresentativa della grande industria, con la consorte.
I discorsi si aggiravano intorno alla situazione politica e sulle immediate prospettive che si presentavano per il paese.
Mio cognato, durante il ventennio, si era sempre mostrato infastidito dalle grossolanit e dagli aspetti buffoneschi del regime, e si rendeva ora conto delle responsabilit del fascismo nei confronti della situazione drammatica a cui il paese era stato condotto. Tuttavia per tradizione familiare e per propria natura era un conservatore. Tanto che lo stesso fastidio datogli dal fascismo era in parte alimentato proprio da questa mentalit conservatrice: la rivoluzione fascista aveva avuto caratteri pagliacceschi, ma, ahim, era pur sempre stata, conformemente alla mentalit del suo capo, una rivoluzione.
Conservatore non poteva non essere, nel suo ruolo di grande industriale, l'ospite presente.
Era un'epoca difficile, come lo  del resto anche l'attuale. Ed i discorsi che si facevano nel salotto di mio cognato, come altrove, si riferivano a ci che ci riserbava l'avvenire.
Dato l'ambiente cercavo di sottrarmi ad una discussione approfondita, e - pur non dissimulando le mie simpatie per l'affermarsi delle forze popolari e progressiste cercavo di non lasciarmi invischiare in discussioni inutili. Mi limitai ad alcune caute considerazioni, non tanto come uomo di parte, quanto come studioso di psicologia, interessato ai fenomeni sociali.
Fui egualmente attaccato dai due uomini, i quali si valsero di tutti i luoghi comuni a disposizione di quanti temono sempre i mutamenti e la strada dell'avvenire.
Fu allora che, alzando gli occhi, incrociai per un momento lo sguardo della moglie dell'industriale, la quale era rimasta fino allora silenziosa. Fu un attimo, ma ci siamo intesi.
Non solo essa mi disse, nella frazione di secondo che dur quello sguardo, che era dalla mia parte e condivideva il mio giudizio sulle argomentazioni dei miei antagonisti, ma una quantit di altre cose. Al momento non avrei saputo neppure elencarle.
Di lei non sapevo alcunch, ma era come se la conoscessi perfettamente.
Pi tardi ebbi occasione di informarmi, e mi convinsi che doveva esserci una giustificazione obiettiva, perch io me la sentissi vicina. C'erano di fatto le condizioni per cui lei avrebbe potuto essere una mia antica collega di studi, oppure una simpatica conoscenza di villeggiatura con cui si son fatte lunghe chiacchierate in libert, oppure anche una lontanissima parente con qualche tradizione comune. Situazioni di questo genere avrebbero potuto determinare una intimit, tale da generare un'intesa.
Ma, come ho detto, ci fu quello sguardo soltanto.
Uscimmo insieme dalla casa di mio cognato; ed io per un breve tratto di strada accompagnai a piedi la coppia, che aveva la propria abitazione poco distante. Il marito ovviamente non sapeva che fra sua moglie e me si era stabilito un legame segreto.
Ed era un legame reciproco. Seppi infatti pi tardi, per via del tutto incidentale, che per parecchi anni, quando capitava che io tenessi una conferenza, o un dibattito, o un discorso, questa signora (che non avrei assolutamente riconosciuta, n in quegli anni n dopo, perch l'immagine del suo volto, veduto soltanto quella sera, non mi  rimasta impressa) veniva abitualmente ad ascoltarmi. E la cosa mi fu riferita, in ragione del fatto che, data la sua posizione sociale e l'ambiente al quale apparteneva, questo interesse (era presente sia alle mie conferenze scientifiche che ai discorsi politici) per la mia persona, che allora era meno nota di quanto lo sia divenuta in seguito, appariva, a chi ci conosceva entrambi, un fatto strano.
Un legame nato da una sola occhiata d'intesa. Un incontro di sguardi, non - si badi - una strizzatina d'occhio. Ci fosse stata quest'ultima, tutto sarebbe stato diverso. Il legame si sarebbe fermato alla frase, o alle frasi dette dai miei oppositori. Mentre l'incontro dello sguardo ha avuto un assai pi ampio significato. In quel microsecondo ci siamo detti: "Non sappiamo se e dove i nostri destini si sono incrociati; se in questa vita, o in un'altra (per chi a quest'altra volesse credere), ma comunque ci conosciamo da sempre. E abbiamo un elemento in comune, nel profondo della nostra persona. Qualunque cosa ci accada, o ci riservi il destino, questo elemento continuer ad accompagnarci."
Potrei portare molti altri esempi. Desidero per parlare dell'amore segreto fra me e mia nonna paterna, la nonna Adele. L'altra, quella materna, fu una cara persona a cui ho voluto bene. Ma - come posso dire? - una nonna normale.
Con la nonna Adele ho vissuto di pi. Era colta e di molto ingegno. La educazione ricevuta e la sua mentalit erano conformi ad un certo tipo di tradizione ebraica: per cui la donna non doveva mai apparire pubblicamente, essendo soltanto l'uomo il rappresentante della famiglia, il soggetto dei rapporti sociali, ed anche colui a cui spettava svolgere attivit di culto religioso. La donna, la madre e la nonna, aveva l'essenziale compito di trasmettere ai figli ed ai nipoti i costumi, le abitudini, i principi tradizionali, le cognizioni stesse della religione e i valori morali che ne discendevano.
Malgrado questo concetto del non esporsi pubblicamente, mia nonna era la vera dominatrice spirituale in famiglia. Questa era una entit assai estesa, comprendente, con suo marito ovviamente, i gruppi familiari dei tre figli, di una nipote orfana allevata anch'essa come figlia, e del cognato (il fratello del marito), che a sua volta aveva tutta una propria discendenza. Questo insieme di circa trenta persone abitava a Venezia in case contigue, per cui, pi che una famiglia o un gruppo di famiglie, costituiva un vero e proprio clan.
Su tale clan mia nonna esercitava un'influenza determinante: parca di parole, e tuttavia capace di sentenze spesso benevole, ma talora anche taglienti, dominava, con la sua persona minuta e il suo aspetto severo, incutendo soggezione a ognuno in questa congerie di discendenti e di parenti acquisiti; ma intimidendo anche gli estranei che ci frequentavano.
Rammento che quando noi cuginetti eravamo ancora bambini, la frase "G dito la nona" (Lo ha detto la nonna) poneva senz'altro termine ad ognuna delle nostre discussioni; che riguardavano: se fare un determinato gioco, od un altro, e (quando si era in campagna nella casa dei nonni, tutti riuniti) se uscire all'aperto in giardino cos come eravamo, o indossare la mantellina di loden col cappuccio, e via dicendo.
So, o per meglio dire ho compreso pi tardi, di essere stato la fonte di un grave dolore per lei. Perch, fra tanti cugini, ero il figlio maggiore del suo unico rampollo maschio, e dunque, diciamo cos, il principe ereditario: a cui sarebbe spettato, sul piano religioso, assumere il compito di futuro capofamiglia. Ma i miei genitori mi davano una educazione integralmente e fermamente laica. E inoltre ero figlio di una gneral, cio di una straniera, ossia di una non ebrea, e perci - secondo i canoni dell'ebraismo ortodosso - non potevo neppure essere considerato ebreo. Cos che non ero per nulla idoneo ad assumere il ruolo che mi sarebbe spettato.
Mia nonna per non mi fece mai pesare tale situazione, ed anzi mi protesse contro tutti fin da quando ero piccino.
Ricordo assai bene. Non ero un bambino che desse soddisfazioni. Crebbi molto a stento ed ero tardo a svilupparmi intellettualmente. Mio padre, che aveva molto affetto per me, ma era incline a convertire in ischerzo anche le cose spiacevoli (e questa tendenza l'ho ereditata da lui, anch'io) mi insegnava poesiole nelle quali io stesso ero beffeggiato. Cos mi faceva, ad esempio, dire: "Mi son un povaro giopo, che no capisse gnente" (Io sono un povero gioppino, che non comprende nulla). Quando mia nonna mi sent, riprese seccamente mio padre: "Non si fanno dire cose simili ad un bambino". S, ricordo perfettamente la scena.
Ora mi riesce difficile immedesimarmi nella mentalit che avevo durante l'infanzia. Ma posso affermare che, anche col progredir degli anni, accettavo - con naturalezza e senza affatto preoccuparmi - di essere un bambino, ed anche un ragazzino, arretrato rispetto agli altri. Insomma meno rapido nel capire e meno scaltro anche di mio fratello, di tre anni pi giovane, e che era uno sveltone ed un furbastro, senza alcuna voglia di studiare, ma con un piglio, fin da piccolo, da poter arrivare dove avesse voluto. Cos, credo, sarebbe certamente stato, se egli non fosse morto a soli venti anni.
Ero sempre incantato. Costantemente assente. Un giorno una mia zia, che pure ha avuto molto affetto per me. disse in presenza di mia nonna: "El me par un fi sempio, sto putlo" (Mi sembra un poco stupido questo bambino). Mia nonna la ferm bruscamente: "No, el pensa" (No, sta pensando).
S, pure questa scena ricordo in modo esatto, perch lasci strascichi. Anche quando sono stato adulto, se mi distraevo dalla realt, inseguendo qualche pensiero, i miei genitori impazientiti, con riferimento all'episodio della zia e della nonna, mi dicevano per burla: "El pensa, el pensa".
Quando ebbi tredici anni, et in cui i giovanetti ebrei diventano maggiorenni e vengono preparati culturalmente per prendere parte all'attivit religiosa a cui sono ammessi, mia nonna fece un ultimo timido tentativo. Chiese a mio padre - non di darmi insegnamenti religiosi, dato che la decisione dei miei genitori di mantenere laica la mia educazione non era revocabile - ma che le consentissero almeno di insegnarmi la lingua e la scrittura ebraica. "A scopo puramente culturale - aggiungeva la nonna, - cos come gli ho insegnato un po' di francese." Essa infatti era solita dar lezioni di francese e di ebraico individualmente a tutti i nipoti. Questo i miei non potevano rifiutarle.
Lezioni di ebraico con metodi moderni. La nonna tent di usare i sistemi della Berlitz School, posto che le erano interdette le Sacre scritture e i testi delle preghiere. Non so se in Israele, con gli ebrei che negli anni seguenti sono arrivati da ogni parte del mondo senza conoscere l'ebraico parlato, e dovendo apprenderlo rapidamente, si siano adoperati metodi analoghi a quelli che mia nonna voleva usare con me. Ma con me fu un disastro. Perch contemporaneamente a queste lezioni della nonna, io cominciai il greco in ginnasio. E fra Alf, Bel, Ghimel e Alfa, Beta, Gamma, feci una confusione del diavolo.
Dovetti smettere di andare a lezione di ebraico. Tuttavia avevo conosciuto meglio mia nonna, e cominciai a vederla non pi quale dispensatrice di ordini e suprema autorit del nostro gruppo di famiglie. Ma come persona. E due o tre anni dopo, quando ero ormai in liceo, iniziai con lei un nuovo rapporto personale, un rapporto a due.
Giocavo qualche volta a scacchi con lei. Usavamo una scacchiera enorme, con pezzi pure giganteschi. Perch essa li vedeva poco.
Mi raccont della sua infanzia: di quando, a cinque anni, era stata, a Brescia, rinchiusa in cantina, durante le dieci giornate, mentre dal Castello le artiglierie austriache sparavano sulla citt. E quando, dieci anni pi tardi a Milano, un soldato francese, che stava affilando la propria baionetta, le disse: "Cela entre comme dans le beurre", lasciandola in preda a sgomento ed orrore.
Non mi trovavo allora in grado di darle una interpretazione psicoanalitica; ma mi rimase impressa questa scena della adolescente quindicenne, posta bruscamente di fronte alla immagine della brutalit maschile e della violenza omicida.
Aveva scritto varie poesie, quando era giovanetta, di argomento per lo pi patriottico. Erano state pubblicate su vari giornaletti: anonime tuttavia e firmate "Una fanciulla lombarda", sempre per il principio che non sta bene che una donna, giovane o non pi giovane, si esponga col proprio nome al giudizio del pubblico.
Continu a scrivere versi e composizioni in prosa, pure se con minore frequenza, anche in seguito, quando fu madre e poi nonna, in occasione di avvenimenti familiari o pubblici. Tanto gli scritti giovanili quanto quelli successivi furono raccolti e fatti stampare, da mio nonno, poco prima che essa morisse, in un opuscolo senza nome, intitolato Pagine di una ignota: opuscolo che fu distribuito a parenti ed amici.
Solo a costoro quei versi e quei brani di prosa potevano interessare: non per un loro valore letterario, ma perch consentivano di meglio ricostruire la personalit di questa mia nonna. Alla quale, nel 1914 e '15, quando lei aveva circa settant'anni ed io su per gi diciotto, mi sentii progressivamente sempre pi legato.
Non ci fu naturalmente con la nonna l'incontro dello sguardo, di cui ho detto all'inizio. Non ce n'era bisogno. Ma io di mia nonna mi innamorai veramente.
Mi innamorai nel senso che ho gi descritto. Malgrado la differenza, non direi neppure di et, ma di epoca. Diversa la educazione ricevuta, diverso lo stesso ambiente di crescita. Era stata abituata a dare del lei al padre ed allo zio, divenuto tutore dopo che era rimasta precocemente orfana anche del genitore: la madre era morta di parto, quando lei aveva un anno.
Era stata educata come si usava nelle ricche famiglie ebraiche dell'ottocento, da poco uscite dai ghetti, ma gi entrate a far parte di un mondo benestante e dominante.
Sotto la sorveglianza di una governante, con istitutrici e professori vari - sempre in casa, ben s'intende - aveva appreso la letteratura italiana, la storia, le lingue e le letterature straniere, il pianoforte, la danza, il ricamo, e le maniere di governare una casa e di comportarsi in societ.
Come ho detto, aveva assistito alle guerre di indipendenza, coltivando sentimenti patriottici, monarchici e savoiardi. Aveva sposato mio nonno, a lei prima sconosciuto, ma che era stato scelto dallo zio tutore. Il viaggio di nozze lo aveva fatto a Firenze, capitale provvisoria del Regno, stabilendosi poi a Venezia, da poco liberata dalla dominazione austriaca - dove il marito aveva casa e svolgeva la propria attivit - ed instaurando quella sua autorit sulla famiglia e la parentela, di cui sopra ho parlato.
Ma in questa impalcatura, antiquata e tradizionalista, che avrebbe dovuto interessarmi tutt'al pi come curiosit storica, c'erano venature e fermenti di altra specie.
Intanto lo stesso problema religioso. Era molto legata alle tradizioni ebraiche. Ma in un modo, direi, non bigotto. Il Koscert, cio l'insieme dei principi e delle limitazioni riguardanti il cibo, era osservato in casa sua senza le rigidit ossessive che esistono presso altri ebrei osservanti. E quei principi erano trattati da lei alla stregua di norme igieniche, o di usi tradizionali.
Cos era per la celebrazione delle varie festivit, di cui essa sottolineava il carattere commemorativo di avvenimenti storici riguardanti il popolo ebraico.
Il sentimento nazionale ebraico era in lei particolarmente accentuato, analogamente a quello che durante la sua giovinezza, nel periodo risorgimentale, era stato il patriottismo italiano. Ma - come appare anche leggendo le sue poesie non nel senso di affermazione di un primato o di una competizione verso le altre nazioni nel mondo, ma come emancipazione da una servit nei confronti di stati o popoli diversi.
Cos sentiva il problema ebraico. Fu sionista. E in modo attivo, giacch  stata fra coloro che hanno fondato il movimento sionista in Italia; ed era in corrispondenza con Teodoro Herzl. Questi venne una volta a Venezia a cena a casa sua; ed ero presente anch'io, bench fossi un bambinello, perch, senza naturalmente che capissi nulla, fui da lei mandato a prendere urgentemente, nella nostra abitazione, che era al piano superiore all'appartamento dei nonni, per far da quattordicesimo, dato che si erano trovati in tredici a tavola. Tuttavia il sionismo allora, all'inizio del secolo, era aspirazione ad una liberazione degli ebrei, sopra tutto russi e polacchi, angariati dalle autorit e malvisti dalle popolazioni, e la ricerca di un posto nel mondo per loro. Per loro e per tutti gli ebrei della diaspora che, nel pensiero profetico di mia nonna - anche l dove non vi era pi, come in Italia, traccia alcuna di antisemitismo - avrebbero potuto improvvisamente divenire oggetto di persecuzione.
Un certo orgoglio nazionale ebraico esisteva indubbiamente in lei. Ma senza fanatismi ed inserito in una visione aperta della poliedrica realt plurinazionale degli uomini. Congiunta questa ad una comprensione per ogni movimento di liberazione e di progresso sociale. Fra le sue poesie ve n' una - dedicata a suo figlio, a mio padre dunque - datata 1882, in cui viene prospettata, nell'avvenire, una emancipazione dell'umanit da ogni forma di sfruttamento e di schiavit economica.
Questa era dunque, nel suo profondo, mia nonna, al di l del suo aspetto di dama austera, ligia alle tradizioni, e del tutto inserita nel mondo benestante a cui apparteneva. Sono stati questi aspetti umani e moderni della sua persona, che mi hanno fatto sentire la sua vicinanza. Fu un processo progressivo certamente, perch anch'io stavo crescendo; ma me ne sono reso conto improvvisamente. S, anche se la cosa fa ridere, mi sono innamorato di mia nonna. Tendevo a ricostruire in me quella che mi appariva una sua lunga vita, durante la quale, orfana, aveva dovuto farsi da s, giacch precettori e professori, istitutrici e maestre, possono averle fornito qualche base culturale, ma non la formazione spirituale.
La fedelt alla tradizione ebraica mi apparve un semplice elemento poetico, a cui ci si poteva accostare senza restarne contagiati. Avevo letto allora le poesie di Daniel Halvy, pubblicate nei Cahiers de la quinzaine di Charles Pguy, intitolate coute Isral (le due prime parole della preghiera pi comune fra gli ebrei), e tradussi quelle poesie in versi italiani per lei. Sarebbe stato molto pi semplice e proficuo acquistare il libro di Halvy in francese e portarglielo in omaggio. Ma il mio era un maldestro comportamento da adolescente innamorato.
Era il biennio 1914-1915.
Nel '16 fui chiamato sotto le armi, e andai poi, come dice la canzone, "su pei monti a guerreggiar".
Tornai libero soltanto un anno dopo la fine della guerra, al principio del 1920, e mi stabilii a Padova per finire gli studi universitari.
Da Padova facevo frequenti visite a Venezia, dove stavano i nonni, mentre i miei si erano trasferiti a Roma.
Trovai la nonna assai pi fragile, con la vista quasi completamente compromessa e persistenti ed acuti dolori nella regione renale, dolori la cui natura non fu mai diagnosticata con precisione. Ma eravamo ancora in un'epoca, durante la quale - per la mancanza di mezzi diagnostici e terapeutici, per un certo riserbo a nominare cose che fanno paura e contro cui si era impotenti, e infine per la persuasione che la gente anziana deve pure in un modo o nell'altro morire - i medici erano restii ad enunciare diagnosi precise.
Credo di sapere di che cosa  morta mia nonna. Ma allora non fu detto.
Una sera, mentre mi trovavo a Venezia, essa era alzata ma con forti dolori. Disse: " ora di far fagotto". Ed intendeva riferirsi alla propria fine. Fu l'ultima volta che la vidi viva.
Pochi giorni dopo, poich avevo avvertito che sarei arrivato a Venezia a mezzogiorno, mand a chiamare al mattino presto la cuoca, e, dicendole che ci sarei stato io a colazione, ordin che mi preparasse certi cibi che sapeva a me graditi.
Spir prima del mio arrivo. Cos mi trovai a consumare il pasto ordinato da lei appositamente per me, quando lei non era pi in vita.
Non io soltanto mi ero in certo modo innamorato di mia nonna. Perch sono stato ricambiato. Ne ho la certezza.
Non se n'abbiano a male i pochi cugini superstiti, se dovessero leggere ci che qui scrivo. Ma non ho dubbi sul fatto di essere stato il nipote prediletto.
Non che lei lo abbia mai affermato o fatto trapelare. sarebbe stato del tutto contrario ai principi con cui ha retto, durante la vita, l'intera grande famiglia. Tutti dovevano essere eguali. Anche mia madre, la non ebrea, la straniera (che era stata accolta fin da principio come una figlia) fu trattata alla pari delle mie zie. E noi cugini pure. Nel suo testamento gli oggetti lasciati in ricordo ai nipoti furono dosati in modo che non esistessero differenze, e le parole scritte per ognuno portavano la stessa impronta.
Ma io so: so per quel rapporto segreto ed inespresso, che fra noi esisteva.
Potrebbe sembrar strano ed arbitrario che io colleghi questo mio rapporto amoroso nei confronti di mia nonna agli altri di cui ho parlato. Strano se si considerano le relazioni esteriori, ma comprensibile invece, ritengo, se si tiene conto di quei caratteri che ho descritto in principio. E cio che si tratta di una concordanza spirituale, riguardante la natura profonda della persona, e non del programmare alcunch.
Certo se penso che ho potuto innamorarmi a questo modo (essendone ricambiato) di varie donne, le quali sono nate anche alla distanza, l'una dall'altra, di oltre un secolo, faccio paura a me stesso; e mi par d'essere un mostro, un terrificante barbablu fiabesco.
Nulla ci sarebbe di strano per quanto riguarda soltanto me stesso, se non ci fosse stata cio la corresponsione da parte di queste donne che ho amate.
Quanti uomini infatti, avendo letto Guerra e pace, non si sono innamorati di Natascia? E di tante altre figure femminili che i grandi scrittori ci hanno descritto? Oppure di determinati personaggi storici? Una volta, durante una crociera natalizia a Madera, ho conosciuto sulla nave una anziana signora, per met svizzera e per met francese, un po' svanita di mente, ma tuttavia simpatica e con la quale si poteva parlare molto affabilmente. Mi confid di essere innamorata di Bakunin. Innamorata senza averlo mai veduto n conosciuto; ma soltanto sulla base del ricordo di una lapide, in memoria di un nichilista russo morto in esilio, da lei veduta quando era bambina: lapide che le aveva lasciato una profonda impressione, cosicch sapeva dopo tanti anni ripeterne il testo.
Tuttavia sono amori senza corresponsione. I casi a cui mi sono riferito, e ai quali appartengono anche quelli descritti, che riguardano la mia persona, sono diversi. In essi - con lo sguardo d'intesa o senza tale sguardo - la fiammata d'amore ha avuto una risposta d'assenso: che ha stabilito un persistente legame bilaterale.
Certamente rimangono aperti sul piano psicologico grossi quesiti. E dal momento che di questi miei rapporti segreti ho parlato, a tali quesiti debbo pur rispondere.
Ho insistito all'inizio dicendo che si tratta di amori proiettati verso il passato. A cui non corrisponde alcun proposito, programma, o aspirazione riguardante il futuro. Ho pure affermato che - consentendolo le circostanze questo futuro potrebbe anche prodursi. Ma ci tuttavia non  previsto, e avviene raramente, in quanto la situazione  incompatibile con i normali rapporti affettivi della nostra comune vita reale.
Ma allora che specie di amore  questo?
Qui sono costretto a parlare come tecnico.
Deve esserci un fattore specifico che in queste situazioni sospinge il rapporto amoroso verso il passato, escludendolo, in genere, dal futuro.
Se ho detto all'inizio che - consentendolo le circostanze - tale specie d'amore potrebbe anche condurre ad una integralit di vita amorosa in comune,  stato sopra tutto perch non apparisse superficiale, attenuato, il carattere - che  invece intenso, essenziale - di questo tipo di rapporto. Di fatto per, ripeto, quella soluzione si verifica raramente.
La ragione  che si tratta di rapporti di un tipo in qualche modo incestuoso.
Il riconoscersi all'improvviso, questo intendersi, e l'impressione di aver sempre saputo tutto l'uno dell'altro, senza bisogno di raccontarlo,  proprio l'espressione di un carattere sororale della relazione che si  istituita.
Ho narrato due casi personali, che sono in certo modo situazioni limite. Per quanto riguarda mia nonna non si pu ovviamente neppure parlare di sororalit. Si tratta semplicemente di uno specifico rapporto edipico. Ma pure in ogni altra vicenda di questo tipo  sempre presente un certo elemento incestuoso.
Per questo generalmente l'amore si ferma e rimane orientato al passato; come se qualche cosa lo tenesse in bilico: "Ti amo, ti ho sempre amata, ed il mio amore  reale e profondo. Ma deve restare cos. Perch noi due in qualche modo apparteniamo ad uno stesso ceppo, o comunque siamo fatti di una comune stoffa umana. E la atavica legge esogamica ci impone di non varcare il limite, il tab, dell'incesto".



Vaghe stelle dell'Orsa

Era una signora di mezza et, ancora piacente. Mi disse subito di sentirsi molto depressa, e di aver pensato di rivolgersi a me, dato che mi aveva veduto in Tv, e ne aveva tratto un senso di fiducia.
Per la faccia caratteristica dei depressi, lei non la presentava. Anzi sembrava capace di un certo brio, e ispirava simpatia. Le chiesi se c'erano motivi che potevano spiegare la sua depressione. Mi raccont allora la sua storia.
Le avevano riscontrato qualche cosa di sospetto in un'ovaia, e il ginecologo le aveva consigliato di fare un'operazione radicale. Aveva detto: - Signora, lei si sta avviando alla cinquantina, e quindi  in una fase di imminente menopausa. Che cosa se ne fa pi del suo utero? Togliamo tutto, cos lei pu stare tranquilla -. - Ma si pu ancora avere rapporti con l'uomo? - - Certo! Anzi, lei non avr pi preoccupazioni di sorta. Insomma non facciamo che anticipare di qualche anno la menopausa. - Cos lei aveva seguito il consiglio del ginecologo, e si era sottoposta alla isterectomia. Tutto era andato bene. Ma le era venuta addosso questa depressione. - Aveva ragione il ginecologo. In realt non vi  nulla di cambiato. Ed io poi non avrei assolutamente desiderato di restare incinta... anche se, data la mia et, era una cosa praticamente improbabile. Ma l'idea di non avere pi..., come dire?, la mia femminilit - anche se gi da prima era soltanto qualche cosa di apparente, di fittizio - mi ha sconvolto, e gettato in una cupa depressione.  infantile, lo capisco, ma da allora sono passati sei mesi, ed io non sono pi la stessa. Non mi interesso a nulla. Insomma sono molto infelice.
- Capisco, - le risposi, - guardi per che lei non  una vera depressa, una melanconica, nel senso clinico della parola. Direi piuttosto che lei si trova in una fase di lutto. Ha subito una perdita, che sul piano affettivo sente molto pi grave di quanto dovrebbe essere giudicata da un punto di vista puramente razionale. Non credo di poterla aiutare con l'analisi. Perch la perdita che lei ha subito  una perdita reale.
- Ma se mi metto a ragionare, non posso che dar ragione al mio medico. Tutto  rimasto come prima. Non ci sarebbe motivo di mettersi in lutto, come dice lei.
- Gi, per veda, qui la logica non funziona, o per lo meno non funziona quella ordinaria, ma una logica diversa. Le voglio anzi raccontare una cosa che ora mi viene in mente. Molti anni fa quand'ero assistente all'universit, passavo spesso la sera con un gruppo di giovani medici. Ve n'era uno, fra gli altri, chirurgo, che si era specializzato in operazioni all'apparato genitale, maschile e femminile. Era un po' cinico, come sono in genere i chirurghi, anche quelli che si dedicano ad una chirurgia minore (minore per loro, non per i pazienti, poveracci, che si fanno tagliuzzare e portar via parti del corpo). Bene, questo collega raccont che, quando doveva operare un paziente, affetto ad esempio da una forma tubercolare ai testicoli, asportava gli organi ammalati, ma al loro posto collocava delle pallottole di vetro. In tal modo, il paziente, pur consapevole dell'operazione subita, aveva l'impressione che nella zona operata ci fosse ancora qualche cosa di equivalente a ci che era stato tolto.
- E funzionavano anche... le palline di vetro, come gli organi asportati?
- Eh no, signora. Mica si pu sostituire un testicolo con una pallina. L'individuo restava evirato, ma... (e la cosa psicologicamente risultava molto importante e pacificante), da un punto di vista esteriore, di fronte a se stesso, soltanto di fronte a se stesso, poteva illudersi di essere, s, in certo modo, integro. Proprio come lei, signora. Anzi, mi scusi, lei si trova in condizioni assai privilegiate rispetto a quei poveracci.
- S, s, non dico. Un uomo che venga con me, forse non si accorge di nulla. Ma, dentro di me, nel mio spirito, mi sento minorata.
- Certo, lei ha subito indubbiamente una perdita. Per anche ad una donna che entra in menopausa, succede all'incirca la stessa cosa. Mi ricordo di una vicenda riguardante una mia antica paziente, presso a poco della sua et. Una cara e brava signora. Era divisa dal marito; non divisa legalmente, perch anzi in societ si facevano vedere qualche volta insieme, ma divisa di fatto, giacch ciascuno aveva la propria abitazione distinta. Sul piano affettivo lei aveva una relazione con un signore sposato e padre di famiglia; e lui per conto proprio faceva lo scapolone con molte donne che si alternavano. Il tutto si svolgeva, per cos dire, nell'ombra: il marito fingeva di ignorare che la signora avesse una relazione stabile che durava ormai da molti anni; e la signora non dava importanza alle avventure del marito: anzi era particolarmente gentile, premurosa, ed anche grata, a queste varie donne che rallegravano la vita del proprio consorte: che lei rispettava come marito ufficiale, bench fosse totalmente legata al suo compagno attuale, che era il suo vero uomo. Un giorno la signora venne da me disperata. Aveva un preoccupante ritardo mestruale, e si era messa in mente di essere incinta: - Sarebbe un disastro tremendo, - diceva fra le lagrime. - Non si potrebbe pi andare avanti come abbiamo fatto finora. Perch mio marito, n potrebbe pi fingere di non sapere che ho un altro uomo, n potrebbe ignorare il bambino. Dovrebbe fare il disconoscimento di paternit, e sarebbe uno scandalo. E d'altra parte come reagirebbe la moglie del mio amico? Diventerebbe furibonda, e i suoi figli con lei. Cos il tenue equilibrio su cui si regge la nostra equivoca situazione andrebbe a catafascio. - Cercai di calmarla: - Intanto non  detto che lei sia incinta. Occorre fare gli esami - - E come si fa? - - Oh,  semplice. Porti una boccetta d'orina, mettendoci un nome convenzionale, al dottore che le indico, e che  un medico di ospedale. Io lo avverto telefonicamente; e fra qualche giorno avr la risposta, senza che lei si esponga.
Cos  stato fatto. L'esito fu negativo; ed io, quando la signora ritorn da me, glielo annunciai trionfante, con la illusione che si sentisse sollevata dalla sua angoscia. Invece... scoppi in lagrime. - Io ci avevo gi fatto un pensiero. Mi pareva di aspettare un bambino, ed ero felice. Invece no! Era la menopausa, ed io bambini non ne potr pi avere. E gi a piangere.
Dovetti consolarla, questa volta, perch non era rimasta incinta, dopo averla consolata la settimana prima per la presunta gravidanza.
- Vede come sono complicate le cose, signora! E come ogni donna, anche quando la ragione dovrebbe escludere che persistano velleit di maternit, si sente frustrata, quando la possibilit di una maternit viene a cessare? Per questo io la comprendo bene. Lei non aveva alcuna intenzione di utilizzare le sue residue capacit procreative (come la signora di cui le ho narrato la storia), ma sapere che questa capacit le  stata tolta, con un atto di violenza sul suo corpo, atto che ha indubbiamente alterato il suo organismo,  qualche cosa che lei avverte come una perdita ingiustamente subita da parte sua, e che la rattrista allo stesso modo come la rattristerebbe la perdita di una persona cara. Lei  in lutto, signora.
- S, credo che lei abbia ragione. Ma non si pu far nulla?
- Da un lutto si guarisce soltanto in modo naturale, in ragione dello scorrere del tempo. Pensi che cosa accade quando si perde una persona cara. In un primo periodo sembra di non poter pi vivere. Ogni interesse per le persone e le cose si attutisce e sembra una sciocchezza, rispetto a quello che non abbiamo pi, che non avremo mai pi. E vengono in mente strane idee. Se sapessi che lei (la persona perduta) c' ancora in qualche luogo, lontano lontano, o anche (per chi crede) nell'alto dei cieli, potrei anche pacificarmi: perch avrei un oggetto su cui lasciare aggrappata quest'onda affettiva che  dentro di me, e che ora  rimasta deprivata della sua principale meta. Io non so, signora, come lei la pensi, ma io credo che la fiducia in un al di l, che, per quanto irrazionale possa apparire,  comune alla maggior parte dell'umanit, non riguardi tanto la propria persona (cio un proprio destino dopo la morte), quanto il bisogno di collocare le persone amate, venute a mancare, in un loro posto reale o metafisico, per poterle continuare ad amare.
- Ma ci - comunque si realizzi - non pu sostituire la presenza reale della persona.
- Lei dice bene, signora. Ed ecco che a poco a poco quest'onda, questa quantit d'amore, impegnata sulla persona amata che abbiamo perduta, viene come ritirata dall'oggetto amoroso.
- Ma no, professore, lei dice una cosa tremenda. Si cesserebbero di amare, secondo lei, le persone defunte?
- Non si cessano di amare in assoluto, questo no. Ma ci si ritrova con una certa possibilit di interessarsi affettivamente: ad altre persone o cose.
- Sa che lei mi fa un po' paura con questi suoi discorsi?
- Pensi un po' a ci che accade nei nostri paesi meridionali. Per la morte di una persona cara si espongono drappi, con scritte: "Al mio adorato Marito", "Alla mia indimenticabile Madre", e via dicendo. E si lasciano l esposti, finch il vento, le intemperie, sfilacciano la stoffa, la riducono in polvere, la distruggono. Ecco il lutto  finito. In Cina, dove l'enorme maggioranza di quel miliardo di persone  costituita da contadini, i morti vengono sepolti nel campo coltivato dalla famiglia. Sopra la fossa rimane un monticello di terra, sul quale  posta una comune pietra senza alcuna forma o scritta particolare. L'aratro, che spesso  semplicemente un lungo chiodo, trascinato a forza di braccia umane, gira attorno al tumulo rispettandolo. Poi col passar del tempo e delle stagioni, il tumulo si viene sempre pi abbassando, la pietra scompare fra le altre, e il campo  nuovamente integralmente coltivabile, anche l dove c'era prima la tomba. Anche qui il lutto  finito.
Nel nostro mondo occidentale, fino a pochi anni fa c'erano le manifestazioni esteriori del lutto: lutto stretto da vedova che durava magari due anni; poi il mezzo lutto. Per gli uomini si  finito col lutto al braccio; e pi tardi col nastrino nero sul risvolto della giacca. Attualmente queste cose, che erano puramente formali, sono scomparse. Ma avevano un loro significato, perch scandivano il tempo del lutto: il tempo che occorreva perch una persona che aveva perduto un proprio caro, ritornasse libera di occuparsi di cose normali, e quindi anche piacevoli: ma la libert che veniva sottintesa era la libert di amare. Di amare persone, o cose, o mete per la propria attivit: fa lo stesso. E questo perch il lavoro del lutto ( stato chiamato cos) ha liquidato quella immobilizzazione, o non disponibilit dell'affettivit, che era stata provocata dalla perdita subita.
- Non avevo mai pensato a queste cose.
- Ed io mi scuso di essermi dilungato con lei su questo argomento. Volevo per giungere a dirle che anche lei ha subito una perdita, una perdita di qualche cosa che in fondo le era preziosa. E che ora lei ha bisogno di un certo tempo, per tornare in possesso delle sue normali capacit di provare interesse per le cose, e anche attaccamento verso le persone. Questo  ci che ora le manca. Tutto le sembra insipido e lei non ha voglia di nulla.
- S,  cos, ha ragione. Ma quanto ci vorr per uscire da questo stato penoso di inerzia, di disinteresse? Anche nei confronti del lavoro, sa.
- Non voglio fare il profeta. Ma lei ha detto che sono passati sei mesi dall'operazione. Direi che fra altri sei mesi lei sar fuori da questo stato. Ma, a proposito di lavoro, lei che cosa fa?
- Il mio  un mestiere un po' particolare. Sono astrologa. Ho clienti che vengono a consultarmi, ed io faccio loro l'oroscopo. Lei... non crede a queste cose? Le pare strano?
- Anche quello che faccio io sembra strano a tante persone. No, strano non mi sembra. Gli uomini hanno questa aspirazione, di sapere che cosa accadr loro. Anche se contemporaneamente hanno paura di sapere. No, no. Direi anzi che il suo mestiere mi interessa molto. Ci che invece mi lascia del tutto scettico (e non c' contraddizione fra le due cose)  l'idea che il destino degli uomini possa dipendere da quei dati pseudoastronomici di cui vi servite voi.
- Astrologici, non astronomici.
- Gi  proprio questa differenza che mi rende del tutto estraneo al vostro modo di ragionare. Perch vede, fino a tanto che la sfera celeste era concepita come una sfera appunto, contenente, incastonate, tutte le stelle fisse, come credevano gli antichi, le varie costellazioni avevano almeno un significato, perch indicavano una porzione di quella volta celeste. Ma oggi sappiamo che le stelle di cui si dice che appartengono ad una data costellazione, possono essere fra loro molto pi distanti di quanto ciascuna di esse lo  da noi. E le costellazioni non sono quindi effettive entit, gruppi di corpi celesti, aventi per contiguit un qualche rapporto, ma l'illusorio effetto di una proiezione di oggetti lontanissimi su un apparente sfondo: corrispondente alla vecchia sfera delle stelle fisse. Pensi che quella che lei chiama una costellazione pu essere costituita da stelle che da secoli hanno cessato di essere luminose, o anche di esistere: perch ci che noi vediamo  la luce partita da quelle stelle migliaia e migliaia di anni fa.
- Eppure...
- Ah s, s. Non mi stia a badare, signora. Le ho parlato tanto a lungo, perch volevo esprimerle come non solo io sia estraneo del tutto dall'idea che le stelle o i pianeti possano influire sul destino di ciascuno di noi, ma anche per il modo di concepire il cielo stellato. Non che io sia un astronomo, per carit. Ma un po' mi sono occupato di astronomia e di cosmologia. Quando ero giovane laureato...
- Vuol dire quando andava a passeggio con i chirurghi che mettevano le palline di vetro - s, in quel luogo - ai loro operati?
- Proprio allora. Qualche volta, invece di passeggiare la sera per le vie di Padova con quelli, passavo le serate con gli astronomi della specola universitaria.
- Guardava le stelle?
- Bene, anche. Per quanto fin d'allora (ora assai di pi) il lavoro degli astronomi si facesse pi a tavolino che guardando attraverso quei cannocchiali, i quali attualmente sono divenuti anticaglie da museo. Ma lasciamo da parte questi discorsi. Le mie opinioni in fatto di astrologia non hanno alcuna importanza. Mi interessa invece la maniera come lei procede. Non fosse altro che per mia curiosit; per fare un confronto col modo di lavorare mio. Per diversi che possano essere i nostri metodi e le nostre finalit, abbiamo entrambi a che fare con esseri umani.
- Gi, questa molteplicit di gente differente, eppure... eppure che spesse volte si assomiglia. Ecco, vede, questo una volta mi interessava; ed arricchiva la mia vita. S, mi pareva di immedesimarmi in ciascuno di loro. Naturalmente io uso la mia tecnica interpretativa. Ho imparato perch sono vari anni che faccio questo lavoro. E seguo le regole che sono indicate nei nostri manuali. Ma al di l di tutto questo c' un contatto umano. Che  importante. A mio parere le regole stesse non sarebbero applicabili in modo proficuo se non ci fosse questo contatto umano. Ad ogni modo i clienti se ne vanno via contenti, anche quando sono stata costretta a dir loro qualche cosa di sgradevole.
- La capisco perfettamente, signora. Credo che lei avrebbe potuto far bene anche quella che  stata la mia attivit, la psicoanalisi.
- Per carit! Io sono contenta del lavoro mio. Il vostro  diverso. Mi attrae, ma insieme mi fa paura.
- N io voglio assolutamente farle cambiare professione.
- S, professore. Ma ci a cui mi sono riferita riguarda la mia attivit, cos come la svolgevo prima... diciamo, l'anno scorso. Ora non mi interessa pi, come le ho detto. Faccio le cose meccanicamente. Butto gi gli oroscopi, secondo le regole che conosco a memoria, ma le persone mi sono indifferenti. Continuo a lavorare perch ho bisogno di guadagnare. Ma non lo faccio pi per passione.
- E i clienti sono contenti egualmente?
- Quelli s, direi. La clientela continua ad aumentare. Sa, quelli che sono gi venuti e che sono rimasti soddisfatti, mandano i parenti, gli amici, i conoscenti. Cosicch c' un'affluenza crescente.
- Gi. Conosco bene il meccanismo.
- Per mi scusi. Lei dice di non credere, s di non aver fiducia, nella astrologia. Ma come va allora, che la gente  soddisfatta, e mi manda altre persone?
- Cara signora, si vede proprio che lei  molto brava. Del resto me ne sono accorto anch'io da queste poche parole che ci siamo scambiate.
- Ma io a lei non ho fatto alcun oroscopo...
- L'oroscopo non c'entra. Lei  brava ed  dotata di molto intuito. Si comprende quindi come lei non solo ispiri fiducia nei suoi clienti, ma li induca anche ad un proselitismo. Ma questo, come dico, non ha niente a che fare con la validit degli oroscopi. 
- Non la capisco.
- Vede: ci che conta non  quello che lei dice alle persone (l'oroscopo insomma). Ma il modo con cui lo dice, la maniera con cui lei parla con loro. In questo lei  certamente bravissima.
- Il modo? Ma io parlo molto semplicemente. Cos come mi viene. Mica faccio la sibilla, che incanta l'interlocutore.
- Non voglio dire incantare. Ma proprio perch parla semplicemente, riesce ad essere persuasiva. Quando si parla ad una persona della persona stessa, si verificano spesso cose strane. Per dimostrarle che il contenuto di ci che lei espone ai suoi clienti ha scarsa importanza, ma conta invece la maniera in cui lei comunica con loro, voglio raccontarle un esperimento effettuato parecchi anni fa, da un mio allievo, che oggi  divenuto uno dei pi rinomati professori universitari di psicologia del nostro paese.
Prese un gruppo di studenti e disse loro che voleva controllare un nuovo test psicologico che stava per essere messo in circolazione. Singolarmente, e chiedendo a ciascun partecipante di non comunicare ad altri i dati e le osservazioni, consegn ad ognuno un foglio di carta ed una matita, chiedendo di tracciare sul foglio (che poi veniva firmato) uno scarabocchio, e cio una linea a ghirigori, eseguita senza alzare la matita dal foglio.
Dopo qualche giorno present - sempre singolarmente - a ciascuno la diagnosi di personalit, che egli diceva ricavata dallo scarabocchio. Questa diagnosi, molto elaborata e particolareggiata, era sempre identica per ogni partecipante all'esperienza. I soggetti dovevano indicare quali elementi della diagnosi complessiva erano secondo loro esatti, e quali essi invece consideravano errati.
Risult che in media i soggetti giudicavano che gli elementi loro attribuiti dallo sperimentatore, in base al test dello scarabocchio, erano per il 90% corrispondenti alla realt (o meglio a quella che per ciascuno di loro era la propria realt), mentre gli elementi che per loro costituivano errori di diagnosi rappresentavano il restante 10%.
- E lo scritto con la diagnosi era lo stesso per tutti?
- S, certo: sempre lo stesso profilo diagnostico ciclostilato.
- Ma allora il suo allievo ha voluto fare il furbo. Ha compilata questa fantasiosa diagnosi di personalit, in modo che contenesse soltanto elementi lusinghieri; cos quei vanitosi degli studenti presentatisi alla prova si sono tutti riconosciuti nel ritratto che veniva presentato loro.
- Certamente ha funzionato anche un elemento di questo genere. Per il mio giovane collega ha agito in modo scientificamente oculato, ed ha voluto mettersi al riparo da obiezioni del tipo di quella da lei ora enunciata. Ha preso un altro gruppo di soggetti ed ha ripetuto l'esperimento in modo identico. Solo ha modificato la precedente diagnosi standard, ricavandone, per cos dire, la negativa. Ad esempio: l dove era detto: "ha molta memoria", ha scritto: "prova difficolt quando deve ritenere a mente qualche cosa". L dove era detto: "ha attitudine per il calcolo", ha scritto: "non  portato per la matematica", e via dicendo. Questa volta l'esito dell'esperimento  stato diverso. E questo d parzialmente ragione alla sua osservazione. Ma non nella misura che ci dovremmo attendere. Infatti nel secondo esperimento furono rifiutate in media il 20% delle affermazioni contenute nella diagnosi, mentre sono stati accettati come esatti l'80% degli elementi diagnostici presentati.
- Ma come si spiega questo?
- Per la precisione bisogna dire che la cosiddetta negativa (come del resto la precedente diagnosi originaria) era formulata in un modo particolare. Esse erano s fatte cos che l dove una affermava l'altra negasse, e viceversa; ma questo per quanto riguarda la sostanza delle affermazioni, non il modo e la forma in cui esse venivano presentate. Perch... s, lei lo sa meglio di me, le cose si possono dire in mille maniere diverse. E qui sta il segreto. Come ho gi detto, quando si tratta di parlare ad un individuo della sua persona, ci sono molti modi di usare le parole. E questi modi hanno spesso, rispetto al contenuto stesso del discorso, molto maggior peso per determinare la impressione dell'interlocutore, che non ci che nella sostanza gli viene comunicato. Le ho parlato dell'esperienza dello scarabocchio proprio per mostrarle come in queste situazioni tutto dipenda dalla forma nella quale le diagnosi di personalit vengono espresse. Lei, cara signora - e l'ho capito subito parlando insieme questi pochi minuti - deve essere, come le ho detto, molto abile. I suoi clienti vanno via persuasi e contenti, anche se l'oroscopo che lei comunica loro contiene qualche cosa di spiacevole.
- S. Per lo pi succede come dice lei. Per...
- Per ci sono le eccezioni.
- Ecco, volevo giusto dir questo.
- Sono i controtendenti. In linguaggio volgare i Bastian contrari.
- Ma lei come le sa queste cose?
- Signora, faccio lo psicologo, e queste situazioni le conosco. Si possono anche studiare scientificamente, specialmente usando l'ipnosi o la suggestione. Con questi mezzi si distinguono nettamente gli individui inclini ad aderire a qualsiasi invito, o richiesta, o affermazione, dello sperimentatore, e coloro (molto pi rari) che hanno una reazione di segno negativo. "Adesso lei far tre passi avanti", e quello fa invece tre passi indietro. Oppure: "Adesso i suoi occhi si chiudono e lei dormir tranquillo", e quello spalanca gli occhi e si dimena sulla sedia. Sono casi poco frequenti e possono avere a che fare con la patologia mentale, dove il negativismo  talora uno specifico sintomo.
- S, anche da me qualche volta capitano. Per, scusi professore, prescindiamo pure da queste situazioni un po' eccezionali. Negli altri casi lei constata una condiscendenza, quando si sia stabilito un rapporto positivo di simpatia. Voi lo chiamate, mi pare, in un certo modo.
- S, un inizio di rapporto transferale.
- Allora, anche a lei i suoi pazienti, come a me i miei clienti, dicono in genere di s, qualunque diagnosi, verdetto, responso od oroscopo venga loro presentato. Ora io i miei clienti debbo solo accontentarli. Essi se ne vanno soddisfatti ed io non ho pi a che fare con loro. Ma lei li deve guarire i suoi pazienti, e allora se le dicono sempre di s, come fa a sapere quando  nel giusto e quando invece si sta sbagliando?
- Lei dice bene. Per noi... (dico noi, perch parlo anche a nome dei miei colleghi) non ci lasciamo incantare. Il s dei pazienti, un s ripetuto, e direi anche ripetuto in modo che  un po' particolare, ha indubbiamente un certo significato per noi, giacch ci fa sentire il tipo di rapporto che si  istituito. Ma non costituisce per nulla una conferma della validit delle affermazioni che possiamo aver fatte al paziente. Ci sono altri criteri, di tutt'altra natura, che servono di guida per sapere se si  colto il nucleo essenziale e nascosto di una situazione, o se si  fuori strada. Il s o il no del paziente, o il suo silenzio, o il suo parlare d'altro, sono elementi che possono essere dovuti alle pi diverse circostanze, e che non servono per se stessi come segnali di verit o falsit!... Ma signora, noi stiamo qui chiacchierando, e non ci occupiamo del caso suo.
- Mica vero, sa. Abbiamo parlato di me, e lei mi ha molto aiutato. Non voglio esagerare. Ma lei mi ha riavvicinato al mio lavoro. Debbo intanto ringraziarla per la sua comprensione. Al responso delle stelle lei non crede. Ma mostra di credere nella mia persona. E questo... Insomma mi ha fatto bene. Lei mi dice di avere pazienza ancora per un po'.
- Sei mesi, signora. Poi lei sar arzilla come prima.
- Va bene, verr a trovarla. A meno che non venga lei a chiedermi l'oroscopo...
- No, non credo. Le ho detto. Il cielo stellato per me  tutta un'altra cosa. Da quando frequentavo in giovent la specola della mia vecchia universit.



Le tavole erotiche di Renato Guttuso [nota, Le tavole a cui questo scritto si riferisce sono pubblicate nel volume Le tavole erotiche di Renato Guttuso, Milano, Mazzotta, 1982.]


Penso che ogni pittore, o almeno quegli in cui tale attivit assume il carattere di attivit primaria, si dedichi, o si sia dedicato in un certo periodo della sua vita, alla composizione di opere erotiche.
Nell'antichit ? nell'ambito di quanto ci  rimasto ? questo  senz'altro visibile. Poi sono venuti periodi, in cui, prevalendo il pensiero religioso e chiesastico, ed essendo quindi l'erotismo considerato peccaminoso, le raffigurazioni decisamente erotiche non erano ammesse. Cos che, se pure ci sono state, sono rimaste in genere clandestine; oppure sono anche visibili, ma soltanto in trasparenza, in rappresentazioni di argomento apparentemente fuor di sospetto.
Una certa repressione in tal senso non ha cessato del tutto di funzionare. Perci i disegni erotici rimangono una categoria appartata: che viene presentata al pubblico in modo isolato, non frammista alla restante produzione.
Siamo dunque in arretrato rispetto, ad esempio, agli anonimi dipinti murari delle tombe etrusche, o alle immagini firmate dei vasi greci esistenti nel museo di Siracusa, o altrove.
Eppure  da ritenere che l'arte pittorica abbia proprio avuto, nella sua prima origine, come oggetto principale elementi della sfera erotica.
Per sostenerlo non vado in cerca di dati storici, ma mi servo soltanto di considerazioni d'ordine psicologico.
Esiste una certa parentela (che non si deve esagerare troppo, naturalmente, ma che neppure si deve ignorare del tutto) fra certi prodotti dell'arte figurativa e l'attivit dei nostri sogni.
Ora, da quando si  cominciato a studiare la produzione onirica, si  potuto constatare che oggetto, anche se non esclusivo, ma principale (pur attraverso mascherature ed alterazioni di varia natura tali da nasconderne l'identit) ne  assai spesso l'argomento erotico. Il sogno  cio spesso costituito da una rappresentazione di fatti, scene, immagini, che soddisfano gli impulsi erotici quali, talvolta anche a nostra insaputa, ci sono in noi.
D'altra parte appare sempre nei sogni normali degli individui adulti una componente infantile. La quale  in rapporto con la curiosit infantile per le cose sessuali. Questa curiosit, modificata da esperienze di momenti successivi della vita, si manifesta nei sogni: con fantasticherie che ne costituiscono appunto l'appagamento.
Contemporaneamente si  potuto determinare che la curiosit stessa e l'interesse sessuale del bambino hanno caratteri particolari. Riguardano elementi parziali della vita sessuale: quegli elementi parziali che, se si fissano e stabilizzano, senza organizzarsi nel loro insieme in ci che possiamo dire la sessualit adulta normale, e cio la congiunzione sessuale di un uomo ed una donna cementata da sentimenti di reciproca tenerezza, cos che l'atto sessuale divenga atto di amore; se dunque rimangono impulsi erotici parziali, senza questa maturazione adulta, assumono quei caratteri per cui li diciamo perversi.
Certamente qualche componente perversa vi  in ciascuno. Ma per lo pi essa rimane allo stato latente, nascosto (e si rivela appunto nei sogni) mentre in via di massima si compie quella evoluzione di cui si  detto, e l'erotismo si fa amore.
 ovvio che la distinzione non  mai netta. Ed ogni individuo, per normale che sia si porta dietro qualche piccola componente perversa. La quale rimane in genere soggettivamente proibita, nel senso che cos  sentita; ma si manifesta nei sogni, quando la sorveglianza che noi esercitiamo su noi stessi  pi allentata. E si manifesta con immagini innocue, a cui non  applicabile una valutazione di tipo moralistico.
E i pittori? I pittori i sogni li fanno con la matita e con i colori. Ecco come nascono dunque i disegni erotici.
A questo punto debbo chiedere scusa a Guttuso. Perch le sue tavole io posso vederle solo come sogni. Mi  possibile intuire il loro valore artistico, ma non posso dichiararlo e spiegarlo, in quanto non sono di mestiere un critico d'arte. E devo quindi presentarmi per quello che sono. Soltanto uno che ha una certa dimestichezza con i sogni della gente, e che attraverso tale esperienza ha qualche conoscenza di ci che d'infantile c' nella parte inconscia della nostra persona. Questo vale anche per quegli elementi che, per questa loro origine infantile, sono considerati perversi: senza dare, per carit, a questa parola alcun significato di valutazione o svalutazione etica, ma solo per indicare che sono elementi erotici parziali e residuali, non integrati nella sessualit adulta. Tali elementi sonnecchiano in ognuno.
Guttuso, invece di sognarli, come per lo pi fa la gente, li butta gi sulla carta, con la sicurezza di tratto che gli  abituale, ed ottiene, in chi guarda le composizioni, effetti e risonanze, per cui non si pu non riconoscergli la sua grande maestria, anche nel disegnare sogni.
Ma guardiamoli insieme questi sogni.
Le donne. Molte sono donne lascive, sguaiate anche, in cui non solo il pudore  scomparso, ma vi  la compiacenza dell'aver abbandonato ogni pudore (come nelle tavv. 28 e 30). Sono le donne che all'adolescente, o al bambino che sta per divenire adolescente, fanno paura. Ma che insieme esercitano tutta la attrazione di questa dimissione di qualsiasi pudore. S, mi par di vedere l'adolescente col batticuore, per l'eccitazione che queste figure gli provocano pur sentendole proibite, e per il fascino che gli d la fantasia di abbandonarsi alla tentazione.
Spesso non hanno volto queste donne (oltre alle citate, vedi tav. 35). Non hanno volto, perch sono femmine e non donne.
E qui spunta la dicotomia, che agisce nel bambino e si prolunga nell'inconscio dell'adulto, e quindi anche nell'opera artistica di questo nostro grande pittore meridionale. La dicotomia fra la figura femminile materna, familiare, santa e intoccabile, e la donna perduta, che ti tenta, ed  il peccato impersonato: ma verso cui l'impulso carnale sospinge con forza irresistibile.
S. Non mi  possibile non pensare al ragazzino vissuto in questa dicotomia: che nel buio della notte, o nell'incantamento della produzione artistica (che sono la stessa identica cosa), esiste ancora.
Mi vi  un'altra dicotomia. Prendiamo la tavola 35 e quella con la donna che saltella di fronte al fuoco.
Sono due prostitute di strada entrambe. La prima, con la sottana rossa, ha direi perfino la divisa della sua professione. Ma vi  una certa dolcezza nel suo modo di essere.  la prostituta oligofrenica. Divenuta cos per debilit mentale, o l'ambiente nel quale  cresciuta. No, questa non gli ha fatto paura quando era ragazzino. Forse un po' soggezione per il mestiere ostentato, ma insieme una qualche tenerezza. Anche ora se la dovesse sognare, proverebbe tenerezza.
L'altra, che saltella attorno al proprio fuocherello, non  ritratta ostilmente, ma tuttavia reca con s una certa aria stregonica, con quel colore scuro della pelle, e col volto segnato della donna vissuta.
Comunque in tutti questi quadri, che son dunque sogni, c' ? combattuta o scatenata ? l'attrazione carnale.
Nel corso di questa attrazione scompare perfino la distinzione dei sessi: e si sviluppano amplessi lesbici (tavv. 7, 25, 27), od omosessuali maschili; oppure ? come nelle composizioni pi complesse ? situazioni del tutto ambigue, dove neppure  ben distinguibile il sesso (tav. 32), e domina soltanto il trionfo orgiastico.
Altre volte il sogno abbandona questa vastit di composizione, che potrebbe dar luogo ad un grande affresco (come la tav. 13), simile a quelli che pittori del passato hanno composto per riprodurre battaglie, o scene del giudizio universale, e comunque situazioni corali: dove ogni singolo gruppo di persone  un quadro a s, ma come perduto nella immensit della immagine complessiva.
Altre volte ancora prende rilievo, e rimane come unica figura: una gamba, o una coscia: nuda, o coperta dalla sottile trama di una calza (tavv. 12, 19, 23).
Il piede, la gamba la calza: il parziale. Ecco ci che si impone all'inconscio-bambino: attratto e insieme impaurito dall'erotismo nascente.
Direi che diventa qui visibile e individuabile quella componente parziale della sessualit, che gli specialisti indicano come fattore feticistico. La parte per il tutto; e insieme l'elemento maschile che simula quello femminile. Situazioni che sono di compromesso fra l'erompere del bisogno sessuale e le imposizioni limitative, restrittive, che lo contrastano.
Le perversioni sessuali nascono cos, quando queste situazioni di compromesso permangono come unica attivit, con una inibizione a completare lo sviluppo della sessualit fino alla sua piena maturit.
Ma nella zona profonda e oscura della nostra persona, l dove si perpetuano e si rinnovano i conflitti infantili ed adolescenziali, queste cose permangono. E possono da un lato venire anche utilizzate per una vita sessuale adulta, quali elementi parziali scatenanti l'accensione piena della sessualit matura. Oppure rimanere nascosti, come residui di un nostro passato che vanno ad alimentare i nostri sogni privati.
Ma che alimentano anche quelli pubblici, o pubblicizzati, in chi abbia il dono di renderli visibili agli altri, mettendosi con gli altri in contatto, attraverso il segno dello strumento grafico.
Questo ha fatto appunto Guttuso nelle tavole raccolte nel suo recente volume.
Con ci non si vuol dire che in questi disegni erotici abbiano il sopravvento rappresentazioni di situazioni perverse. A parte il fatto che il limite fra erotismo perverso e normale  assai difficile da tracciare, per i motivi gi detti: e cio per il fatto che anche i fattori suscettibili di divenire perversi, se non prendono il sopravvento inibendo la esplicazione di una sessualit normale, perversi non possono assolutamente venir qualificati. Giacch anzi ? quasi ponendosi il servizio della pulsionalit adulta ? funzionano da elementi preparatori, eccitatori e scatenanti di una sessualit completamente genitalizzata, e cio matura e normale.
A parte tutto ci, vi  in queste tavole anche la situazione dell'attesa dell'amplesso, come nella scena del fauno (tav. 21): la fanciulla tuttora non pienamente visibile, ma che tuttavia si intuisce recalcitrante, recata dalle ninfe sorridenti al fauno gi in esaltata attesa.
Tuttavia in queste tavole non sempre c' il tumulto dei sensi, o il sottile lieve richiamo a qualche piacere erotico visivo, o lo sfacciato erompere di una esibizione esaltante.
Altre tavole posseggono una loro ambiguit fascinosa, ma tranquilla. In luogo del tumulto, una gran pace.
A che cosa pensano le donne delle tavole 19, 20 e 23, che ? a differenza di tante altre figure offerteci dal pittore ? appaiono immobili ed immerse in se stesse?
Le donne che riposano, con velo di malinconia, dopo un episodio erotico? Lasciate ora sole con se stesse e i loro recenti ricordi? Oppure donne in attesa, sognanti qualche cosa che deve ancora avvenire?
Quel qualche cosa di sensuale che pure esse lasciano trasparire, e che il pittore consapevolmente vuol farci vedere, si deve intendere proiettato verso un avvenire pi o meno prossimo, oppure rivolto a quanto  gi stato consumato?
Il pittore ci lascia in dubbio: forse non sa egli stesso. E pu essere che le due cose siano valide entrambe. E cio che vi siano il passato e l'avvenire insieme. Ma in questo momento, nel momento in cui ci  dato osservarle, cos come Guttuso ce le mostra, esse sono sole con se stesse. No, non amore solitario. Ma riflessione sopra la propria esistenza, e i propri sentimenti, e le proprie sensazioni.
Allora estranee all'erotismo? 
No. Pi erotiche che mai, direi, in questa sospensione. E in questa consapevolezza della propria femminilit.
A tratti quello che in date raffigurazioni ci pu essere di torbido si attenua; ed appaiono elementi nuovi, come se la corporeit femminile si alleasse a qualche cosa di sublimato e spirituale. Anche le meretrici hanno un'anima.
Questo accade forse di pi nelle situazioni di amore lesbico. Certo andrebbe approfondito quello che tali situazioni significano per Guttuso: ci che hanno significato in esperienze remotissime della sua vita di ragazzino. Forse perch le donne, quando sono sole fra loro e pur mettono in mostra la loro carnalit, non costituiscono pi il pericolo che il bimbo avverte nella femmina, quando si trova a tu per tu con lei.
Quel pericolo che viene invece esplicitato nelle fosche immagini di una, ma anche pi donne che, seminude, e sedute a gambe oscenamente allargate, esibiscono con noncuranza il sesso.
La prima volta che a me preadolescente una coetanea mostr, proprio allargando cos le gambe, il proprio sesso, ebbi un fenomeno di cecit psichica, o di agnosia. Fatto sta che non vidi nulla, tanto mi turbava ci che avrei dovuto vedere.
Non mi permetto di chiedere a Guttuso se a lui  successo qualche cosa di analogo. Ma le tavv. 11 e 33 mi fanno quasi pensare di s. E sono indotto a ritenere che quelle tavole siano la risposta adulta a una repulsa infantile.
Me lo fa pensare la conoscenza delle gravi tragedie interiori a cui pu dar luogo nel maschietto la constatazione della diversa costituzione degli esseri femminili, e la assenza in essi del pene.
Nei suoi sogni, che poi sono divenuti questi suoi quadri erotici, l'autore in certo modo affronta ed accetta la realt femminile: a cui del resto contrappone, in molte tavole ? e non soltanto in quella del Fauno (tav. 21) o in quella del ballo di Salom (tav. 1) ? ma anche in altre, la rappresentazione del fallo: quale rassicurazione personale, contro la infantile, ed attualmente inconscia, paura della castrazione.
Ma qui debbo fermarmi. Debbo fermarmi, ricordando a me stesso che non sto sottoponendo ad un trattamento psicoanalitico Guttuso (il quale non ne ha alcun bisogno); e neppure ? con la scusa che le opere pittoriche sono sogni ? sto eseguendo una indagine di tipo psicoanalitico sull'opera sua.
Il compito che mi son dato era quello di esporre le idee che le sue tavole suscitano in me. Per indurre coloro che queste composizioni vedranno, a fantasticarci sopra essi pure. Gustando, con la loro personalit, cos come ho fatto io, queste immagini: di cui ho detto, e credo di poter concludendo ripetere, che sono una serie di sogni. Sogni che Guttuso  venuto facendo, traendone la materia da lontane esperienze e fantasie infantili, e che egli ha trasformato, con la magia del suo strumento pittorico, in immagini da offrire a chi le sa guardare.



Il diverticolo

Debbo cominciare col dire che, malgrado la mia et avanzata, io non ho un mio medico personale. O meglio non l'avevo fino a pochi mesi fa.
Il perch  presto spiegato. In passato esercitava con me funzioni di consulenza medica un caro amico, che per ad un certo momento acquist una preparazione psicoanalitica, e si mise a fare lo psicoanalista. Era tuttavia rimasto in contatto con gli ambienti propriamente medici, e cos le rare volte in cui avevo bisogno di cure, mi facevo indirizzare da lui a qualche specialista.
Solo una volta, in una certa occasione, lo chiamai telefonicamente di notte. Mi era preso un dolore acuto nella regione cardiaca. Accorse, mi visit, escluse l'infarto che io temevo, e pens invece, giustamente, ad un pneumotorace spontaneo (dato che ne avevo avuti altri in precedenza). Corse allora in una farmacia notturna, e mi fece una iniezione di morfina.
Anzi, acquist una scatola intera di sei fiale. Ne consum una, e le altre cinque mi sono rimaste.
Quelle fiale me le son sempre portate dietro (e lo faccio tuttora). Mi danno infatti un senso di sicurezza.
Anzi, se debbo confessarmi completamente, dir che l'anno scorso in villeggiatura mi colse uno spasmo uretrale fastidioso: fastidioso ma in complesso sopportabile. Tuttavia io,... con tutto il parlare che si fa delle droghe e dei tossicomani, approfittai della situazione. Volli cio provare la morfina; e me ne iniettai una fiala in condizioni di non assoluta necessit. Per mia curiosit, e per capir meglio coloro che attualmente vengono detti i drogati.
Debbo dire che fu una delizia. Non solo mi pass lo spasmo. Ma ? prima che la morfina mi facesse del tutto addormentare ? provai le sensazioni che quella sostanza pu dare. Compresi cos che se uno, dopo averci provato, come l'ho fatto io, ripete l'esperimento e raggiunge una assuefazione, poi non pu pi che rimaner preso nella rete, e non riesce a liberarsi.
Ma ? pensavo fra me e me ? io sono uno psicologo, uno scienziato.  giusto che io sappia quello che avviene. Avviene una cosa che uno non si aspetterebbe. Cio tutte le sensazioni, per le quali sappiamo di possedere un corpo, Il quale ha un proprio peso, che grava sulle parti su cui siamo seduti, o su cui siamo distesi, o anche in piedi sull'intero organismo ? tutte queste sensazioni che in genere (specialmente in et giovanile) si trascurano, a meno di non rivolgervi specificamente l'attenzione: sensazioni, che per ci sono anche se non le avvertiamo specificamente: e che in definitiva sono le sensazioni del mondo intero che ci grava addosso, per cui  come se fossimo dentro uno scafandro simile a quello degli astronauti, o dei palombari prima che si tuffino... Basta, tutto questo scompare.
Uno si sente puro spirito. Ma proprio perch cos si sente, ha l'impressione di essersi tolto di dosso un macigno: quel macigno che sempre ci accompagna, e noi non lo sappiamo. Oppure lo sappiamo nel momento in cui ci vien tolto,...s, col mezzo della fialetta liberatrice che io ho usata quella sera. La liberazione tuttavia  ancor pi totale di quanto qui io l'abbia descritta. Perch non soltanto il mondo fisico, universo intero con tutto l'insieme delle sue masse vicine e lontane, grava costantemente su di noi (anche se ci illudiamo di sentirci leggeri: ma coll'avanzare dell'et un tal gravame non si pu pi ignorare). Pesano su noi anche i pensieri, i ricordi, le preoccupazioni, i progetti, i programmi: tutto un gravame interiore che si somma a quello che viene sul nostro corpo dall'esterno.
Ebbene anche questo se ne va. E subentra una sorta di lievitazione.
Io spiavo. Spiavo: non so se per la curiosit che dovrebbe competermi per il fatto di essere un cosiddetto scienziato, per una semplice curiosit umana mia: appena mascherata alla mia qualifica professionale.
Si capisce che la gente divenga tossicomane. Riflettei subito: "Se io, le quattro fiale che mi restano, me le inietto, per quattro giorni di seguito (con questa sono cinque), sono spacciato. E non me ne libero pi".
Invece no, le altre quattro le tengo di scorta: col rischio di essere arrestato per detenzione di stupefacenti, ma sapendo di avere il paradiso a portata di mano. Perch  effettivamente un paradiso.
Come altro si potrebbe dire? Sentirsi ancor vivere, ma non avere pi il proprio corpo, e neppure alcuna delle preoccupazioni che di solito ? anche quando si  sul punto di addormentarsi ? occhieggiano da qualche angolino, e ti avvertono che qualche cosa ti aspetta. No, nulla di tutto questo. Dunque la mia esperienza della droga, della pi classica delle droghe conosciute dai moderni, me la sono fatta. Sempre per merito di quel mio amico-medico-allievo-collega, che quella notte lontana si alz dal letto alle tre, per venirmi a visitare e per andare nella farmacia notturna a farmi la ricetta.
Ma egli, amico mio carissimo,  mancato improvvisamente qualche anno fa. Ed io non mi son sentito di rivolgermi ad alcun altro medico.
Finch, qualche mese fa, una mia giovane cugina, dato che lamentavo non so pi quale lieve disturbo, mi disse:
"Ma tu, perch non chiami il medico?". "Veramente il medico non ce l'ho pi, da quando il mio  morto." "Ma come, non hai medico? Alla tua et? Non  possibile." "Ma ti ho detto che il mio medico  morto." "Trovatene un altro, caspita. Anzi, te lo trovo io." E mi procur un dottore, che in campo medico  bravissimo, che sta a cento metri da casa mia, e che si  anzi precipitato personalmente da me, perch io non dovessi neppure fare quel centinaio di metri che separano le nostre abitazioni. Quella di allora era una cosa da nulla, ed egli mi mise a posto subito. Ma insieme assunse il comando della situazione. Mi diede alcuni consigli per la dieta. E mi raccomand: "In qualunque evenienza, mi dia un colpo di telefono, ed io sono immediatamente da lei".
S, s. Si fa presto a dire. Ma, abituato come sono a non avere medico, ora ho ritegno a disturbarlo, per cose che mi appaiono di poco conto.
Cos accadde che un paio di mesi fa, sentendo un dolorino nella parte destra del ventre, diciamo nella zona appendicolare, non ritenni assolutamente che fosse il caso di rivolgermi a lui, e mi tenni il dolorino che andava e veniva.
Ag qui una vecchia storia infantile.
Abbiamo tutti una strana memoria per i ricordi infantili. Le cose dette dagli adulti, quando eravamo bambini, hanno la propriet di restarci impresse, e di assumere il carattere di dogmi infallibili: e questo malgrado tutte le differenti successive esperienze che possiamo aver avuto.
Cos ad esempio ricordo che, quando ero bambino e prendevo uno spavento, mia madre mi faceva bere un bicchier d'acqua, dicendo che quello avrebbe fatto andar via lo spavento. Tanta era la fiducia nelle affermazioni di mia madre, che io continuai a credere a questo effetto magico del bicchier d'acqua, anche da adulto.
Un giorno del settembre 1917 (ricordo la data esatta, perch avevo sostenuto quel giorno, al fronte dove mi trovavo, l'esame per passare da aspirante ufficiale a sottotenente) mi trovavo in piedi appoggiato ai sacchetti a terra (cos venivano chiamati) posti a protezione del muro in cemento armato che riparava la fiancata sinistra di un nostro cannone. Il posto si chiama C Pierotti, a 300 m. di quota, sulla riva sinistra dell'Astico, a poca distanza da un mozzicone di torre viscontea che ha resistito a tutte le guerre. Il posto segnato sulle carte militari col suo nome, e i resti delle nostre postazioni di artiglieria ci sono ancora (cos che qualche volta vado a rivedermele).
Ero dunque appoggiato a questi sacchetti a terra, con un collega appoggiato come me, e che stava con me conversando, a non pi di 40 o 50 cm di distanza. Arriv improvvisamente da una postazione austriaca in caverna, lontana in linea d'aria ? 1200 m. da noi, ma collocata in alto, sul bordo dell'altopiano di Tonezza, una granata (per fortuna piccolo calibro) che si infil nei sacchetti a terra, nel breve tratto che separava i nostri due corpi. Scoppi l dentro sollevando sassi e terriccio, ma senza che giungessero su noi schegge metalliche. Ebbimo entrambi l'impressione che il collega fosse stato preso in pieno. Invece restammo illesi entrambi, soltanto tutti impolverati e contusi dal materiale sollevato dallo scoppio e che ci era venuto addosso.
Eravamo ? come poi ci dissero i soldati accorsi per aiutarci ? entrambi sbiancati in volto dallo spavento. Per ognuno dei due vedeva soltanto l'altro, pallido e smorto, senza vedere se stesso che era nelle identiche condizioni. Allora dissi al collega: ? Vuoi un bicchier d'acqua? Era il vecchio insegnamento che mi aveva dato mia madre. Furono i soldati a dire: ? Ma che bicchier d'acqua, signor tenente! Gli offra della grappa. E la prenda anche lei, che ne ha pure bisogno.
Questa faccenda del prendere come un dogma le affermazioni di mia madre, mi fece fare qualche anno dopo una magra figura con un collega. Ero allora gi professore di psicologia nell'universit di Padova. Da poco era arrivato un nuovo professore di zoologia. E si pass la sera con lui ed altri colleghi. Ad un certo momento si venne a parlare delle zanzare (in dialetto i "mussati") comuni particolarmente a Venezia e nella pianura veneta, e di come esse siano fastidiose.
Io allora sentenziai: ? Strano  il fatto che vi  una zona qui presso, fra Mira e Dolo, dove le zanzare, pur essendo identiche alle altre, non pungono ? ? Ma non saranno zanzare, saranno altri insetti simili ? obiett lo zoologo, e fece alcuni esempi.
? No, no, ? replicai io sicuro. ? Sono zanzare come le altre. ? Il discorso fu lasciato cadere, tanto era sciocco. Ma la sera dopo andai in campagna a trovare i miei genitori, proprio nella localit di cui avevo parlato. E a mia mamma dissi: ? Sai, un nuovo professore di zoologia, venuto ora all'universit, non voleva credere che le zanzare qui dove siamo non pungono ?. ? Come non pungono? ? fa mia madre. ? Pungono naturalmente come tutte le altre.
Restai di stucco, e cadde cos un altro mio dogma. Le cose avevano avuto questa origine. A Venezia usavamo le zanzariere per ciascun letto; e ci infilavamo sotto quelle per restar protetti dagli insetti. In campagna invece le zanzariere non c'erano. Io, bambino, debbo essermi lamentato con mia madre, dicendo: ? Mamma, ma qui non ci sono zanzariere ? E mia madre, per tagliar corto, deve aver troncato il discorso, dicendo: ? Le zanzare che ci sono qui, a differenza di quelle di Venezia, non pungono ?. Io credetti, perch a ci che dice la mamma bisogna credere.
E vengo alla situazione dei doloretti di pancia.
Sempre quando ero bambino, mia nonna materna, che era di origine trentina, se ci lamentavamo per qualche dolorino di pancia, usava dire: "Gnente, gnente; xe una scoreseta per traverso" [Niente, niente,  una flatulenza collocatasi per traverso].
Si vede che, dopo ottant'anni, sono in fondo rimasto dell'opinione di mia nonna. E per questo motivo non feci caso nei mesi scorsi a quello che, pi che un dolore, era solo un fastidio.
Finch prolungandosi la cosa cominciai a pensare.
L'appendice non l'ho pi. Me l'ha tolta una ventina d'anni fa il professor Oselladore che dirigeva la Clinica chirurgica dell'universit qui a Milano, e che negli anni degli studi universitari era stato studente con me a Padova. Eravamo buoni amici, ed egli era uno di quei chirurghi che amavano andare per le spicce. Avevo anche allora un dolorino nella parte destra del basso ventre, e lo consultai. Disse subito: ? Da quella parte, o fegato o appendice. Il fegato non ha niente. Quindi non resta che l'appendice ?. Aggiunse un motto preciso che era solito ripetere: ? Appendice accusata, appendice condannata ?. E poi, in veneto (era originario di Chioggia): ? Taiemo, taiemo ? (che era il suo motto abituale). ? Vieni domani in Clinica, che ti ricovero subito. Cos poi te ne vai in villeggiatura tranquillo.
Mi oper, togliendomi l'appendice, che era bella rosea e non aveva assolutamente nulla, e mi sped in montagna con la ferita appena chiusa.
Date queste premesse mi venne in mente che, quella volta della operazione cos affrettata, fosse rimasta qualche aderenza, o che so io. E andai finalmente a farmi visitare dal mio nuovo medico.
Questi, appena cominci a palparmi la pancia, mise la mano sul punto dolente. Ed io gli dissi che era proprio l.
Era raggiante: ? Vede, appena messa la mano, l'ho acchiappato subito ?. Ripet la frase varie volte, e sembrava un cercatore di funghi che avesse messo la mano su un porcino da mezzo chilo.
? Ma che cosa ha acchiappato? ? ? Io penso che non sia nulla. Comunque  meglio fare un clisma opaco e le lastre; perch potrebbe anche essere un diverticolo.
Un diverticolo? Io so che cosa  un diverticolo.  ? nei meandri del nostro corpo, pieno di passaggi, di canali e di condotti ? una specie di quei posti, che nelle nostre citt sono indicati col cartello: "Strada senza uscita". Posti, i quali hanno la caratteristica che, se ci si infilano due o tre macchine, nessuna di loro riesce pi a far manovra, e si determina un ingorgo.
Tuttavia al momento non pensai al significato tecnico della parola. Mi colp invece il suono. "Diverticolo, diverticolo!" S, io sto effettivamente scrivendo in questi giorni un articolo. Ma che cosa c'entra l'articolo con la mia pancia? L'articolo pretenderebbe di essere divertente. Dunque divertentearticolo: contratto in diverticolo. Ma anche spettacolo; perch pure di uno spettacolo mi debbo occupare. Tutto questo mi pass per la mente come in un lampo. E io mi trovai subito dopo di fronte alla dura realt delle purghe, dei lavacri intestinali, del clisma opaco, del lettino duro collocato sotto l'apparecchio radiologico e radiografico.
Fui per compensato. Il radiologo continuava ad esclamare: ? Ma che bell'intestino! Che bell'intestino! Lo avessi cos io! Un intestino da uomo di quarant'anni sano. E poi vede come  elastico, e si ritrae quando la maggior parte del bario  stata espulsa! Ecco qui il cieco, qui il colon ascendente, il trasverso, e poi il sigma.
Mi fece vedere le lastre. E a momenti me le offr perch le incorniciassi e tappezzassi con esse il mio studio.
Trovai la cosa esagerata. Ma le lastre me le presi, quale documento che la mia nonna materna aveva in fondo ragione.
Poi per ci meditai sopra.
Si. Come mai  fatto questo nostro corpo? I singoli organi visti nelle lastre sembrano tanti animali a s stanti. Che funzionano per conto loro, con una certa autonomia.
Gi: in ogni minuscola parte di materia vivente, c' tutto un mondo. E forse il nostro mondo, quello grande,  a sua volta un piccolo elemento di un organismo ancora maggiore.
Ah vecchio Leibniz, fantasioso e geniale! Da tanto tempo non pensavo a te! Ma ora nel vedere quel serpentello bianco, che  poi il mio intestino, l'impulso a prolungare la immaginazione mi prende. E mi si affaccia la tentazione di questa discesa nell'infinitesimo non raggiungibile mai, e della risalita verso un infinito senza confini, e dilatabile oltre ogni nostra volont.
So bene che il giocattolo della metafisica  stato definitivamente rotto e distrutto da Kant. Per sempre.
Ma per un attimo le lastre del mio intestino mi hanno fatto ancora sognare il mondo vivente che, secondo Leibniz, va dalla entit pi minuscola a quella senza confini, sempre ripetendosi e rispecchiandosi. E sono rimasto cos ancora una volta incantato di fronte alla folle fantasia di questo grande pensatore, che ci ha insegnato a maneggiare col calcolo gli infiniti e gli infinitesimi.



"Trovarsi" a tavola dopo teatro

Con Adriana Asti e Giorgio Ferrara sono di casa. Li conosco entrambi da gran tempo, e bench io appartenga ad una generazione assai pi antica, siamo molto amici. Potrei forse qualificarmi come l'anziano zio, che pur estraneo alla loro attivit artistica, li segue con molta partecipazione. Il mio giudizio perci, ne sono ben consapevole, non pu essere obiettivo.
Ma ad essi che hanno svolto una loro tourne, con Trovarsi di Pirandello, dove Adriana  la capocomica e protagonista, e Giorgio conduce la regia,  capitato un caso strano.
Personalmente ho visto nascere lo spettacolo, nelle prove e nelle prime recite di rodaggio a Vercelli, e poi a Milano, al Carcano, col debutto vero e proprio. Anche se abbiamo detto che il mio giudizio non conta, a me lo spettacolo  piaciuto: nella recitazione della Asti, e in genere di tutta la compagnia che, guidata da Ferrara, mi  sembrata molto affiatata. Questa recitazione dei comprimari ha costituito lo sfondo, sul quale la Asti ha potuto esprimere la propria arte scenica, con un crescendo culminante nel difficile finale, drammatico, fino ad apparire ? come Pirandello voleva ? delirante.
Le recite preliminari in provincia erano andate ottimamente; e dopo la conferenza stampa a Milano, i cronisti teatrali sono stati prodighi di lodi: per la protagonista, per la regia e per i comprimari. Segu la prima, che il pubblico accolse pure con reiterati applausi entusiastici. Se non che il giorno dopo, i critici dei giornali sono stati unanimi nello stroncare impietosamente lo spettacolo nel suo complesso. Hanno salvato a denti stretti la recitazione della protagonista, non arrischiandosi a mettere in dubbio che essa  una gran brava attrice; e scaricando quindi il proprio livore (perch proprio di livore si  trattato) sul marito regista, pi vulnerabile date le sue funzioni, oppure sui comprimari.
Questo giudizio in complesso negativo della critica pu essere stato per gli interessati spiacevole, ma rientra nei rischi del mestiere.
Tuttavia quel giudizio  stato espresso in un modo curioso. Talune frasi sono state ripetute letteralmente (e cio con le stesse parole) da tutti o quasi i critici. Altri brani contenevano s sfumature differenziate, ma il tono generale sembrava qualche cosa di concordato: bench i giornalisti appartenessero a quotidiani politicamente di colore molto diverso.
Come si spiega la cosa? Mi sono messo in mente di scoprire l'origine di questa concordanza di giudizi. E penso di averla individuata.
Si tratta di una conviviale conversazione dopo teatro, in cui le impressioni dei singoli hanno facilmente trovato la via per confluire in gran parte, cos da produrre un quadro unitario. (Magari accadesse altrettanto nei cosiddetti pranzi di lavoro fra dirigenti politici di Stati contrastanti.)
Siamo dunque alla mezzanotte fra il 17 e il 18 novembre, e lo spettacolo al teatro Carcano  appena terminato.
Il pubblico sta sfollando. ? Dove si va a mangiare? ? chiede uno dei critici all'uscita.
? Ci ho pensato io, ? interviene subito un vecchio signore mio coetaneo, che critico non , ma soltanto habitu d'ogni spettacolo teatrale, e quindi conosciuto e cordialmente tollerato dagli artisti e dai giornalisti. ? Ho prenotato otto posti al Santa Lucia, in via San Pietro all'Orto.
Erano in sei giornalisti, comprese due signore, in sette col prenotatore. Un giovane medico, conosciuto dagli altri, intervenne: ? Se i posti sono otto e voi siete in sette, posso venire anch'io? ? Fu il benvenuto.
? Allora ci troviamo l ? E si avviarono con le macchine. Si accomodarono attorno ad un unico tavolo, e mentre consultavano la carta, prendendo qualche stuzzichino col vino bianco, cominciarono a parlare dello spettacolo.
De Monticelli, del Corriere della sera, inizi per primo: ? Non mi pare un gran che. Gi la commedia stessa, a me non  mai piaciuta.  un vecchio discorso (ricordo quello che ne diceva Tilgher). Il tema non  rappresentato drammaticamente, ma enunciato a freddo...
Gli fece eco la Gregori dell'Unit: ? Gi, di Trovarsi si dice che  un'opera minore di Pirandello. Ma questo modo di esprimersi  soltanto un eufemismo.
E Paganini della Notte: ? Neppure io rimango convinto di fronte a questo lavoro di Pirandello.  un pasticcio pretestuoso, logorroico e sentenzioso, e sopra tutto falso. Tuttavia debbo dire che sette anni fa, quando lo diede la Rossella Falk, essa riusc a farne una superba interpretazione.
? S, ? interruppe Rigotti dell'Avvenire, ? Rossella Falk riesum allora la commedia, che era rimasta alquanto dimenticata, ed ebbe anche un certo successo personale, bench gli altri attori fossero dei cani.
Tent a questo punto di inserirsi il mio coetaneo, profano della critica, ma habitu degli spettacoli teatrali: ? Ma che successo! Quale successo! Io che ho veduto la Duse...
Lo investi un coro: ? Lascia stare la Duse che era morta ben prima che Pirandello scrivesse questa commedia!
? Dicevo cos per dire; io ricordo bene le prime attrici di una volta!
Volli, della Repubblica, che era stato zitto fino allora, intervenne: ? Io la Duse non l'ho mai veduta.
De Monticelli lo rimbecc: ? Ma che discorsi vieni a fare, se tu non eri neppur nato ai tempi della Duse!
Volli, ora che era intervenuto, non intendeva cedere la parola. ? Ad ogni modo, dico che questo spettacolo  uno schifo; e che oltre al resto, tanto la Asti, quanto il barbaro biondo, parlano in un modo che non si capisce niente. Non so, parlano troppo in fretta, farfugliano, cos che non si possono afferrare le parole.
? Ma tu, scusa, dove eri in sala? ? intervenne il giovane medico, messo in sospetto da questo discorso.
? Dove eravamo tutti. Nelle prime file.
? Per, ? riprese il medico, ? questo non distinguere le singole parole, e udire i discorsi altrui come farfugliamenti, mentre nessuno di noi ha avuto queste impressioni, non  una bella cosa. Potrebbe costituire un primo sintomo di un processo di sclerotizzazione dell'orecchio interno. Dovresti farti esaminare l'udito.
? Arteriosclerosi alla mia et?
? Sono fenomeni locali che si possono produrre a qualunque et. Credi a me, va' a farti vedere. Forse non  nulla. Ed altrimenti ti fai fare dall'Amplifon l'apparecchietto sugli occhiali, di cui nessuno si accorge.
? Mi hai fatto girare la testa con questi discorsi. A proposito dove siamo?
? Come dove siamo? Al Santa Lucia, dove io ho fermato i posti, ? intervenne con tono un po' risentito il vecchietto.
? Strano, ? riprese Volli, ? mi pareva che fossimo a Torino ? (E difatti dat il giorno dopo da Torino, il pezzo sul Trovarsi, mandato alla Repubblica.)
? Per tornare alla commedia e alla regia che ne ha fatto Ferrara, c' troppa immobilit in scena, ? riprese De Monticelli.
? S, ? fece ancora Volli; ? nel primo atto sembra che gli attori in scena giochino alle belle statuine. Il regista deve aver dato l'ordine agli attori di rimanere immobili.
Qualcuno osserva che questo ha a che fare col problema dell'epoca. Allora il discorso si fa generale; tutti parlano, e non si capisce se costumi e scenografia siano troppo "anni trenta" (vi  chi dice addirittura ottocenteschi), mentre avrebbero dovuto essere aggiornati; altri invece, come De Monticelli del Corriere, il quale sostiene che era giusto mantenere una atmosfera dei tempi andati. Parimenti, dato che sempre tutti parlano contemporaneamente, non si comprende se la scena e i costumi, con tutto quel bianco, ben si adattino al testo, come sostiene Maria Grazia Gregori dell'Unit, o finiscano invece con lo stancare lo spettatore, come afferma Paganini della Notte. A tale proposito interviene anche Rigotti dell'Avvenire: ? Ma s! Anche quell'uso del controluce  fastidioso per lo spettatore, e gli attori appaiono un po' tutti personaggi di gipsoteca.
? E lei? La Asti? ? si chiede ora A.B. del Corriere d'informazione.
? Lei  la solita Adriana, una brava attrice, ? afferma De Monticelli.
? Ma senza la grinta di altre volte, ? dice A.B. Salvo che nel secondo atto, e poi nel finale.
? S, ? aggiunge De Monticelli, nel monologo del terzo atto l'Adriana si ritrova quella che veramente . ? Anche la Gregori dell'Unit commenta: ? A tratti vengono fuori quelle unghiate, che sono il segno dell'imporsi della sua personalit.
? Ma, io mi domando, chi glielo ha fatto fare di convertirsi in capocomica, e di assumersi il marito per regista, e poi tutti quegli amici di famiglia per attori? ? si chiede Volli della Repubblica.
Ma qui vien fuori una cagnara. Accenni alla vita personale dell'attrice (proprio il tema trattato dalla commedia). E insomma le malignit e i pettegolezzi, che fioriscono sempre quando si  ben mangiato e ben bevuto, e l'ora si  fatta tarda.
Sbadigli.
?  meglio che andiamo, ? dice il medico, ? io sono di guardia domattina.
? E noi dobbiamo scrivere il pezzo per il giornale.
? Il pezzo, noi lo dobbiamo scrivere adesso, prima di andare a letto, ? dicono i redattori dei giornali del pomeriggio.
Mano ai portafogli. Ma il mio coetaneo (che tanta fretta non ha, perch soffre d'insonnia) esclama: ? Tutto regolato! ? soddisfatto di essere stato l'anfitrione del fior fiore della critica teatrale meneghina. ? Possiamo andare!
Come so io tutte queste cose?
 semplice. Mi ero camuffato da guardarobiere, da custode dei cappotti. E rimasi presso la porta che dava sulla saletta dove loro stavano mangiando. Cos ho sentito tutto. Nella fretta, la mancia non me l'hanno data.



Brinzio

Un sabato di incipiente primavera, poco dopo che mia figlia si era sposata, andammo con la macchina di mio genero a fare una gita.
Attraverso Varese, arrivammo a Laveno, e di l, per la Val Cuvia a Luino. Dopo esserci soffermati sul lungolago, tornammo indietro e sostammo a prendere il sole e a consumare la colazione al sacco, nei prati che ci sono a fianco della strada provinciale. Era proprio una bella giornata e si sentiva il mutar della stagione nell'aria.
Sono queste le situazioni in cui si avverte il peso di vivere nella grande citt, priva di verde, fatta soltanto di muri, dove le stagioni non esistono: o esistono solo perch si debbono accendere i termosifoni, oppure (per chi ce li ha) i condizionatori, e occorre mutare le maglie pesanti con quelle di cotone. Al di fuori tutto rimane eguale. Qui in campagna no. Spunta l'erbetta nuova e appaiono i fiorellini, e il paesaggio si anima cambiando colore.
Eravamo venuti proprio per sincerarci che la stagione era mutata. Mi ricordai allora vagamente di una poesia letta quando ero ragazzo, in una di quelle riviste su cui scrivevano Soffici e Palazzeschi, prima della grande guerra: poesia che si intitolava (mi pare proprio) Inaugurazione della primavera.
Dopo esserci impigriti al sole, riprendemmo la strada: quella della Val Cuvia; ma giunti a Rancio, domandai di voltare a sinistra, per una strada nuova. Mia moglie Carla si irritava, perch cercavo sempre di mutare percorso. Ma  il destino della mia vita quello di mutare percorso. Un destino dovuto alla circostanza che sono molto dominato dalla curiosit, e vorrei sempre vedere tutto.
Cos ci inerpicammo per la salita che porta al bivio, per cui a sinistra si finisce in Val Ganna, e a destra si torna verso Varese.
 una salita breve, che fa assolutamente ridere chi  abituato a percorrere strade di montagna, ma ha, o aveva, un che di selvaggio e solitario. Di colpo ho avuto l'impressione di non essere pi in pianura, ma nel cuore di una zona montagnosa.
Mia moglie non era per nulla soddisfatta; a me invece piaceva quella solitudine: una solitudine improvvisa, per cui si aveva l'impressione (del tutto falsa, come pi tardi appresi) che per quella strada non ci passasse mai alcuno.
Giunti al bivio, voltammo a destra. Ma si continuava ad essere nel bosco, senza passaggio di veicoli. Poi il paesaggio si apriva e di fronte a noi appariva il Campo dei fiori, il pi alto, col suo nome gentile, dei monti della zona.
Ad una svolta il bosco fin, ed apparve un paesino minuscolo.
? Ecco, ? dissi io, ? qui, su questa svolta della strada, mi piacerebbe costruirmi una casa di campagna: fuori dal mondo, con questo gran monte in faccia, e il borgo grazioso davanti a noi.
? Gi, ? fece mia moglie Carla, ? ma non hai i soldi per fartela.
Questa esclamazione fu il fattore determinante e decisivo, per cui la casa fu effettivamente costruita: in quel luogo; non proprio sulla strada, ma fortunatamente un poco pi in su.
Le femministe mi considerano un maschilista.  del tutto falso. Ma un uomo... insomma  un uomo. E se sua moglie gli dice "questo non lo puoi fare, perch non hai i soldi", magari va a rubare, ma i soldi ? al fine di non passare per un essere inetto, del tutto fallito ? in qualche modo li trova.
Luciano Luttrig, detto il solista del mitra, condannato a due ergastoli, uno in Francia ed uno in Italia, e poi graziato da entrambi i presidenti delle due Repubbliche, raccontandomi un giorno la sua storia, mi disse che era divenuto un rapinatore proprio cos. Perch la sua ragazza gli aveva detto che lui non aveva i quattrini per comprarle non so che cosa.
Mio genero, per metter pace, si intromise, e disse: ? Ma sai, qui, se tu ti impegni a costruire, il terreno magari te lo danno gratis, pur di incrementare le villeggiature dei milanesi.
A questa eventualit non credetti assolutamente. Ma per il fine settimana successivo volli ritornare in avanscoperta per studiare la situazione.
Il paese di Brinzio era allora assai pi originale e interessante, con un suo aspetto di primitivit, di quanto non lo sia stato in seguito. Perch i muri delle case erano ancora tutti in nuda pietra, e le case erano attaccate l'una all'altra, con cortili e vicoletti interni, ? che consentivano la circolazione dei pedoni e, con qualche difficolt, dei veicoli, dentro al paese, ? ma scarse aperture all'esterno: e il tutto appoggiato nella parte retrostante, alla montagna e ad un ruscello: con un ponticello primitivo, quasi arcaico, che sembrava essere fatto per essere usato a difesa. A difesa da chi?... Ma... dai briganti, dai giannizzeri rapaci di un tempo. Noi lo battezzammo subito "ponte dei tedeschi", pensando alla guerra partigiana che fu combattuta aspramente in quelle valli e quei monti.
Non esistevano quasi nel paese antenne della Tv; ed io feci perfino la fantasia di far girare sul luogo da un amico regista un film in costume collocato in un remoto passato.
Chiedemmo un po' in giro. Ed un contadino mi indirizz dal sindaco del paese, dicendo che quello aveva forse, su verso il monte, qualche piccolo appezzamento di cui non faceva nulla; sarebbe stato forse disposto a vendere.
Andai allora dal sindaco, che gestiva una delle due osterie del paese. S, aveva una striscia di terra, con qualche quercia e qualche castagno, oltre a un po' di prato. Il terreno era piccolino, ma una casetta ci si sarebbe potuta costruire. Andammo a vedere. Era proprio sopra la curva della strada, dove avevamo avuto la nostra discussione: ad una ventina di metri pi in alto. Il prezzo? Disse una cifra. Con i miei pochi risparmi ci stavo, e gli dissi che a me andava bene. Per non andava bene a lui: che avrebbe voluto discutere, contrattare, fingere di non poter abbassare il prezzo, consultarsi con la moglie, e poi alla fine concedermi uno sconto. Fin che lo sconto me lo fece lui stesso, dato che io, povero minchione, non ci sapevo fare.
Piuttosto, quando gli dissi: ? Bene, ora che ci siamo messi d'accordo, mettiamo un po' di nero su bianco ? mi guard male, e si mise a urlare: ? Io non le vendo un bel niente, perch cos non mi va. Qui siamo fra galantuomini, ci si d una stretta di mano, e questo vale pi di qualsiasi firma.
? S, s, ? feci io scusandomi. E gli porsi la mano, che egli strinse tre volte. Affare fatto. La settimana successiva portai su un architetto amico, che mi aveva gi mostrato in precedenza, in tutt'altra plaga, una casettina di montagna da lui costruita per s. Per me l'avrei voluta un po' pi grande. Comunque venne a vedere.
La posizione andava bene, e ci avrebbe fatto il progetto. ? Ma... finiremo coll'occupare tutto il terreno. Bisognerebbe acquistare un po' di altro spazio; e poi anche quel pezzetto che appartiene ad una villa al di l della strada per la quale si accede alla zona, e che a quella villa non pu servire a nulla: si dovrebbe poterlo avere per poco.
Mi adoperai; e riuscii ad avere anche questi due supplementi di area.
Ora a me sembrava una bellissima propriet. Avevo per prosciugato in tal modo tutti i miei risparmi e rimasi senza un quattrino per costruire.
Mia moglie Carla si era intanto innamorata del luogo. Non mi disse pi nulla e fu felice della nostra impresa.
I soldi un poco per volta vennero; magari sotto forma di prestiti, che impiegai qualche anno a saldare. L'architetto mi fece il suo progetto. E siccome nello stesso progetto la casa era ancora piccola, mia figlia lo ritocc, mantenendo il disegno, ma aumentando le dimensioni.
Ne risult una casa rustica ma ampia, dove poteva alloggiare una intera grossa famiglia, quale ormai con la nascita dei nipoti era divenuta la nostra. Potei arredarla usando anche mobili vecchi di famiglia, cos da identificarmi con mio nonno, il quale, in tutt'altra regione, aveva avuto la casa di campagna, che, quando ero bambino, ci accoglieva tutti.
Contiguo al nostro terreno ve n'era un altro, senza alberi, tutto a prato. Lo aveva acquistato un pensionato mediante i suoi risparmi, con lo stesso proposito che avevo avuto io. Arrivare con altri quattrini, che avrebbero potuto giungere, a costruire una casetta dove venire a passare i fine settimana. Riusc invece solo a costruirsi un grandioso cancello sulla strada, da cui far passare la propria macchina. La casa invece non giunse mai a farla. Ma ogni domenica di bel tempo arrivava. Si stendeva su una poltrona a sdraio (che per il momento rappresentava la casa intera inesistente: al modo stesso di quelle messe in scena teatrali, dove uno sgabello rappresenta il salotto, ed un solitario alberello di cartone sta per una foresta) e passava il tempo, godendosi la sua propriet. Poi cess di arrivare, e si seppe che era morto.
La casa di Brinzio, sul limitare del bosco, in faccia al Campo dei fiori, in vista del passo (il Brinzio appunto) che conduce a Varese, era stata costruita per mia moglie Carla: la quale l'ha goduta per pochi anni, perch  venuta presto a mancare. Essa non  mia.  intestata ai miei figli. Ma nel comune di Brinzio, ho ancora un mio possedimento. Sono proprietario di due metri quadrati, dalla parte del lago, un po' nascosti.



Sonno Rem e Sonno S

Io ? So bene che nel corso del sonno notturno vi sono fasi durante le quali si producono questi rapidi movimenti oculari (Rapid eye movements), registrabili con un elettroencefalografo, e fasi invece durante le quali questi movimenti sono assenti. Ed anche che colui in cui si presentano tali movimenti, se svegliato, racconta che stava sognando, mentre se lo si risveglia quando tali movimenti non ci sono, non ricorda nulla e non sa se ha sognato o no.
Lui ? Perci si parla di Sonno Rem e di Sonno non Rem. Anche se ricerche recenti non hanno dato risultati del tutto costanti. Si pu solo dire che nella maggioranza dei casi al Sonno Rem corrisponde una attivit onirica in corso, mentre il Sonno non Rem sembra privo di sogni.
Io ? Mi sembra tuttavia improprio parlare di Sonno Rem e non Rem, perch sembrerebbe che si trattasse di due differenti maniere di dormire. Mentre il sonno  sempre identicamente sonno.
Lui ? Ormai queste espressioni sono entrate nell'uso. E poi non  vero che si tratti soltanto di correnti indotte dai movimenti oculari. Nei tracciati E.E.G. del Sonno Rem si riscontrano altre alterazioni che derivano da modificazioni dell'attivit cerebrale in relazione alla profondit del sonno. Non si pu quindi dire che il sonno rimane sempre identicamente sonno.
Io ? Ho veduti questi tracciati; ma  qui il pasticcio: una vera corrispondenza fra le segnalazioni dei movimenti oculari e le alterazioni del sonno non esistono, e bisogna arrampicarsi sugli specchi per trovarle; ed anche queste alterazioni riguardano pi che altro le variazioni nel tono muscolare dell'organismo. In tal modo si sono inventati il sonno paradosso e tutte le altre arzigogolature. Io sono infastidito. Perch anch'io ho fatto qualche esperimento. E se  lecito parlare di Sonno Rem e non Rem, si potrebbe egualmente, sulla base delle mie ricerche, parlare di Sonno S e di Sonno non S.
Lui ? Che cosa intendi dire? Di che genere di esperimenti si tratta?
Io ? Gli esperimenti li ho fatti con mia moglie, la Giovanna. Lei ha il vizio di russare qualche volta. E allora mi  venuto in mente di svegliarla improvvisamente mentre dorme: qualche volta proprio mentre sta russando, e qualche volta invece mentre non russa.
Lui ? E lei si lascia fare queste cose?
Io ? Spesso stenta a rispondere, o mi d soltanto un calcio, oppure si arrabbia. Gi, perch io non mi limito a svegliarla, ma insisto con lei ? assonnata come  ? e strepito per sapere se stava sognando oppure no.
Lui ? Sei proprio sgarbato e crudele.
Io ? Sempre meno di quelli che fanno dormire la gente con l'elettroencefalografo attaccato, per pescarli in fase Rem, o non Rem.
Lui ? E i tuoi Sonno S e non S, che cosa sarebbero poi?
Io ?  semplice: Snoring Sleep e Not Snoring Sleep: S.S. (absit iniuria verbis) e non S.S. Uso anch'io termini inglesi (o americani); altrimenti la cosa perde il suo sapore scientifico.
Lui ? Compatisco la tua povera Giovanna. Ma tu che cosa hai trovato?
Io ? Ho avuto un risultato in certo modo reciproco rispetto a quello che accade col Rem ed il non Rem. Quando c' lo Snoring Sleep, la Giovanna sogni non ne racconta, mentre nel Not Snoring Sleep  pi facile che ricordi qualche frammento di sogno.
Lui ? Scusami sai, ma questo non  per nulla scientifico; anche se usi vocaboli inglesi. Vuoi mettere le ricerche effettuate elettroencefalograficamente in laboratori attrezzati?
Io ? Qui  la truffa. La vera truffa perpetrata da questi psicofisiologi poco seri. I quali ? senza dichiararlo esplicitamente ? ti inducono a credere di aver individuato, col loro maledetto aggeggio, particolarit sul funzionamento cerebrale durante il sonno, mentre registrano soltanto le variazioni elettriche, prodotte dalle microcontrazioni delle sei paia (tre per occhio) di muscoli oculomotori. Hanno fatto quindi semplicemente qualche cosa di molto simile a ci che io (auditivamente, ahim, perch mi sveglio e non posso dormire tranquillo) avverto nell'apparato della retrobocca della Giovanna, che chiudendo parzialmente la trachea, le rende pi difficile la respirazione in fase inspiratoria. Che differenza c', domando io. L'elettroencefalografo  tutta una messa in scena di cui io non ho bisogno.
Lui ? S, ma non vedo una corrispondenza fra le registrazioni esatte, che si fanno in laboratorio, per il Sonno Rem, e queste... s, chiamiamole intimit (per innocenti che siano) che tu ti prendi con la Giovanna quando russa, e quando invece non russa.
Io ? Tu non vedi la corrispondenza, perch sei fissato con le apparecchiature tecniche. Ma ricordati che Galilei scopr e formul la legge della caduta dei gravi, usando un semplice scivolo, lungo il quale scorreva una biglia, e misurando il tempo con quell'imperfetto cronometro, che era il battito del suo polso controllato a mano.
Lui ? Ma tu, da nuovo Galileo, che legge avresti trovato, svegliando la Giovanna, sul pi bello di un suo pacifico sonno?
Io ? Qualche cosa ho trovato anch'io come ti ho detto; e in certo modo proprio sulla falsariga di questi psicofisiologi che si riempiono la bocca col sonno Rem.
Lui ? Non comprendo bene la connessione.
Io ? Durante il sonno si ha una riduzione di tutta la funzionalit corporea, pi o meno soggetta all'attivit cerebrale.
Lui ?  chiaro. Si tratta di recuperare, diciamo cos, l'energia nervosa consumata durante il periodo di attivit, e cio della veglia.
Io ? Gi. Per del tutto inattivo l'organismo non potrebbe rimanere, se deve conservarsi in vita. Vi sono altri casi di sonno limitato temporaneamente ad alcuni organi soltanto, mentre i rimanenti rimangono in funzione. Hai mai veduto dormire i cavalli?
Lui ? No, veramente.
Io ? Io s, perch ho fatto il militare in un'arma a cavallo, e quando ero soldato semplice mi son trovato a fare anche il guardia scuderia.
Lui ? Che cosa sarebbe?
Io ? Il soldato trasformato in stalliere. Il quale durante la notte sorveglia la scuderia dove i cavalli stanno dormendo.
Lui ? E quali sono i compiti di queste guardie scuderia?
Io ? Ma... impedire che i cavalli, i quali sono tanti, si mordano o si scalcino fra loro, oppure impedire che i cavalli mal castrati (ce n' sempre qualcuno) disturbino le femmine, vanamente cercando di montare loro addosso.
Lui ? Ma succedono fatti del genere?
Io ? Qualche volta. Ma sopra tutto c' da mantenere pulita la lettiera, perch... mica i cavalli hanno il gabinetto. E quando i cavalli defecano, bisogna rimediare e ripulire lo strame per terra.
Lui ? E tu facevi queste cose?
Io ? Per forza. Tanto bravo non ero. Ma avevo alcuni commilitoni sardi che erano rapidissimi; e appena un cavallo si metteva in posizione accorrevano, e il grumo di sterco lo acchiappavano con la pala al volo, cos che poi non c'era da pulire nulla.
Lui ? Per te non doveva essere molto divertente.
Io ? Ero giovane. E poi intanto guardavo i cavalli dormire.
Lui ? E come dormivano?
Io ? Naturalmente in piedi.
Lui ? In piedi?
Io ? Sicuro in piedi (a meno che non fossero ammalati), ma su tre zampe soltanto. Una zampa a turno rimane sollevata e lievemente appoggiata a terra, coi muscoli rilassati in modo da non sostenere il peso del corpo. Cos si pu dire che il cavallo fa dormire una gamba alla volta.
Lui ? Questa  bella. E gli  sufficiente?
Io ? S,  sufficiente per loro mettere a riposo una gamba a turno, nel corso dell'intera nottata. Non dobbiamo dunque meravigliarci se anche durante il nostro sonno c' una parte di noi (magari i muscoletti oculomotori) che sta sveglia, o si accinge a svegliarsi.
Lui ? L'attivit sensoriale  per abrogata, o almeno attutita. Cos solo stimoli molto intensi si fanno sentire e pongono fine al sonno.
Io ? Allo stesso modo come  ridotta l'attivit muscolare. E ? come ci ha insegnato Freud ? proprio questo rende possibile il sogno. Mancando un'attivit muscolare, il soggetto non pu distinguere fra immagini endogene (fantasie e sogni dunque) e realt effettiva: quella realt che pu essere riconosciuta come realt, differenziandosi dalla mera apparenza, della fantasia e del sogno, soltanto attraverso l'attivit motoria, e cio mediante l'esame di realt compiuto dal soggetto soltanto con movimenti corporei, e cio appunto con un'attivit muscolare.
Lui ? Qualche attivit motoria durante il sonno per rimane.
Io ? Attenuata come quella sensoriale. Attenuata ora pi ed ora meno. Ed ecco appunto che i micromovimenti oculari (quelli di questo benedetto Sonno Rem) rappresentano un tentativo di ripristinare l'esame di realt.
Lui ? Sembra per che i movimenti del sonno Rem ce l'abbiano anche le creature allo stato fetale, prossime a venire al mondo.
Io ? Certamente. E proprio per questo, qualche ingenuo psicoanalista si  immaginato che esistano anche sogni durante la vita fetale. Nel periodo che precede la nascita si sviluppa tutta una intensa attivit muscolare: che per il momento non ha funzioni particolari, ma rappresenta solo una preparazione, o un esercizio, per quella attivit che verr sviluppandosi in seguito dopo la nascita. Assurdo  ritenere che in fase fetale ci sia una qualunque forma di pensiero, o anche motoria, se si prescinde dai movimenti di natura spinale. Insomma bisogna rendersi conto che il feto su per gi si comporta come una rana decerebrata.
Lui ? Allora, per gli individui gi sviluppati, i movimenti oculari durante il sonno, costituirebbero, secondo te, semplicemente un'attenuazione dello stato di sonno, un inizio di risveglio?
Io ? Certo. Ed  proprio per questo che vengono pi facilmente ricordati i sogni fatti in quel momento. Ma anche questo lo aveva gi detto Freud. Probabilmente si sogna durante tutta la notte; ma si ricordano soltanto i sogni che si fanno in fase di imminente risveglio, o di tentato risveglio.
Lui ? Tuttavia gli psicofisiologi attuali non la pensano cos, a quanto pare.
Io ? Io per ora ho la controprova. La controprova dei sogni della Giovanna.
Lui ? Come i sogni della Giovanna?
Io ? Col sonno anche l'attivit muscolare si riduce. Ma respirare bisogna pure. Vi provvede in parte il sistema nervoso autonomo, che continua a funzionare, malgrado il sonno. Cos per pu rilassarsi il tono della muscolatura, compresa quella degli organi congiunti alla trachea.
Lui ? Ah! Tu spieghi in tal modo il fenomeno del russare!
Io ? Certo. E come altro lo vorresti spiegare?
Lui ? Ma allora, secondo te, il russare sarebbe indice di un approfondimento del sonno. Il contrario di quanto accadrebbe nel Sonno Rem, durante il quale la muscolatura, sia pur limitatamente ai muscoli oculomotori, riprenderebbe a funzionare?
Io ? Riprenderebbe a funzionare per ripristinare l'esame di realt, interrotto durante il sonno. Vedi che hai capito? Mentre lo Snoring Sleep, l'S.S.,  un indice di maggior approfondimento del sonno, o ? ci che equivale ? di un maggior distacco dalla realt. Per cui i sogni, se pur ci sono, non vengono ricordati.
Lui ? Per bisognerebbe vedere quello che ne pensano i neurofisiologi, quelli che hanno...
Io ? Gi le apparecchiature, le apparecchiature. Comunque interpeller anche gli psicofisiologi. Mi rivolger al collega Mancia, che del sonno Rem era un patito, ma che ora mi sembra assai pi cauto. Ad ogni modo la Giovanna  una benemerita della scienza, ed io le perdono se, russando, mi disturba; perch mi ha fatto scoprire lo Snoring Sleep. Non credo che mi daranno per questo il Nobel per le scienze biologiche, come dice il professor Carlo Sirtori (ma quello promette i Nobel a tutti, come se ce li avesse lui in tasca). Comunque fa sempre piacere essere un inventore. Per lo meno dello stesso calibro di quelli che hanno inventato il Sonno Rem.



La vittima e il persecutore

Il rapporto fra vittima e persecutore, cos chiaro sul piano giuridico, dove persecutore  colui che infligge, per propri scopi o per pura malvagit, sofferenza alla vittima, la quale tale azione subisce senza essere in grado di sottrarvisi, si presenta sul piano psicologico assai pi complesso e incerto. Questo in modo specifico quando l'azione persecutoria si protrae per giorni e mesi, e quando la relazione fra persecutore e vittima  individualizzata. Intendo riferirmi al tempo e alla maniera, per cui si stabilisce una relazione personale fra poche vittime (il caso pi chiaro  quello della vittima singola) e pochi persecutori (anche qui a rigore un solo operatore materiale, che priva della libert la vittima costringendola al proprio volere).
Ci  dovuto al fatto che fra due persone che entrano in relazione, qualunque sia il tipo della relazione stessa (compresa quindi quella di un comportamento persecutorio dell'uno sull'altro), si stabilisce una comunicazione (che pu anche esser fatta di gesti soltanto), comunque un legame comprendente rapporti affettivi di varia specie: un legame libidico, diremmo noi psicoanalisti. Esso pu conservare tutte le componenti ostili ed aggressive determinate dal fatto che l'uno tiene l'altro in proprio potere, mentre l'altro aspira ovviamente a riacquistare la propria libert; ma  comunque un rapporto umano. L'aguzzino e la vittima finiscono, volere o no, col solidarizzare: fino al punto che l'aguzzino ha bisogno di dire o far capire che nell'esercitare le sue funzioni  esecutore di una superiore autorit, personale oppure astratta, di cui egli stesso  succubo. E la vittima tende a mostrarsi comprensiva verso l'altro, accettandone in certo modo il ruolo, coll'obbedire a ci che quegli le impone.
Gli analisti parlano di identificazione coll'aggressore. Questa identificazione  pi semplice ed evidente, quando si compie in un tempo successivo, quando cio la vittima ? condizionatamente, o anche senza condizioni ?  liberata dal proprio stato di soggezione, e sente il bisogno di rifarsi dalla umiliazione subita, dalla ferita che  stata inferta alla sua personalit, scaricando su un altro la stessa violenza sofferta. Ma pu prodursi anche senza che il primitivo rapporto sia cessato, per una sorta di accettazione masochistica della sofferenza: della sofferenza che gli proviene da quel singolo persecutore con cui si identifica, solidarizzando con lui e legandosi in certo modo a lui.
Penso che derivino da una oscura consapevolezza della esistenza di questi rapporti fra la vittima e il persecutore, le norme di condotta che in genere vengono imposte a chi deve svolgere il ruolo del carceriere.
Se le vittime sono pi d'una, non devono avere nome: essere numeri soltanto (come nei campi di concentramento e nelle carceri). Il carceriere deve essere senza volto e senza personalit. E svolge al caso l'opera sua incappucciato (come il boia dei tempi antichi), non tanto per impedire futuri riconoscimenti (ad esempio nei sequestri per estorsione), ma perch il rapporto con la vittima sia il pi anonimo possibile. Riduzione al minimo dei discorsi col detenuto, se non divieto assoluto di parlargli.
Con tutto ci il carceriere  pur sempre colui che porta il cibo, che si fa vedere ad ore fisse, e al quale (anche se non risponde) si pu rivolgere la parola.
Ma pure per il carceriere  difficile non parlare. Perch se non parla, si sente egli stesso in qualche modo prigioniero dell'altro.
Nel dir ci evidentemente ho presente la situazione dei sequestri di persona a scopo di estorsione.
Ma dovunque ci sia una situazione analoga si verificano simili rapporti.
D'altra parte il prigioniero, nelle carceri private o in quelle pubbliche, come pure qualsiasi persona rinchiusa in un luogo di segregazione, subisce una riduzione dei normali stimoli del mondo esterno a cui  soggetta una persona libera, e ci conduce ad una totale alterazione di tutti i comuni valori delle cose.
Il pasto e l'ora stessa del pasto, le operazioni riguardanti la pulizia personale, il bugliolo diventano cose di un estremo rilievo, e cos i rari contatti col carceriere.
Si produce pertanto una regressione psicologica (analoga a quella che, per motivi diversi, colpisce le persone in et avanzata). Il carceriere diventa il nutritore, colui da cui si attende ogni cosa, si tenta di carpirgli qualche notizia, e da lui si dipende in tutto e per tutto. Cosicch anche se ? per qualche accenno fatto da questo stesso carceriere, o per ci che la vittima pu sospettare ? egli  pure colui che, in date circostanze, pu presentarsi per portargli la morte, e se  minaccioso e qualche volta violento, assume sempre il ruolo di una autorit genitoriale, di fronte al soggetto ridotto alla personalit di un piccolo bambino.
Sarebbe interessante poter prendere visione delle prime testimonianze rese, subito dopo la liberazione, da individui che hanno subito un sequestro. Se i resoconti dei giornali non ci ingannano, sembra che ? nel primo interrogatorio ? il sequestrato (sia egli stato abbandonato dai sequestratori, oppure liberato dalle cosiddette forze dell'ordine, o da se stesso) non muova in genere eccessive lamentele verso i sequestratori, ma anzi abbia espressioni di simpatia, tanto da far nascere perfino le fantasie di qualche idillio sorto nel periodo del sequestro.
Poi col passar del tempo le cose si ridimensionano. Il turpe comportamento del sequestratore torna ad assumere la colorazione che gli compete nella concezione di una societ, dove la libert dovrebbe essere garantita ad ognuno. Gli elementi di irrazionale simpatia che possono essersi prodotti nella eccezionale situazione della persona vittima di una violenza senza scrupoli svaniscono, come  giusto che sia.
Tuttavia se torniamo ad immergerci nel rapporto della vittima col suo persecutore, cos come  vissuto nella sua concretezza, troviamo altri elementi riferibili a quella che abbiamo detta la identificazione col persecutore.
Ad esempio i numerosi casi verificatisi durante la guerra partigiana (ma pure nelle guerre civili di ogni paese) di partigiani torturati e seviziati dai brigatisti neri, i quali ad un dato momento sono finiti col passare dalla parte di questi ultimi, diventando a loro volta seviziatori di antichi compagni; oppure viceversa (perch la cosa  identica e si  verificata con eguale frequenza) di repubblichini seviziati dai partigiani, e convertitisi essi stessi in partigiani, non si spiegano razionalmente come effetto della paura, o come tendenza a passare dalla parte di coloro che al momento sembrano i pi forti, ecc., ma soltanto come effetti di veri e propri processi di identificazione col persecutore.
Sono cose difficili da essere comprese dal pubblico, che necessariamente guarda all'aspetto esteriore e superficiale delle cose (quello effettivamente visibile), e non ha modo di compiere una indagine in profondit sopra i processi inconsci che si sviluppano nella personalit individuale.
Tuttavia l'atteggiamento, interessato anche se perplesso, avuto dal pubblico di fronte ad un film come Il portiere di notte, dove viene presentata la assolutamente irrazionale ricerca di un ripristino di una situazione sadomasochistica appartenente al passato dei campi di sterminio nazisti, con un continuo scambio di ruoli, fino alla definitiva solidale accettazione, da parte dei due protagonisti, del sacrificio estremo, ci fa pensare. La comprensione, sia pure in mezzo a tante incertezze, per questa storia, bellissima ma assolutamente assurda, diventa logica solo ove si ammetta che il pubblico, nell'intimo dei propri dinamismi pi nascosti, conosce la parentela che insieme lega perseguitati e persecutori, e accetta la possibilit che attraverso questa identificazione possa anche nascere un grande amore.



Concertista senza ascolto

Nel 1945 ero appena rientrato a Milano, con l'aspirazione di riprendere la mia vita all'universit, quando ebbi la visita di una signorina dall'et indefinita, di nome Maria.
Mi raccont che era russa, nata a Mosca nel 1908. Suo padre, musicista, era stato il direttore della Banda municipale di Mosca. Il cognome era per italiano, perch il nonno, padre del direttore di banda, musicista egli pure, era italiano di nascita, anche se poi era andato a stabilirsi in Russia.
Maria aveva due sorelle, ma era l'unica che avesse ereditato dal padre e dal nonno il talento musicale. Infatti la madre, di nazionalit russa, e le due sorelle non avevano alcun interesse musicale.
Maria aveva studiato pianoforte al Conservatorio di Mosca, e prometteva assai bene; cos che era sorta in lei l'aspirazione a divenire concertista. Se non che, fin dall'adolescenza si era sviluppato in lei un elemento fobico alquanto particolare: non poteva suonare in presenza di altre persone. E questo chiaramente contrastava con la sua aspirazione di carriera.
Poich il padre, anche dopo la rivoluzione, aveva conservato la propria posizione, che conferiva alla famiglia un certo benessere, si cerc di correre ai ripari, e dietro consiglio di un amico di famiglia, il professor Rossolimo, psicologo assai conosciuto in tutto il mondo, fu deciso che Maria si sottoponesse ad una cura psicoanalitica, pur continuando a studiare il pianoforte.
Nell'Unione sovietica la psicoanalisi era ancora praticata da alcuni. Ma cominciavano ad esservi delle prevenzioni da parte degli ambienti politici. Maria aveva allora circa venti anni. Fu mandata a Berlino, dove c'erano allora molti profughi russi, e fu presa in analisi da una dottoressa ebrea.
Poich non si poteva esportare denaro dall'Unione sovietica, il padre di lei dava dei rubli a Mosca a persone che avevano parenti profughi a Berlino; e il controvalore veniva ritirato in Germania dalla ragazza, la quale cos poteva mantenersi, pagarsi l'analisi e continuare gli studi di pianoforte, sempre col miraggio di poter diventare una concertista.
La cosa si protrasse per vari anni, senza che la fobia del pubblico scomparisse, bench la ragazza si sentisse molto protetta dall'analista, e si trovasse assai bene con lei, che considerava una seconda madre.
Il tutto era invece assai mal visto dalla madre effettiva e dalle sorelle: le quali dicevano: "Lei fa la vita della signora all'estero, si cura di una malattia assurda e incomprensibile, con una terapia strana, la quale non d alcun frutto, mentre noi qui conduciamo una vita di stenti, che diventa sempre pi difficile".
Nel 1935, la analista ebrea non si sent pi sicura a Berlino e si trasfer a Parigi. Maria la segu, e il padre continu a mantenere la figlia col solito sistema.
Intanto per l'intera famiglia, dato che il padre era andato in pensione per limiti di et, matur il proposito di venire in occidente.
Il padre stesso, essendo figlio di un cittadino italiano, ottenne dalle autorit consolari il riconoscimento della cittadinanza italiana, per s, per la moglie e per le tre figlie. E con gli appoggi di cui ancora godeva negli ambienti politici sovietici, si procur l'autorizzazione, per tutta la famiglia, di trasferirsi fuori dell'Urss.
Maria, che era a Parigi, dove era stata abbandonata dalla analista, la quale non sentendosi sicura neppure in Francia, era partita per la Palestina, doveva ricongiungersi con i suoi a Milano. Se non che alla vigilia della partenza per l'Italia, il padre era morto improvvisamente. Ed a Milano Maria si ritrov nel 1938, alla vigilia dello scoppio della guerra, con la madre e le sorelle giunte da Mosca.
Mezzi ne avevano pochi. Vendettero quello che avevano potuto portare da Mosca, compreso il pianoforte di Maria; ed iniziarono una vita molto difficile.
Maria aveva s continuato in tutti gli anni passati a studiar musica e ad esercitarsi al piano; sempre tuttavia con la impossibilit di farsi ascoltare da qualcuno: per cui la musica era rimasta, e rimase anche in seguito, una faccenda sua privata, senza prospettive di sorta.
Madre e sorelle erano furibonde verso Maria, che aveva concorso a dilapidare le poche risorse economiche della famiglia, e che era assolutamente incapace di provvedere a se stessa. La musica fu odiata dall'intera famiglia come causa principale di tutte le disgrazie.
Per vivere le quattro donne che parlavano male l'italiano, e non avevano occasione di utilizzare la loro conoscenza del russo, si dedicarono alla borsa nera, che in quell'epoca di guerra imminente, e poi di guerra dichiarata, cominciava a diffondersi.
E cos riuscirono a giungere al '45. Maria, appena possibile, aveva scritto alla sua analista in Palestina, per avere l'indirizzo di un analista di Milano. A lei premevano solo la sua analisi per poter suonare in pubblico, e ben inteso, la musica, per riprendere la sua preparazione di concertista.
La collega della Palestina le diede il mio indirizzo; ed ora eccola da me.
Se la lunga analisi effettuata a suo tempo non aveva dato alcun aiuto, era assai difficile ora ricominciare. Poi le condizioni sue e della famiglia continuavano ad essere precarie. Le sorelle avevano trovato lavoro. Ma a lei restava soltanto la borsa nera: la quale, tuttavia, con la fine della guerra si era ridotta al solo commercio clandestino delle sigarette estere. Aveva un suo fornitore e correva per le vie della citt, con le sue borse (senza prendere mezzi pubblici per risparmiare) cercando di raggranellare qualche soldo da alcuni clienti fissi che era riuscita a procurarsi.
Era per quasi completamente mantenuta dalle sorelle, giacch i pochi soldi che guadagnava le servivano per pagarsi a noleggio l'uso di uno o anche due differenti pianoforti, per qualche ora al giorno, presso famiglie decadute, che avevano il pianoforte, ma non lo usavano.
Lei poneva sempre la condizione che la lasciassero sola nella stanza del pianoforte.
Tutto ci perch lei doveva tenere le mani in esercizio, e studiare le varie opere musicali, giacch non aveva affatto abbandonato l'idea di diventare una concertista.
Solo bisognava guarire dalla fobia del pubblico, e perci aveva bisogno di un analista.
Mi resi conto di trovarmi di fronte ad un grosso pasticcio. Non potevo abbandonarla. D'altra parte, anche per il lungo periodo di interruzione della mia attivit scientifica e didattica all'universit, non mi era possibile in quel momento darle un gran che.
Avevo allora come allievo un magistrato. Questi, per la sua posizione, non poteva svolgere alcuna attivit privata retribuita. E d'altra parte aspirava a prendere in analisi qualche paziente (senza farsi pagare) per esercitarsi nella tecnica analitica.
Malgrado il mio scetticismo, diedi a Maria l'indirizzo di questo magistrato, dicendole di rivolgersi a lui, che era stato da me avvertito.
Seppi poi dal mio allievo che non si era presentata. Quindi per parecchi anni non ebbi pi notizie di Maria.
Soltanto diciannove anni pi tardi, nel '64, rientrando un giorno a casa, la trovai sul pianerottolo della mia abitazione, piangente, mentre stava parlando con mia figlia, la quale sta nell'appartamento contiguo al mio.
Mia figlia poi mi impose di non abbandonare quella che allora era divenuta una persona anziana.
Le chiesi perch non fosse andata tanti anni fa dalla persona alla quale la avevo indirizzata. Mi rispose che aveva chiamato il magistrato per telefono, ma che la sua voce non le era piaciuta. Questo lo raccontava tuttavia come se fosse accaduto il giorno prima. Perch una sua specialit consisteva appunto nel non tenere mai per nulla conto del tempo.
Mi preg di informarmi in quale parte del mondo stesse ora la sua antica analista. Riuscii soltanto a rintracciare alcuni parenti di questa collega: la quale per era morta da vario tempo e avrebbe avuto ? se fosse vissuta ? oltre cento anni.
Cos me la son presa io. Non in analisi; perch di analisi non era pi il caso di parlare, ma diciamo in psicoterapia.
Era cos disperata ed era venuta da me, perch era morta sua madre.
Potei ricostruire tutta la storia.
Con la madre (come con le sorelle) non era mai andata d'accordo. E questo perch lei fin da bambina (anche a prescindere da tutti gli elementi nevrotici che agivano in lei) era stata simile al padre, come mentalit e inclinazioni; per modo che in famiglia vi erano come due nuclei opposti: da un lato il padre e Maria, dall'altro la madre e le sorelle.
Maria, chiusa in una sua impostazione narcisistica, aveva avuto forti impulsi aggressivi verso la madre. Le aveva augurato spesso la morte: "Ah! Perch  morto mio padre che mi voleva bene e mi capiva. E non mia madre che ha solo ostilit per me e non capisce quello che la musica significa per me!".
Ma ora era disperata. Si sentiva in colpa per questi antichi pensieri, come se lei stessa fosse stata responsabile della morte della madre.
Anche dopo la scomparsa della mamma, il conflitto continu con le sorelle, le quali si opponevano a che lei ascoltasse la radio, o dischi, o cassette musicali. Poteva ascoltare musica soltanto quando le sorelle erano fuori di casa.
Frequentava anche i teatri lirici. Alla Scala era riuscita a farsi ingaggiare da un organizzatore della claque, il quale la faceva entrare gratis, assicurandole un posto a sedere in loggione, perch lei era divenuta esperta. Conosceva gli spartiti delle opere a memoria, e sapeva quando era il momento giusto per gridare a gran voce: "Brava!", trascinando cos gli applausi dell'intero teatro; o scegliere il momento di entusiasmo caldo per chiedere: "Bis!".
Per pagarsi i pianoforti a nolo, continuava a vendere le sigarette di contrabbando, ma faceva sempre pi fatica, ed era cos mal ridotta, che una volta due guardie di finanza la fermarono per la strada e le aprirono due grosse valigie zeppe di sigarette estere; ma la lasciarono per andare senza neanche sequestrarle la merce, tanta era la pena che quella donnetta spaurita incuteva.
Inoltre coll'andar del tempo divenne anche agorafobica. Io continuai a riceverla ed a parlare con lei degli episodi della sua vita. Anche della sua vita infantile a Mosca.
Ma per lei cominci a diventare difficile sia andare a teatro, che venire da me. Quanto al commercio delle sigarette, dovette rinunciarvi, perch era troppo faticoso.
Riuscii a farle avere la pensione di invalida civile; ma essa perdette la possibilit di andare a suonare da qualche parte, per qualche ora al giorno. Mandai qualche volta mia moglie a prenderla con la macchina, facendola poi riaccompagnare a casa. Ormai lei  anche un po' svanita. In fondo desidera soltanto lamentarsi e non essere consolata. Mi telefona qualche volta, ma esclusivamente per dirmi che lei avrebbe dovuto divenire una buona concertista, se non fosse stato per il terrore che le incuteva l'idea che qualcuno la ascoltasse.
Quando l'altro giorno mi ha ancora telefonato per riferirmi che le sorelle avevano nascosto certi dischi che io in passato le avevo regalato, ho ripensato a tutta la storia di Maria.
Come si pu ricostruire questa vicenda e la fobia che ne costituisce il nucleo centrale?
C' anzi tutto il rapporto col padre. Il rapporto affettivo normale. Ma poi un tentativo di identificazione. Il padre che sulle grandi piazze di Mosca dirige la banda, in divisa, di fronte alla folla, ottenendo da questa gli applausi.
E lei, ragazzina fra il pubblico, vestita alla marinara, come allora si usava, col berrettino con sopra scritto il nome della nave "Aurora", da cui la rivoluzione aveva avuto inizio (AUPOPA).
L'aspirazione a divenire concertista, e insieme la fobia di avere ascoltatori, sono l'espressione di un tentativo di identificazione col padre da un lato, e insieme il segno della inibizione di fronte a questo desiderio di identificazione.
"Tu vuoi, come tuo padre, avere gli applausi della folla. Sarai punita per questo tuo desiderio. E non potrai suonare di fronte ad un pubblico; e neppure di fronte ad un singolo ascoltatore."
Ecco il meccanismo che ha funzionato. Esso per  identico a quello dell'agorafobia: che  venuta a sommarsi all'altra fobia:
"Tu volevi mostrarti alla gente, essere osservata, riconosciuta ed applaudita, come tuo padre con la sua divisa di gala. Ma sarai punita per questo, e non potrai andare fra gli altri: non potrai camminare per la strada, n prendere mezzi pubblici. Non potrai muoverti, a meno che altri si assumano la responsabilit per te, cosicch non sarai pi tu a presentarti, ma saranno questi altri a prenderti per mano."
Ora mi ha telefonato perch la aiuti ad entrare in un ospedale, o in un ospizio. Ma non la considerano una ammalata. Dicono che non ci sono posti e che non ha bisogno di cure.
Questa  la storia di Maria, la figlia del direttore della Banda municipale di Mosca, la grande concertista, la grande pianista, che nessuno ha mai potuto sentire, o potr mai udir suonare.



Umberto Morra di Lavriano ed una missione diplomatica fallita

Ho conosciuto Umberto Morra di Lavriano, recentemente scomparso, attraverso Novello Papafava. Mi pare di averlo incontrato nel periodo fra le due guerre, in casa Bracci a Roma. Lo vidi l'ultima volta una decina di anni fa a Cortona, dove, venendo da Roma, mi ero recato con Nino Valeri nella casa di Gigetto Pancrazi, per partecipare alla commemorazione che allora si teneva del fratello suo Pietro Pancrazi. Non ci eravamo veduti da tanti anni, e il nostro incontro fu particolarmente cordiale.
Ma rapporti indiretti con Morra di Lavriano li ebbi anche durante la guerra nel 1942, nel corso di una curiosa vicenda.
Egli era venuto in possesso di un elenco, fatto dalla polizia fascista, di patrioti sloveni del Goriziano e delle province slovene poste al di l, e che ora fanno parte della Jugoslavia.
Si trattava di un elenco di cittadini che avrebbero dovuto ? in caso di emergenza sui confini orientali ? venire arrestati. Questo elenco si sarebbe dovuto consegnare agli stessi patrioti sloveni, perch potessero mettersi in salvo.
In cambio... ? e qui risulta subito evidente la fragilit del progetto ? si sarebbe voluta una qualche garanzia per il comportamento di questi slavi, verso quello che sarebbe stato il nuovo governo italiano, alla caduta del fascismo. O per lo meno l'avvio ad una intesa fra l'antifascismo italiano e quello sloveno.
Morra di Lavriano si rivolse per questo a Papafava, il quale a sua volta pass l'incarico a me: che da Milano mi recavo spesso in Friuli dove avevo la famiglia sfollata.
Mi resi conto subito che sarebbe stato molto pi saggio consegnare l'elenco, senza richiedere alcuna preventiva contropartita, stabilendo in tal modo automaticamente un principio di solidariet fra gli antifascisti italiani e quelli sloveni appartenenti all'area di influenza del governo fascista italiano.
Ma l'elenco lo aveva Morra. Ed io, andando ad Udine, avrei dovuto muovere i primi passi senza avere nulla in mano.
Mi recai dapprima dall'onorevole Cosattini, che era stato, in passato, deputato socialista, collega di mio padre, e da lui mi feci facilmente riconoscere. Cosattini mi accolse cordialmente, ma aveva perduto ogni contatto con gli antichi compagni. Mi diede comunque l'indicazione di un industriale, ben mimetizzato, Solari: che dopo la liberazione fu parlamentare socialista. Ma quando mi presentai nella sua fabbrica, fui cacciato via in malo modo, in quanto non si fidavano della mia persona. Dopo la guerra fui con Solari a Stoccolma e a Copenhagen, e gli rimproverai l'accoglienza che mi aveva riservata nel '42. Ma egli rideva, e diceva: "Gi, e chi si poteva fidare?".
L'altro nome indicatomi da Cosattini fu quello di un ex deputato socialista di Gorizia, di nazionalit slovena. L fu anche peggio, perch mi presero assolutamente per una spia fascista e mi chiusero la porta in faccia.
Mi restava tuttavia ancora una possibilit. Avevo un mio antico allievo, apolide, mezzo ebreo, perch figlio di un ebreo ungherese e di madre slovena. Egli attualmente  professore ordinario di psicologia nella universit di Trieste, ed  caposcuola di numerosi studiosi della nostra disciplina. Si trovava allora ? appunto come apolide, considerato di razza ebraica ? in soggiorno obbligato a Buttrio, in provincia di Udine: dove per campare faceva, non lo psicologo o il professore, ma l'allevatore di conigli d'angora.
 inutile che io informi qui come egli fosse divenuto mio allievo, si fosse laureato con me in psicologia nel 1937, e come fin dal 1932 io fossi riuscito a fargli avere, ancora studente, un incarico di insegnamento nel ginnasio comunale di Conegliano. Fatto sta che quando vennero le leggi razziali, la sua posizione anagrafica fu scoperta, ed egli era finito confinato a Buttrio, allevatore di conigli: conigli d'angora, che avrebbero dovuto essere animali da pelliccia, ma che finirono invece nelle padelle degli abitanti, malgrado i solenni nomi di filosofi greci che ? per mantenere i contatti col mondo della cultura ? l'allevatore aveva dato loro indipendentemente dal sesso: Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito, e via via Socrate, Platone, Aristotele ecc.
Gaetano Kanizsa ?  lui l'intellettuale apolide in soggiorno obbligato a Buttrio ? non si limitava per ad allevare conigli. Faceva ? come era costretto ? vita di paese. E passava le serate nelle osterie a giocare a carte con gli uomini del luogo, o a far giochi di prestigio in cui  abilissimo.
Fra questi uomini v'erano spesso, come accadeva ad Udine e a Gorizia, degli sloveni. E alcuni, anche perch allora non c'erano confini di stato, mantenevano contatti con gli sloveni che stavano al di l.
Andai quindi a Buttrio e spiegai a Kanizsa la cosa. Egli, che qualche parola sapeva spiccicare nella lingua materna, cerc di sondare il terreno.
Ma il tutto apparve subito irto di difficolt.
Kanizsa, con l'elenco che gli avrei procurato io, avrebbe dovuto recarsi solo e disarmato, in un bosco isolato, dove avrebbe incontrato gli emissari dei partigiani sloveni. Avrebbe cos potuto consegnare gli elenchi promessi, ed esporre quello che da parte degli antifascisti italiani si desiderava fosse detto.
Il tutto era per troppo pericoloso. In Italia partigiani ancora non ce n'erano, mentre gli interlocutori erano gi i partigiani di Tito. Per un qualunque sospetto che fosse insorto Kanizsa rischiava di essere fatto fuori.
Cos il progetto cadde. E lentamente ci avviammo verso il 25 luglio dell'anno successivo, quando Kanizsa, fiutando l'arrivo dei tedeschi, abbandon Buttrio e gli ultimi suoi conigli e ripar a Roma.
Dell'elenco degli sloveni sospetti non seppi pi nulla. E neppure quando mi incontrai l'ultima volta con Morra di Lavriano alla commemorazione di Pietro Pancrazi a Cortona, commossi come eravamo nella rievocazione del comune amico, abbiamo avuto occasione di parlarne.



La casetta del bambino dei conti Rostov

Per la celebrazione del cinquantenario della Rivoluzione di ottobre fui invitato a Mosca. Mio compagno di viaggio (altri italiani li trovammo gi sul luogo) fu Cesare Zavattini, il quale veniva in Unione sovietica per la prima volta. Si present all'aeroporto di Linate, riccamente impellicciato e bardato, bench la stagione non fosse ancora tanto avanzata:
Cos che poi a Mosca i nostri accompagnatori locali, riferendosi a lui, scherzando commentavano: "Sono tornati i granduchi".
Viaggiare con Zavattini  uno spasso. A Varsavia abbiamo perduto l'aereo in coincidenza per Mosca. Per cui dovendo attendere quello del mattino seguente, siamo stati accompagnati in un albergo, per passarvi, a spese della compagnia aerea, la notte. L, secondo l'uso dei paesi dell'est, ci diedero una camera unica a due letti.
Ma Zavattini si mise a protestare; diceva di non poter dividere la stanza con un'altra persona. Questo non per riservatezza, pudore, timore di russare o altro; ma perch sosteneva ? egli di notte non dorme mai. Scrive, disegna, compone, passeggia, elabora idee e formula progetti, con la luce permanentemente accesa. Ci evidentemente non gli consentiva di condividere la stanza con altra persona. Gli dessero dunque una seconda camera, che egli era disposto a pagare di tasca propria.
Come spiegare per tutto ci all'impiegato notturno dell'albergo, il quale parlava solo polacco e russo, mentre Zavattini, oltre al romagnolo, parla soltanto l'italiano?
Ci fu una lunga discussione. Zavattini vanamente passava dall'italiano al romagnolo, mentre l'altro alternava il russo al polacco. Mi intromisi alla fine io, pur non essendo affatto un poliglotta. Biascicando qualche parola in tedesco, riuscii finalmente ad ottenere, dollari alla mano, la seconda stanza.
Circa la difficolt di conciliare il romagnolo con le lingue slave, debbo aggiungere che Zavattini ebbe in Urss una soddisfazione. Un giorno a tavola sent indicare una salsa piccante col termine crn. Raggiante, Zavattini si mise ad esclamare: "Crn, crn! Proprio come si dice da noi in romagnolo!". Bene, un contatto linguistico esisteva dunque. Anche se esso non ci avrebbe potuto servire per avere la camera supplementare, di cui avevamo bisogno a Varsavia.
Quando, alcuni giorni pi tardi, si tratt di prendere il wagonletto nel rapido notturno da Mosca a Leningrado, malgrado le proteste di Zavattini, non ci fu nulla da fare; dovette coricarsi nella mia stessa cabina, perch altri posti non c'erano. Potei cos constatare che dorm l'intera notte come un angioletto: per cui tutta la storia che lui di notte sta alzato a lavorare in continuazione  semplicemente una pura invenzione.
A Mosca e a Leningrado Zavattini, delle due citt in quanto tali, non vide nulla. Aveva continui appuntamenti con gente di teatro e di cinema. Si era infatti messo in mente di organizzare collaborazioni, coproduzioni, vendite di suoi copioni, traduzioni in russo di propri scritti, e via dicendo.
Inutile spiegargli che gli affari si combinano anche, e meglio, per lettera, e che con i sovietici tutto va per le lunghe, in mezzo a intralci burocratici, che si superano soltanto mediante gli organi di partito. N suggerirgli di cogliere l'occasione di trovarsi in questo paese diverso, per andare in mezzo alla folla: a spasso, nelle botteghe, nei teatri e nelle sale cinematografiche, e non starsene di fronte a proiezioni fatte in studio su un monitor appositamente per lui.
? Tutto questo puoi farlo anche in Italia, ? gli dicevo. ? Guarda invece le persone di qui, che quelle in Italia non te le puoi portare. E tu, con l'arte tua, hai proprio bisogno di vederle ?. Per mio conto, bench l'Unione sovietica l'avessi visitata altre volte, in lungo e in largo, andavo da per tutto: alle funzioni religiose, in cimitero, al circo, perfino ad una partita di calcio, fra una qualche "Dinamo" e un'altra squadra che non ricordo. Alla partita dove il tifo sportivo c', ma  tutto diverso che da noi; e dove il pubblico  costituito da famiglie intere con qualche bambino piccino, che ad un certo momento, per la mancanza di posti, anche un estraneo come me, e per di pi straniero, si ritrova sulle ginocchia, come fosse un nipotino.
Alla sera ci trovavamo a cena, ed io raccontavo a Zavattini ci che avevo visto; ma lui niente. E naturalmente, senza aver veduto nulla dell'Unione sovietica, non combin alcunch neppure nelle faccende che gli stavano tanto a cuore.
La mia curiosit mi port anche ad una avventura.
Un giorno uno dei miei accompagnatori mi disse: Oggi l'Associazione degli architetti di Mosca d un ricevimento nella villa che il governo ha assegnato loro. Ci tengono a ricevere colleghi di altri paesi, venuti a Mosca per questa occasione. Dato per che, fra voi italiani, architetti, per il momento non ce ne sono, potresti andarci tu ?. Aggiunsero che era un posto bellissimo. La villa, gi dei conti Rostov (no: con i conti Rostov di Guerra e pace, il cui nome  fittizio, non hanno nulla a che fare), era stata conservata come era prima della rivoluzione. Si trovava nelle vicinanze di Mosca, in un bosco, magnifico, incantato, ? dove si sarebbe potuto anche andare a caccia ? e con un parco accanto alla villa.
Gli architetti di Mosca tengono in questa sede le loro riunioni e congressi, ed anche le loro feste e ricevimenti. Inoltre hanno il diritto di passarvi, ognuno con la famiglia, quindici giorni di vacanza all'anno, a spese, credo, dello Stato. La villa, che  un vero palazzotto, contiene vari appartamenti, per cui possono abitarci contemporaneamente varie famiglie.
Il personale sembra il vecchio personale che avranno avuto i conti Rostov. Forse sono proprio i discendenti degli antichi maggiordomi, cuochi, camerieri, giardinieri, ecc.
Fui il primo degli ospiti ad arrivare, e fui accolto con grande cordialit. Subito mi fu offerta della vodka. Ma sapevo come con la vodka ci si deve comportare. E, dopo essermi scusato per il fatto di non essere propriamente un architetto, mi misi a chiacchierare. Quasi tutti parlavano il francese e ci intendemmo benissimo.
Poich parecchi di loro erano stati, per ragioni di studio, in occidente, e specialmente in Italia, abbiamo avuto parecchi argomenti di conversazione. Io li interrogavo su come fosse organizzato il loro lavoro a Mosca: dove non esistono architetti tutto fare, ma solo specializzati. Ad esempio: in case di abitazione, oppure in stabilimenti industriali, o in ospedali, o in grandi magazzini, o in teatri, o in stadi ed edifici sportivi, e via dicendo. A loro volta essi mi interrogavano su determinate personalit italiane, come l'ingegnere Adriano Olivetti, che avevano conosciuto, e i cui stabilimenti a Ivrea erano considerati veri gioielli dell'architettura industriale. Stranamente continuai ad essere l'unico ospite; finch si present con aria un po' spiritata, un francese. Che fosse francese si cap dalle poche parole che disse, ma non arrivammo a comprendere se fosse o no architetto, perch tracann qualche bicchiere di vodka, e fu subito ubriaco (ma forse lo era gi da prima). Si distese allora sopra un divano e si addorment, senza pi svegliarsi per qualche ora, finch fu rispedito alla sua origine mediante lo stesso autista che lo aveva portato.
Altri ospiti non vennero: o c'era stato un disguido nel fare gli inviti, o veramente, fra le migliaia di stranieri convenuti a Mosca per l'occasione, gli architetti scarseggiavano.
Dovetti dunque convertirmi in architetto io, ed accollarmi tutti i brindisi e i discorsetti vari, che fanno parte del cerimoniale locale.
Il pranzo fu squisito: servito su tavole imbandite con tovaglie di Fiandra, cristalleria di Boemia, e argenteria con la corona dei vecchi padroni di casa.
I mobili erano in legno massiccio, di quelli che non restano scalfiti dal tempo, salvo che nelle stoffe, le quali per erano state evidentemente rinnovate, mantenendo il vecchio stile.
S; mi pareva veramente di essere ospite della nobile famiglia che aveva posseduto quella gran bella villa. La quale si era in certo modo fermata: come le pendole a cui non sia pi stata data la carica, o come il grande pianoforte a coda del salone principale, che non era stato pi accordato da chiss quanto tempo; o ancora la biblioteca, assai ricca di opere in tutte le lingue, con rilegature di ottimo gusto, ma che si fermava al 1916 o 1917, quando il vecchio conte (ho tuttavia avuto l'impressione che tanto vecchio allora non fosse) fu spodestato del suo castello incantato.
Mi dissero pure che esisteva un figlio del ci-devant conte: il quale faceva anch'egli l'architetto, e apparteneva quindi all'associazione; qualche volta veniva anche a vedersi la propria antica dimora, ed anche a fermarcisi.
Attorno alla villa c'era, come ho detto, il parco; ma insieme alcune costruzioni sussidiarie, come le vecchie scuderie ecc.
Accanto a tali costruzioni una casetta spiccava, per certe sue particolari caratteristiche.
Era un edificio non tanto grande, una casetta semplice; ma aveva un aspetto particolare, diverso da tutte le altre possibili case.
Siccome la guardavo con curiosit, mi spiegarono che una volta un bambino della famiglia Rostov disegn una casa: cos come spesso amano fare i bambini.
Il padre vide il disegno. Gli piacque. E volle che fosse fabbricata una costruzione identica a quella che il bambino aveva disegnato: identica.
Cos fu fatto. Senza raddrizzare gli spigoli dei muri l dove questi avevano una qualche pendenza, o rendere eguali tutte le finestre. Ma proprio come il bambino aveva disegnato i muri e le finestre. E col fumaiolo lievemente irregolare e un poco inclinato da un lato. Conservando perci in questo oggetto reale, costituito da mattoni, da pietre, da malta, e da tegole, da imposte in legno coi vetri inseriti nei propri telai ? quell'aspetto di oggetto solo immaginato dalla fantasia del bambino e riprodotto alla buona nel disegno.
Non so se quello che nel '67 era l'architetto Rostov, di cui mi avevano parlato, fosse proprio il bambino stesso a cui era dovuta quella costruzione, o ne fosse magari il figlio. Fatto sta che nella residenza dell'Associazione degli architetti moscoviti si conservava il modello (ma forse non va bene dire modello, perch  una costruzione vera e propria) frutto della immaginazione creatrice di un bambino.
La casetta del bambino dei conti Rostov mi  venuta in mente spesso nel corso degli anni successivi. Ma in questi giorni me ne sono ricordato in modo particolare per un motivo specifico.
Sono venute a trovarmi ? separatamente, e senza sapere l'una dell'altra ? le figlie di due mie antiche pazienti. Una delle pazienti era una ragazza quando veniva da me; si  sposata pi tardi ed ha avuto, con altri figli, anche questa figliuola. L'altra era in analisi mentre era incinta della ragazza attuale, per cui posso dire di aver avuto quest'ultima sul lettino dell'analisi, prima ancora che nascesse.
N l'una, n l'altra di queste due ragazze poco pi che ventenni, presentano disturbi di una qualche specie. Solo problemi, quali tutti, ed in ispecie i giovani, possono avere.
Le loro madri mi sono rimaste affezionate ed hanno fiducia in me. Cos me le hanno mandate ? per combinazione contemporaneamente, ma del tutto separatamente, e senza sapere l'una dell'altra ? perch con me si confidassero circa alcune loro faccende.
Per ulteriore combinazione, studiano entrambe architettura e sono prossime alla laurea. Cos sono impegnate nell'eseguire i progetti da presentare come tesi, progetti che vengono elaborati collettivamente da un gruppo che lavora insieme.
Una ha come tema il progetto di sistemazione di un terreno contiguo ad una citt, per farne un quartiere sufficientemente autonomo, ma collegato a quello che pu dirsi il centro storico.
L'altra ha, col suo gruppo, per tema, la costruzione di un grande edificio che dovrebbe contenere un complesso di uffici.
Naturalmente ho parlato con loro anzi tutto dei loro problemi personali, cos come me li hanno esposti. Ma poi le ho interrogate anche sulla maniera come lavorano.
La cosa poteva avere una certa importanza nei loro confronti; ma ? lo confesso ? mi interessava anche per mio conto.
? Ecco, voi ora lavorate a questo progetto. ? Ed alla prima dicevo: ? Il terreno  l. Esiste davvero, e voi ne avete avuto una mappa esatta. Ma questo ambiente vuoto, voi andate via via riempiendolo, ? ? S, certo; dobbiamo disegnare tutti i particolari. ? ? Ma lo vedete nascere il quartiere? A mano a mano che procedete: le strade, gli incroci, magari anche i sensi unici e i sensi vietati; li vedete? ? ? Certo,  qualche cosa che si viene fabbricando. ? ? Gi, il piacere di costruire  sempre entusiasmante. Per..., tu mi devi scusare, ma io per il mio mestiere sono costretto sempre ad identificarmi con le persone con cui parlo. E se mi identifico con te che stai fabbricando... ? ? Col concorso delle mie colleghe, e con l'aiuto del professore; non sono mica sola. ? ? D'accordo. Ma non pensi che quando avrete finito, e presenterete il vostro lavoro, il terreno su cui avrete costruito il quartiere sar rimasto tale e quale  adesso?
? S, qualche volta ci penso.
? Ti verr la malinconia, ritengo, quando avrai consegnato il progetto, e ti sarai conquistata la laurea. Perch adesso stai costruendo. Ma poi ti troverai ad avere in mano qualche cosa che non  reale. S, ti troverai con niente; e questo  molto triste... a meno che tu non trovi subito qualche altra cosa su cui appuntare la tua attivit, e di cui fare lo scopo della vita.
? Che cosa?
? Non so: magari un altro lavoro, un lavoro vero che tu possa sentire opera tua. O anche un marito, o un ragazzo che sia il tuo ragazzo; o un bambino, fatto col marito o col ragazzo, ma fatto da te.
? Lei scherza.
? Certo sto scherzando. Farai quello che vorrai. Ma non ti accontentare, io te lo auguro, di un progetto, di qualche cosa realizzato solo nella mente.
Non so, non ricordo pi, a quale delle due ragazze in modo particolare abbia fatto questo discorso, ma vale per entrambe.
Anche a me fa malinconia il lavoro ideato, che per poi serve per s soli, e resta nella mente, o anche vien fissato sulla carta, ma come progetto. E penso alla casetta del bambino di Mosca, e all'idea pazza del padre di realizzare quel disegno: pazza, ma nello stesso tempo frutto di una grande comprensione e di un grande amore per il proprio bambino. E insieme mi venne in mente un altro ricordo dei miei anni giovanili.
In quinta ginnasio ho avuto come professore un uomo simpatico. Fu il primo professore che ebbe fiducia in me; e questo fatto mi fece maturare e mi trasform, da ragazzino male inserito nella cerchia dei coetanei, in ragazzo ? disordinato e pieno di difetti anche intellettuali, finch si vuole ? ma sicuro e fiducioso in se stesso.
Orbene questo professore aveva una particolarit, che allora mi riusciva del tutto incomprensibile. Ad ogni pi sospinto (e ci significa almeno due volte alla settimana), di fronte a qualche problema letterario (faceva italiano, latino e greco) tirava fuori il Laocoonte del Lessing. Finii col capire che egli si riferiva alle dottrine sulla estetica esposte da Lessing nel suo saggio sul Laocoonte. Si tratta di dottrine che risalgono al periodo dell'illuminismo, e che apparivano un po' antiquate al principio del '900, un secolo dopo la morte dello stesso Lessing.
Io capivo poco di queste dottrine, ma mi rimase impresso come per il mio professore ? nell'epoca in cui si stava affermando, nel campo dell'estetica, il pensiero di Benedetto Croce ? Lessing e il suo Laocoonte facessero ancora testo.
Anni dopo ebbi questo mio antico professore di ginnasio superiore mio collega nel ginnasio-liceo Tito Livio di Padova, dove io insegnavo filosofia. Del Lessing non si parl pi allora fra noi; ma a me torn alla mente questa fissazione che egli aveva avuto negli anni passati di citare continuamente il Lessing.
Finalmente capii. Era stata la sua tesi di laurea. Una tesi di laurea destinata a non lasciare traccia alcuna presso nessuno: come accade per la maggior parte delle tesi, al pari dei progetti di queste architette in fieri. Eppure importanti. Importanti come il "capolavoro", che una volta veniva richiesto all'operaio metalmeccanico, quale segno della sua completa padronanza del lavoro di lima al banco: capolavoro che non serviva a nulla, che non doveva servire a nulla, ma che laureava l'apprendista in bravo operaio meccanico.
Ebbi da allora pi affetto per il mio professore di ginnasio divenuto collega; e cessai di sorridere fra me e me per la fissazione riguardante il Laocoonte del Lessing.
Anche lui aveva fatto il suo progetto di un nuovo quartiere: che tuttavia rimase nella sua mente. Chiss se nei primi anni dopo la laurea egli non abbia anche pensato: "Ma forse dalla mia tesi potrei realizzare qualche cosa. Scrivere un libro sul Lessing e sulle dottrine da lui esposte nel Laocoonte, tornando a valorizzare il mio autore, che io solo conosco a fondo, e meritarmi per questo un riconoscimento tangibile".
Fare della tesi un libro  come fare del disegno infantile di una casetta, un edificio vero; che rispecchi i caratteri del disegno originale, ma che non sia solo un progetto, un'idea, un fantasma, ma una cosa.
Dico questo perch tutto ci  accaduto anche a me. Quando mi sono laureato con una tesi, alla quale avevo lavorato qualche anno, sui fondamenti della geometria, ritenevo che il lavoro che avevo scritto, sarebbe, prima o poi, divenuto un libro. Ho fatto invece molte altre cose, e pubblicati altri libri. Ma la tesi  ancora l, sul fondo di un armadio. Quella casetta sognata, magari con i muri storti e il fumaiolo sbilenco, ma tuttavia reale, non fu mai costruita alla luce del sole.



La paura della libert

Il concetto di libert ? sia nel nostro linguaggio corrente, quanto in un linguaggio filosofico, o psicologico, o politico-sociale ?  uno strano concetto.
Della libert, o di una particolare libert, ci accorgiamo soltanto quando essa ci viene sottratta, o quando comunque ne siamo privati. Essa  come l'aria che si respira di cui ci rendiamo conto solo se ci viene a mancare.
La libert di parola, o di espressione? Nasce come idea nel momento in cui  proclamata una censura: censura verbale, o di stampa, ecc.
La libert di circolare per le strade, o di spostarsi da un paese ad un altro, acquista un senso nel momento in cui viene istituito un coprifuoco, o l'obbligo di un passaporto per l'estero, o anche per le varie province dello stesso Stato.
Ma pure in campo fisico: la libert di muoversi semplicemente con le proprie gambe  qualche cosa di cui ci si accorge se subiamo una paralisi e restiamo inchiodati in una carrozzella. Altrimenti  parola priva di contenuto.
Tutto ci deriva dal fatto che la libert si identifica semplicemente con la stessa umana attivit.
Quando una qualche specifica attivit, di quelle che costituiscono il nostro normale comportamento, ci viene, o dalle forze della natura, o dalla organizzazione politico-sociale in cui viviamo, impedita, si rende esplicita la nozione, e l'aspirazione, a quella specifica libert che ci  negata.
Di questo fatto spesso ci dimentichiamo. E trattiamo la libert come una cosa specifica, che c' o non c', e che possiamo pretendere da chi ce la nega. In campo politico la richiediamo a chi ci governa. Sempre con l'illusione che quella che domandiamo sia la libert in generale, la vera libert.
Per questo ogni movimento politico che tenda a modificare, in parte o in tutto, la struttura sociale entro la quale conduciamo la nostra vita, si appella alla libert.
Tutti i rivolgimenti sociali, quelli che consideriamo progressisti, ma anche quelli che vengono giudicati reazionari, sono sempre invocati in nome della libert. I fascisti che hanno imposto alla mia generazione la dittatura, cantavano: "Nel fascismo  la salvezza della nostra libert".
E avevano in fondo ragione, quando a cantare cos erano i giovinastri figli degli agrari della valle padana, premuti dalle richieste di migliori condizioni di vita, provenienti dai braccianti o dai fittavoli agricoli, o dalle nascenti cooperative contadine.
Ma, come ho detto,  sempre cos. La libert  invocata da chi si sente oppresso da pretese o da poteri altrui.
Non voglio per fare un discorso politico, perch in questo campo, anche se sono stato un militante ed ho talora assunto qualche responsabilit, mi considero poco pi che un dilettante.
E allora della libert, o mancanza di libert, di una sua perdita o conquista, preferisco parlare in un ambito che mi  pi familiare: quello cio del modo come interiormente, nella nostra coscienza, la libert stessa  vissuta.
E inizier con un discorso autobiografico, e di confessione personale.
Si tratta di cose che risalgono ad oltre sessanta anni fa, quando come ufficiale di artiglieria mi trovavo al fronte, in guerra.
Debbo dire che, per una mia buona stella, mi sono trovato raramente in situazioni di grave pericolo: intendo un tipo di pericolo pi specifico, di quello generico dovuto al fatto che, essendo in prima linea, ero sempre esposto alla possibilit che qualche proiettile d'artiglieria, o anche una semplice pallottola di fucile improvvisamente si ricordasse di me.
Qualche momento di paura l'ho avuto certo; ma era poca cosa.
Due volte mi avvenne invece in quell'epoca di essere preda di un acuto attacco di angoscia: angoscia che altro non era poi se non una grande, incoercibile, paura. Descriver il secondo episodio che  di pi facile comprensione.
Fu nel momento in cui, trovandomi in marcia di trasferimento col mio reggimento, ebbi l'improvviso annuncio che la guerra era finita, e che l'armistizio era stato firmato.
I soldati in mezzo ai quali mi trovavo, molti dei quali avevano sulle spalle pi di tre anni di guerra, esultavano e sembravano impazziti dalla gioia. Anch'io, certamente, avrei voluto partecipare a questo loro sentimento. Invece fui immobilizzato da una grande, da una immensa paura. Paura di che cosa? Ma...  difficile dirlo. Io mi illudevo che la maggior parte di noi dovesse essere subito smobilitata, congedata, e rispedita alle proprie occupazioni normali. Personalmente ero studente universitario, e ritenevo che entro un mese al massimo, sarei stato mandato a casa, in tempo per riprendere gli studi all'universit.
Non fu per nulla cos; giacch ci vuole molto pi tempo per smobilitare un esercito di milioni di uomini, e per di pi vittorioso, che non per effettuare una mobilitazione generale e mettere addosso una divisa a quegli stessi milioni di uomini.
Comunque fui spaventato dall'idea che scomparisse ad un tratto tutto quell'apparato, pesantemente oppressivo, che  un esercito, ed in particolare un esercito in guerra: dove io non potevo allontanarmi dal luogo e dal compito che mi veniva assegnato, e la mia sfera di libert consisteva esclusivamente nell'effettuare come meglio potevo quello che in modo tassativo mi veniva comandato: con la minaccia di tutte quelle cose orribili che sono contenute nel Codice militare di guerra: le quali vanno dalle punizioni pi semplici, alla fucilazione per disobbedienza, o per tradimento.
S, ero spaventato che tutto questo avesse fine, ed io dovessi prendere d'ora in poi nelle mie mani la mia vita, organizzandola come meglio credevo.
Certo, fuori dalla atmosfera in cui mi trovavo in quel momento, e dunque per coloro che leggono queste mie righe, ci pu apparire estremamente sciocco. E sciocco oggi sembra anche a me, naturalmente.
Ma immaginate un bambino di pochi anni, tre supponiamo, abituato a stare sempre attaccato alla madre, che magari  un po' severa, e isterica ed ansiosa anche lei per certe cose, la quale sgrida, d scapaccioni, e vieta al bambino molti giochi che egli vorrebbe fare; bene immaginate che questo bambino si perda nella folla di una grande piazza, oppure su e gi per le scale mobili della Rinascente, e si senta improvvisamente solo. Libero dalla madre, dalla quale magari egli stesso  scappato per evitare una sgridata, ma che proprio perch libero, si sente abbandonato a se stesso, in mezzo ad estranei: tutti pericolosi perch non corrispondono alle figure familiari con cui ha dimestichezza e di cui si fida.
Bene, anch'io cercavo in quel giorno del 3 novembre 1918 il volto della madre: che era quello scorbutico del mio comandante di batteria, quel perfetto imbecille del mio colonnello, quella bestia vanesia del generale comandante la divisione, e tutti quegli altri personaggi che costituivano, sia pur nel mio limitato settore, la macchina della guerra.
Adesso sarei stato solo e avrei dovuto provvedere a me stesso. Di questo mio io, ridivenuto padrone di se stesso, che avrebbe dovuto esser contento di riacquistare la propria libert, avevo paura.
Ma paura di che? Paura della responsabilit che, insieme alla libert di fare, tornava a cadere su di me.
Si pu anche giudicare da questo episodio che io fossi alquanto nevrotico, anzi un grosso nevrotico: il quale preferiva una vita da schiavo ad una vita di libert.
Non ho nulla da obiettare verso un tale giudizio.
Ma persone che si trovano nella situazione in cui mi venni a trovare io all'annuncio che la guerra era finita e secondo la mia illusione (del tutto balorda e lontana dalla realt) la mia dipendenza dalle superiori autorit militari era terminata, per cui ho vissuto con angoscia il pensiero di essere ora completamente responsabile delle mie azioni, persone cos ne incontro e ne ho incontrate nel corso della mia attivit di psicologo e di analista, un gran numero.
Ognuno aspira alla libert, ma della libert molti hanno paura.
Vi  una categoria di persone che possono essere prese a modello per una situazione paradossale come questa. Sono quelli che noi chiamiamo agorafobici. Fobici della piazza etimologicamente. Ma in genere fobici delle situazioni nelle quali essi si trovano soli, per le vie, o per le piazze (peggio se le vie o le piazze sono larghe e non c' modo di camminare rasente i muri, cos da ridurre in qualche misura la libert di movimento).
Se si chiede a costoro di che cosa hanno paura, dicono di temere di star male. E di fatto stanno male, e magari sono presi da dispnea o da tachicardia, e non possono muoversi, e si lascerebbero volentieri cadere per terra, perch si sentono veramente morire.
Effettivamente il ragionamento va capovolto. Non hanno paura perch hanno la dispnea o la tachicardia (e un altro sacco di mali), cosicch temono di morire. Hanno invece l'impressione di morire e tutti questi altri sintomi, semplicemente perch hanno paura.
Paura di chi, se nessuno li minaccia? Paura di se stessi, di ci che potrebbero fare.
E che cosa potrebbero fare? Oh Dio! La donna per la strada pu divenire una donna di strada. E l'uomo pu divenire quello che una volta si indicava come brigante di strada, e che oggi pu essere chiamato con tanti nomi diversi.
Non vanno prese troppo alla lettera queste affermazioni, che io enuncio brutalmente e in modo scherzoso per farmi meglio capire. Ma sempre la libert di abbandonarsi ai propri impulsi inconsci, che sono in definitiva monotoni, rozzi e primitivi (e potrebbero, oltre al resto, venir soddisfatti in molte altre maniere pi comode, che non per la strada o per le piazze) fa paura. E quegli impulsi, ancorch inconsci si fanno sentire proprio l dove non ci sono ripari, dove si  esposti al giudizio altrui, al giudizio pubblico, dove non c' la possibilit di nascondersi dietro qualcuno, o trasmettere ad altri la responsabilit degli atti inconsciamente immaginati od attuati di fantasia.
Ben vengano ? se non ci sono i familiari che si assumono la responsabilit di tutto quello che succede e garantiscono con la loro presenza l'innocenza e la rispettabilit della persona ? ben vengano le guardie, le manette, le prigioni, la sorveglianza costante o il letto di contenzione.
Ecco il problema grave.
Anch'io, quando ero giovane psicologo, e per motivi di studio visitavo i vecchi manicomi dei primi decenni del secolo, pensavo che era una barbarie tenere prigioniera della gente, la quale magari non minacciava alcuno, ma dava in ismanie, e urlava. Urlava sopra tutto per darsi coraggio.
Avevo la tentazione di andare io stesso a liberarli, dalla stanza imbottita dove erano chiusi a chiave, o dal letto di contenzione.
Ma i medici e gli infermieri erano timorosi: che facessero del male a se stessi o agli altri.
Avevano magari pi paura loro degli stessi ammalati: i quali ? pur protestando ? si lasciavano legare. Continuando magari a vivere i propri impulsi aggressivi, ma incanalando tali impulsi verso o contro gli infermieri e i medici, in luogo dei fantasmi che prima avevano provocato le loro crisi di angoscia e le tentazioni omicide.
Ora c' modo di affrontare queste situazioni in altra maniera: non con manovre di forza, ma con psicofarmaci che attenuano e smorzano questi attacchi: i quali tuttavia sono tutti reazioni alla paura che il paziente ha verso i propri impulsi interiori.
La cosiddetta psichiatria democratica si fa un vanto di aver aperto i cancelli degli ospedali psichiatrici. E noi dobbiamo dare atto, sia al senso di umanit che sta alla base di questa apertura verso il mondo comune di quelli che una volta erano i reclusi dei manicomi, sia alla fede nella umanit e nella libert, che questo atteggiamento implica. Ma non possiamo dimenticare che soltanto mediante l'uso dei nuovi psicofarmaci si  potuto ridurre l'angoscia che domina questi ammalati e che costringeva ? spesso, se non per loro esplicita domanda, attraverso l'indiretta richiesta manifestantesi con le crisi di scatenato furore ? a privarli della libert di movimento nelle celle di segregazione e mediante le camicie di forza.
A tutto ci intendevo riferirmi per sostenere che la libert ? a cui ambisce ogni uomo civile, sano, e in situazioni normali ?  s un bene per chi  in grado di goderla ed esercitarla, ma  un pericolo, una iattura, una enorme fonte di angoscia, per chi non si trova in tale stato.
E ahim vi sono condizioni sociali e momenti storici, in cui accade precisamente che gli uomini, i cittadini (o almeno la maggior parte di essi) di fronte alla libert, si sentono perduti.
Si sentono proprio come il bambino di cui dicevamo prima. Allora  sufficiente che si costituisca una forza, rappresentata da un gruppo omogeneo; oppure anche da un solo uomo che sia in possesso di determinate specifiche qualit, perch tutta la carica di angoscia che si  accumulata, esploda. Gli individui non hanno pi fiducia in se stessi. Hanno bisogno di delegare qualcuno, o una fazione che appoggi questo qualcuno, perch assuma la responsabilit per tutti.
 la fine della libert.  la dittatura. Tutto il potere che ognuno ha e sa di avere in se stesso,  delegato, portato per cos dire all'ammasso, di quell'unico dittatore, o della organizzazione che lo sostiene. E in lui la gente, in grande maggioranza, finisce col credere.
Le dittature non nascono mai solo perch c' un cattivone che si impadronisce del potere, ma perch una moltitudine d la propria investitura al dittatore, o al direttorio che esercita funzioni dittatoriali.
S, certo, verr il momento in cui il popolo arriver, col sacrificio del sangue e del martirio, a riconquistarsi la libert. Ma la libert  stata fin dall'inizio alienata, perch di quella libert la gente ha avuto paura.
Proprio cos come ho avuto paura io ? consentitemi il paragone ? nel momento in cui credevo di essere sul punto di lasciare la divisa militare, per rivestirmi dei miei abitucci borghesi, ritornando padrone di me stesso.
A noi psicoanalisti che non abbiamo a che fare con i popoli, ma con singole persone sofferenti, spetta un compito difficile, ma limitato.
Il compito di rendere cosciente il paziente che ricorre all'opera nostra, delle pulsioni che agiscono in lui e che egli teme, anche se non ne ha piena consapevolezza. Di renderlo cosciente, in modo che possa affrontare quelle pulsioni, come meglio crede: appagandole, se  il caso, perch noi non facciamo i moralisti; oppure invece rinunciando ad esse, se il gioco non vale la candela, se cio siano preferibili parziali limitazioni (purch razionalmente e consapevolmente accettate) di fronte ad elementi che presentano una validit maggiore. Giacch al paziente non va mai suggerito un comportamento particolare: che egli, e soltanto egli,  chiamato a scegliere e a decidere.
Nel caso per in cui non di un paziente si tratti; ma di una classe, di una nazione, di un popolo ? quantunque non spetti allo psicoanalista in quanto tale intervenire sui comportamenti collettivi e sulle scelte politiche ?  augurabile che la gente non perda mai il senso del valore della propria libert. Mai si lasci cogliere da quella che ho chiamata la paura della libert. E abbia sempre presente che ci che con la dittatura si perde si riconquista solo col sacrificio e col sangue.
Meglio un qualsiasi errore, meglio la miseria, ed ogni altro sacrificio che essa porta con s, che non quella paura che ho cercato di descrivere.
Quanto al destino di chi di tale paura si serve, per impadronirsi di una nazione, rendendo succubi coloro che hanno essi stessi abdicato ai loro poteri, esso  un destino segnato.
Prima o poi, con l'intervento di fattori esterni, o per furore di popolo, giunge la conclusione emblematica di ogni tirannia: la morte violenta del tiranno: sulla cui persona si concentra tutta la aggressivit mortifera di coloro stessi che lo hanno osannato.



Colori e luce in una notte d'insonnia

Due secondi dopo essermi infilato sotto le coperte, aver spento la luce e messa la testa sul cuscino, io mi addormento, e in genere mi sveglio solo al mattino, quando suona la sveglia.
Perfetto: debbo per per onest aggiungere che, dopo un brutto periodo della mia vita, durante il quale temevo sempre di potermi svegliare durante la notte ed essere attanagliato dalla angoscia per le vicende che stavo attraversando, ho preso da alcuni anni l'abitudine di inghiottire ogni sera, prima delle operazioni sopra descritte, una pilloletta. Essa mi fa da sonnifero: non per favorire l'addormentamento serale, che come ho detto  automatico ed istantaneo, ma per evitare quei risvegli notturni, che in passato temevo come una eventualit orribile.
E le cose sono rimaste cos. Mi sono assuefatto. E se, per una dimenticanza, non prendo la pillola serale, mi addormento subito come al solito, ma alle tre o alle quattro della notte mi sveglio, e stento a riprendere sonno.
Allora, non pi angosciato come una volta, perch il tempo trascorso ha attenuato quelli che i bambini chiamano i "brutti pensieri", me ne resto sveglio; e mi rigiro attorno al dilemma: "Ricorrere alla pastiglia adesso in ritardo?". Quella non fa effetto subito, lo so per esperienza; serve alla sera per il periodo successivo di alcune ore. E allora se la inghiotto adesso, magari me ne sto sveglio egualmente per un po', e poi al mattino stento ad alzarmi.
La cosa mi accade raramente, perch  difficile che mi dimentichi della pillola serale, ma qualche volta accade.
E allora... allora mi racconto storie (come fanno, credo, in genere tutti gli insonni), oppure mi pongo problemi. Talora problemi insipidi, che al mattino, o pi non ricordo, o mi appaiono del tutto privi di senso.
Ma una volta no. Nel corso di una di queste situazioni mi venne in mente il fenomeno di Purkinje.
Qui debbo aprire una parentesi. La gente mi conosce come analista. Anche sui giornali si dice ? cosa che mi disturba parecchio ? lo psicoanalista Tal dei Tali. Invece io non sono per nulla lo psicoanalista Tal dei Tali. Ho fatto il professore universitario di psicologia, anzi all'inizio di psicologia sperimentale. E, in quanto tale, mi sono, nel corso della carriera, occupato anche di psicoanalisi (che della psicologia  un capitolo ? molto importante ? ma soltanto un capitolo). E, prima che nel 1948 pubblicassi il mio Trattato di psicoanalisi, che mi ha procurato una certa notoriet, la maggior parte della mia produzione scientifica, e degli argomenti dei miei corsi universitari, di psicoanalisi non si occupavano per nulla. Piuttosto ero uno specialista nel campo della percezione: percezione dello spazio, del movimento e del colore, ed uno studioso dei problemi della valutazione ponderale, della psicologia della testimonianza e giudiziaria, della psicologia del lavoro ecc.
In questi campi feci delle ricerche sperimentali, in parte collegate a ricerche altrui, in parte originali: cos come avviene in ogni ramo dell'indagine scientifica.
Il fenomeno di Purkinje  stato osservato nel '700, e fu conosciuto anche da Goethe, che nell'opera sulla visione dei colori ne parla. Riguarda il differente rapporto di chiarezza, con cui i colori appaiono secondo che la illuminazione entro la quale le superfici colorate si trovano sia forte (o diurna, come si  abituati a dire) oppure debole (la cosiddetta illuminazione crepuscolare).
Avviene cio che se si prendono in considerazione soltanto i colori spettrali puri (quelli, per intenderci, dell'arcobaleno, oppure quelli ottenuti con un prisma su cui batta la luce solare) e che dal punto di vista della teoria ondulatoria della luce vanno dai 420 micromicron del violetto, il blu, il verde, il giallo, l'arancione, e il rosso, intorno ai 700 micromicron, i colori della parte alta dello spettro (giallo e rosso), che ad illuminazione intensa appaiono pi chiari rispetto a quelli della parte bassa (blu e viola), se la luce si fa fioca ? diciamo pure crepuscolare, per convenzione, ma effettivamente ancora pi fioca (lunare, o data da una candelina lontana), diventano pi scuri (quasi neri) mentre il blu e il viola appaiono pi chiari.
Per tutto l'ottocento il fenomeno di Purkinje rimase inspiegato. Ora invece una spiegazione c'.
La retina oculare  fatta di moltissimi organi sensoriali elementari, in cui si distinguono due categorie, che per la diversa forma sono indicati come coni e bastoncelli.
Quantunque le cose non siano del tutto sicure, perch ci sono anche alcuni organi sensoriali che sembrerebbero intermedi, e che non si sa se attribuire all'una o all'altra specie, si  ipotizzato pi recentemente che queste due categorie di organi sensoriali elementari corrispondano ad una sorta di doppio sistema visivo, di cui noi disporremmo. L'uno, costituito dai coni, agirebbe quando siamo in piena luce (sistema fotoscopico), l'altro quando siamo immersi in una semioscurit (sistema scotoscopico) ed  costituito dai bastoncelli. Il sistema fotoscopico rimane sensibile a tutte le radiazioni dello spettro visibile. Mentre il sistema scotoscopico diverrebbe insensibile per la parte alta dello spettro: cos che il giallo, e specialmente il rosso diverrebbero pressoch invisibili: quindi corrispondenti soggettivamente all'assenza di radiazioni luminose, ossia al nero.
Questa tesi  confermata dal fatto che nella maggior parte degli animali con un sistema visivo paragonabile al nostro (mammiferi, uccelli e pesci), quelli che conducono una esistenza diurna, e dunque riposano di notte ? come le galline ad esempio ? presentano nella retina oculare una abbondanza di organi simili ai nostri coni; negli animali a vita notturna invece ? come i pipistrelli ? abbondano i bastoncelli. Quanto agli animali che hanno bisogno di vederci sia di giorno che di notte, vi  una distribuzione pi equilibrata. Come in noi stessi, e pure in varie specie di pesci, che posseggono tanto una visione fotoscopica, quanto una visione scotoscopica, e nei quali si  potuto constatare con le tecniche usate in psicologia animale, l'esistenza del fenomeno di Purkinje.
S; durante la mia insonnia pensavo a tutto questo, e dicevo a me stesso che il fenomeno, inspiegabile al tempo della mia giovinezza, ora, per il contributo dato dagli istologi dell'apparato recettivo dell'occhio, risulta comprensibile.
"E allora perch ci stai a pensare? E non ti volti dall'altra parte, cercando di riprendere il sonno perduto?"
Perch, malgrado tutto, la spiegazione mi appariva troppo semplice.
I lavori di psicologi, psicofisiologi e neurofisiologi sui fenomeni della visione, si sono in questi ultimi decenni moltiplicati; ed  comunque difficile tener dietro alla letteratura sull'argomento. Inoltre in questo periodo io mi sono occupato di tutt'altre cose. Dovevo dunque diffidare dei miei dubbi.
Sarebbe veramente stato preferibile non pensare pi al fenomeno di Purkinje e addormentarsi.
Ma non potevo, perch mi venivano in mente certe mie vecchie ricerche, che pur avendo a che fare con la percezione dei colori, non si riferiscono direttamente al fenomeno di Purkinje.
Gi, non hanno a che fare con quello. Ma tutto  collegato a questo mondo.
Si tratta dell'azione esercitata sull'aspetto di una superficie colorata, da parte di superfici di colore diverso e contigue.
Il fenomeno principale  quello del contrasto (o induzione antagonistica), cromatico e di chiarezza: ed  arcinoto da sempre.
Ad esempio un quadrato, di colore qualsiasi, collocato sopra una superficie pi ampia di colore diverso, si arricchisce (soggettivamente, e cio nell'aspetto che ha per noi), di una componente cromatica e di chiarezza, che  opposta (tecnicamente si dice: antagonistica) a quella della seconda superficie.
Ho detto quadrato, ed ho parlato di una superficie pi ampia su cui esso sarebbe stato posto. Ma si pu procedere in modi assai diversi. Di norma ogni superficie di un dato colore e di una data chiarezza provoca su una superficie contigua una modificazione nel senso di arricchirla, per il soggetto percipiente, di una tonalit antagonistica rispetto alla tonalit propria. Antagonistici sono il verde e il rosso, il giallo e l'azzurro, ma anche un arancione e un verde-azzurro, o un violetto e un giallo che d sul verde: e pure tutte le tonalit chiare e quelle scure: e al limite il grigio chiarissimo, che diciamo bianco, e il grigio scurissimo che diciamo nero. Il bianco e il nero assoluti sono pure astrazioni.
Tutto questo  semplice, e veniva in genere spiegato per il passato col fatto che una data luce in una zona della retina, rende le zone retiniche contigue pi sensibili alla luce o alla tonalit antagonistica.
Tutto sarebbe semplice, se non ci fossero eccezioni. Gi Bezold, nel secolo scorso, si era accorto che se una superficie colorata qualsiasi porta, ad esempio sul suo contorno, fregi frastagliati di altro colore (o anche all'interno lettere di un alfabeto sempre di altro colore) questi non producono sulla superficie principale un fenomeno di contrasto, ma un fenomeno opposto: la superficie maggiore si appropria per cos dire in parte del colore dei fregi o delle lettere aggiunte.
Il fenomeno di Bezold rimase per molto tempo ignorato. Una trentina di anni fa, indipendentemente dalle osservazioni di Bezold, mi accorsi anch'io, nel corso di una mia ricerca personale, che il comune fenomeno del contrasto poteva sempre essere invertito, cos da dar luogo ad un fenomeno che chiamai di eguagliamento.
Le superfici contigue di diverso colore, o anche di diversa chiarezza (comunque differenti) esercitano sempre sul piano percettivo una influenza, l'una sull'altra. E questa influenza pu essere: di contrasto (e cio costituita da un arricchirsi di ciascuna superficie del colore o del grado di chiarezza, antagonistico rispetto al colore e alla chiarezza della superficie inducente), oppure di eguagliamento (e cio dell'arricchirsi, in una certa misura, di ciascuna superficie della tonalit cromatica e del grado di chiarezza, propri dell'altra superficie).
Ovviamente nasce il problema: quando l'azione inducente di una superficie su una superficie contigua  di contrasto, e quando  di eguagliamento?
Ma il problema si  lasciato risolvere facilmente.
Se, date due superfici contigue, il rapporto (in senso matematico) fra la estensione di una delle due superfici e lo sviluppo della linea di divisione fra le superfici stesse  alto (grande estensione superficiale e linea di confine relativamente corta) l'effetto  di contrasto, se al contrario quel rapporto  piccolo (estensione superficiale limitata e contorno molto frastagliato e comunque a percorso lungo) l'effetto  di eguagliamento.
Dato che si possono scegliere due superfici, di cui una sia ampia e l'altra molto meno estesa, il rapporto fra lo sviluppo della linea di confine (ovviamente costante) e la superficie cromatica pu essere un rapporto piccolo per una superficie e grande per l'altra. Si ha allora un fenomeno di eguagliamento su una superficie, e di contrasto sull'altra.
Per questo motivo Bezold, usando soltanto piccoli fregi aggiunti ad una superficie estesa e compatta, non si accorse che il fenomeno dell'eguagliamento poteva diventare reciproco. Questo accade soltanto quando le due superfici, fra le quali il fenomeno si verifica hanno all'incirca la stessa estensione, cosicch il rapporto matematico C/E, dove C  il contorno ed E l'estensione superficiale,  circa eguale per entrambe le superfici.
Tutto questo l'ho controllato, l'ho dimostrato e l'ho stabilito. E sarebbe stato perfettamente inutile che quella notte io ci stessi tanto a pensar su.
Eppure non ero del tutto tranquillo.
Vi  un particolare, che non mi era sfuggito, ma che, per amor di brevit, avevo s accennato, ma senza soffermarmici troppo.
I due opposti effetti del contrasto e dell'eguagliamento non sono del tutto identici.
Quando si produce l'eguagliamento, la tonalit indotta, non sempre, ma qualche volta, ha un carattere particolare. Sembra che il colore aggiunto non si sommi e mescoli semplicemente al colore che subisce l'effetto dell'eguagliamento.  invece come se (l'impressione  labile, ma osservando con attenzione non pu sfuggire) la tonalit aggiunta fosse qualche cosa che non fa corpo del tutto col colore della superficie che subisce l'eguagliamento, ma rimanesse, quale una specie di polverina o nebbiolina sospesa sopra la superficie.
Qui si entra in un campo molto complesso. Ed  un campo che ha una certa relazione con quello che riguarda il problema delle ombre.
A questo punto, a dire il vero, cominciavo a sentire i prodromi di un rinnovato sonno, ed ho dovuto fare uno sforzo per mantenermi concentrato sul problema.
Le ombre? S, sono state studiate.  stato studiato come far scomparire l'impressione di un'ombra proiettata su un corpo in un ambiente illuminato, eliminando (cio rendendo non visibile) l'alone della penombra (alone che esiste sempre, quando la fonte luminosa usata non sia puntiforme, o non sia resa puntiforme facendo passare tutta la luce per un punto focale, come negli apparecchi da proiezione).
Ma si pu anche ? come ha studiato Kanizsa ? creare artificialmente l'effetto ombra. Basta produrre una penombra artificiale, e cio in un disegno o quadro ad esempio ottenere nel passaggio dalla zona che deve apparire in ombra alla zona circostante che deve apparire illuminata un contorno sfumato anzi che netto: producendo cos artificialmente un gradiente di luminosit decrescente ad andamento progressivo lento.
Ora viene il nocciolo della questione: si possono produrre le ombre, ma si possono produrre anche le luminosit, l'ambiente illuminato.
Perch questo problema? Ma  semplice: perch la luce come tale, la luce che attraversa gli spazi, non  per se stessa visibile.
Gli astronauti che guardano fuori dalle loro finestre, bench lo spazio percorso sia tutto pervaso da radiazioni luminose (oltre che da radiazioni di altre specie) provenienti da ogni corpo celeste nell'universo, vedono nero: salvo che per le stelle da essi fissate, e salvo che per il sole: che essi si guardano bene dal fissare, se non attraverso qualche filtro protettivo, per non restare accecati.
No, la luce di per s non  qualche cosa di visibile. Solo se le radiazioni luminose (provenienti da una data fonte, o riflesse da una superficie corporea, che sia essa illuminata, e che ? trattenendo una parte di radiazioni ? ne respinga per cos dire altre) colpiscono i nostri occhi, si hanno impressioni luminose. A condizione si intende che le radiazioni in tal modo giungenti ai nostri occhi siano comprese, come lunghezza d'onda, entro la gamma dello spettro visibile.
Giusto, giustissimo. Ma allora dovremmo vedere soltanto superfici, dai pi diversi colori s ? perch quelle superfici alcune radiazioni trattengono ed assorbono, mentre solo le rimanenti, quelle che per noi costituiscono il colore degli oggetti, vengono respinte e pervengono ai nostri occhi.
E noi non dovremmo vedere un ambiente luminoso in cui le superfici degli oggetti e tutte le cose, e noi stessi siamo immersi.
Ecco il problema della luminosit ambientale (distinto dunque da quello dei vari colori superficiali): problema che si  presentato a me, che avevo voglia di dormire, e che adesso invece mi sentivo pi sveglio che mai.
Oh Dio! Sono molti anni che non mi occupo pi dei problemi della percezione visiva. E pu benissimo darsi che nel frattempo qualche ricerca sia stata fatta. Ma io..., salvo le vecchie ricerche di Katz, le indagini effettuate con la stanza di cui non si vedono le pareti, per cui essa  luce soltanto senza pareti, o con quelle mezze palline da ping pong, che si applicano agli occhi, e danno luminosit senza oggetti, non conosco altre ricerche sperimentali sulla luminosit ambientale.
Forse i tecnici delle luci, nei teatri o negli studi televisivi, ne sanno molto di pi.
Perch il problema  grosso. Se la luce riflessa che colpisce i nostri occhi determina i colori degli oggetti, da dove uscir la luminosit dell'ambiente, che noi pure vediamo?
Anche nel libro della Genesi il Signore disse: "Fiat lux" e Fiat lux, prima di aver creato i grandi luminari (il sole la luna).
Una luce dunque che pare indipendente dai luminari, una luce che pervade le cose, e in cui siamo immersi. E che di giorno ha a che fare col cammino del sole nel suo percorso da oriente ad occidente; ma che tuttavia noi viviamo come qualche cosa che ha una propria realt a s.
Non c' che una spiegazione. Non solo le superfici illuminate trattengono una parte delle radiazioni che ricevono, assorbendole e respingono altre radiazioni che pervengono ai nostri occhi determinando i colori superficiali delle cose, ma una parte di tali radiazioni riflesse vanno a costituire proprio la luminosit ambientale.
Altra luce non c', per fare la luce, che quella delle fonti luminose dirette e quelle che ci riflettono le superfici corporee a loro volta illuminate.
Il Signore, dicendo: "Fiat lux" si  ingannato, poveretto; perch la luce, senza le cose illuminate dai luminari (e poi dalle fiaccole, dalle candele steariche, dai lumi a petrolio, dalle retine a gaz, dalla luce elettrica a filamenti di carbonio, e poi dalle sofisticate lampadine al tungsteno e ad altre sostanze strane), non esiste.
Ma per tornare alla questione della luminosit ambientale, dobbiamo constatare che le radiazioni luminose riflesse dagli oggetti, che a quella luminosit ambientale concorrono, si comportano in un modo del tutto diverso dal modo come si comportano i colori superficiali.
Supponiamo di avere un pannello con alcuni colori: ad esempio un insieme di pareti contigue messe magari nell'ordine stesso dello spettro: rosso, arancione, giallo, giallo-verde, verde, verde-azzurro, azzurro, violetto.
Illuminiamo il tutto con una luce indiretta, e cio con uno o pi riflettori a luce bianca o un complesso di lampadine, tuttavia non visibili da noi.
Vedremo i vari colori distinti, con limiti precisi fra l'uno e l'altro. Ma non vedremo quelle superfici col proprio colore soltanto. Le vedremo collocate in un ambiente illuminato.
Tale ambiente non risulta illuminato dalle fonti luminose, che abbiamo collocate in modo che non siano visibili. L'ambiente  illuminato soltanto dalla serie di superfici colorate: le quali dunque non solo ci danno il colore loro proprio, superficiale, ma concorrono a determinare la impressione di luminosit globale. Tuttavia questa luminosit globale non  determinata dai limiti obiettivi delle diverse superfici, cos che davanti alla superficie rossa ci sia luce rossa, e davanti a quella gialla luce gialla, ecc. Potr tutt'al pi accadere che verso il verde, l'azzurro e il viola la luminosit ambientale sia meno vivace, mentre dalla parte del giallo e del rosso ci sia pi luce, ma non  poi detto; e comunque senza che ci siano limiti fissi, e tutto in modo assai sfumato. La luce ambientale  assai pi omogenea dei colori oggettuali, o di superficie; e le differenti luci si fondono fra loro facendo un tutt'uno.
Con questo non si vuol dire che la luce ambientale non sia strutturata. Una stanza, ad esempio, in cui entra una luce indiretta, proveniente attraverso le finestre dall'ambiente esterno, ha una sua distribuzione strutturata. Zone d'ombra, angolini bui, e pareti invece chiare.
S, tutto questo proviene anche dal modo come la luce entra dalle finestre, e cio dalla distribuzione effettiva di questa luce indiretta. Ma non dipende esclusivamente da questa distribuzione effettiva della luce che dalle finestre entra nella stanza;  determinata anche dal comportamento degli oggetti colorati che ci sono nella stanza: alcuni dei quali per cos dire utilizzano tutta la luce che sono capaci di riflettere per la assunzione del proprio aspetto cromatico oggettuale, mentre altri utilizzano meno in questo modo la loro capacit di riflettere luce, per contribuire di pi alla luminosit ambientale.
Tutto questo gli arredatori di ambienti conoscono perfettamente, per cui sanno ? con appositi spostamenti di oggetti, o mutamenti di colore ? costruire una architettura cromatica, che non riguarda le cose soltanto, ma anche la distribuzione e la struttura della luminosit ambientale.
Ed ecco ripresentarsi il fenomeno di Purkinje, che mi aveva fatto perdere il sonno.
Ritengo senz'altro esatta la interpretazione che oggi  universalmente accettata, degli organi preposti ad una visione fotoscopica e scotoscopica. Vorrei tuttavia che si controllasse quest'altra ipotesi che, in questa notte d'insonnia, mi si  presentata.
Se non tutte le superfici colorate si appropriano di un uguale quantum di radiazioni cromatiche per farne, attraverso la stimolazione degli organi recettivi dell'occhio il loro proprio colore, contribuendo con la quota residua alla impressione di luminosit ambientale, non si pu escludere che parti alte dello spettro cedano quote maggiori a questa pressione di luminosit e le parti basse ne cedano meno.
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In altri termini la luminosit ambientale  pi il prodotto di radiazioni giallo-rosse, che non di radiazioni verdi, azzurre e viola.
Se  cos la riduzione obiettiva della quantit di luce esistente nell'ambiente farebbe cos che per la luminosit ambientale fossero utilizzate pi componenti rosse e gialle: le quali perci resterebbero molto ridotte per la produzione dei colori propriamente superficiali, rispetto alle componenti violette e azzurre.
Di fatti luci violette e azzurre quasi non esistono in natura, e sono difficilmente ottenibili con filtri.
Tali filtri sono perfettamente visibili come filtri, senza per che la luce ambiente ne rimanga influenzata, come si pu constatare in tutte le vetrate di antiche chiese ad esempio: dove l'azzurro, il verde e il violetto possono entrare in composizioni nella vetrata stessa, ma non illuminano, restando la luminosit ambientale della chiesa sempre una risultante della luce sopra tutto dai vetri rossi, gialli e bianchi.
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S,  cos certamente, pensai, girandomi nel letto, sull'altro fianco. Ma qui  necessario studiare le cose sperimentalmente. Potrei fare una bellissima ricerca. Gi, ma ora un laboratorio di psicologia sperimentale non l'ho pi, perch all'universit io sono soltanto professore emerito: ci che si riduce a ricevere periodicamente gli annunci di morte dei colleghi defunti, e inoltre annualmente l'annuario dell'universit, che esce sempre in ritardo, dove ogni volta constato che, anche fra gli emeriti, vedo sempre spostarsi verso l'alto il mio nome, mentre al di sotto si allunga la fila dei colleghi che via via escono di ruolo e diventano anch'essi emeriti.
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No, io la ricerca non la posso fare. Potrei suggerirla a qualcuno dei miei allievi... Ma anche essi sono divenuti vecchi (qualcuno anche pi di me). Di fare ricerche hanno poca voglia. E se ne fanno, desiderano, caspita, mettere in cantiere qualche cosa che  venuta in mente a loro soltanto, e non argomenti suggeriti da quell'accidente, che non si decide a mettersi tranquillo. Allora potrei affidare la ricerca a qualcuno di coloro che sono stati allievi dei miei stessi allievi. Quelli della terza generazione, i pulcini, sono adatti. Perch avrebbero la possibilit di affermarsi indipendentemente dai propri maestri.
Accade come con i nipoti, che vanno pi d'accordo col nonno che col padre.
"S, s. Ci vogliono i pulcini" pensai trionfante.
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Intanto per, fosse perch avevo cambiato fianco nel modo di stare coricato, o fosse perch mi ero stancato nell'arzigogolare su questo problema del fenomeno di Purkinje, e dei colori in generale, ricominciavo a pisolarmi.
Vedevo ancora di fronte a me una grande distesa, una piazza. Come fosse piazza San Marco a Venezia, o piazza San Pietro a Roma. E sul pavimento della piazza c'erano dei pulcini. Tanti pulcini, tanti pulcini che si affollavano e che la piazza a stento riusciva a contenere!
Col pensiero gi obnubilato, dissi ancora a me stesso, riferendomi ai pulcini: "Ecco, ecco: la folla dei nuovi psicologi italiani". Dopo di che mi addormentai del tutto.
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Psicologo e magistrato.
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Alla fine del '45 rientrai a Milano. Era stata chiesta per me l'apertura di un nuovo concorso per la cattedra di psicologia all'universit, giacch quello da me vinto quindici anni prima per l'universit di Roma era ovviamente scaduto. In attesa dell'apertura del concorso, mi fu conferito dall'universit di Milano l'incarico dell'insegnamento di psicologia.
Rientravo dunque all'universit dopo esserne stato scacciato nel '38. Nel frattempo continuavo a ricoprire, sempre a Milano, come titolare, il posto di professore di storia e filosofia nel liceo Parini.
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Ero in rapporti di amicizia con gli studenti. Un po' troppo forse. Cos i ragazzi ne approfittavano e nella classe, durante le mie ore, c'era sempre parecchio chiasso.
Un giorno dissi loro: Ma insomma state tranquilli; altrimenti voi mi fate impazzire e finisce che mi portano a Mombello ? (la sede dell'ospedale psichiatrico di allora).
Quella volta, pochi minuti dopo, prima ancora che finisse l'ora, entr in aula il bidello, e ad alta voce mi disse: ? Professore,  arrivata la macchina di Mombello che  venuta a prenderla.
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Avete visto? dissi trionfante ai ragazzi, rimasti stupefatti, e me ne andai.
Il professor Corberi, che allora dirigeva il nosocomio, e di cui ero amico da molti anni, mi aveva pregato qualche giorno prima di andare a fare una visita a Mombello dove un suo medico diceva di praticare la psicoanalisi ad una ricoverata: Vieni a dare una occhiata, perch io non capisco che cosa questo medico combini. ? Cos eravamo rimasti d'accordo che mi avrebbe mandato a prendere con la macchina dell'istituto, al liceo.
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A Mombello trovai il sedicente psicoanalista e la sua paziente. Vidi subito che si trattava di procedimenti privi di senso, che con la psicoanalisi nulla avevano a che fare. Con Corberi attenuai il giudizio: Sai, in una istituzione come l'ospedale psichiatrico, la psicoanalisi non si pu fare. Perci il tuo medico, che ha letto qualche cosa, ha tentato di abbozzare un trattamento che alla psicoanalisi dovrebbe assomigliare. Ma non si tratta di cura di alcun genere. Comunque male alla paziente non pu derivarne. Perci lascia che il medico faccia quello che vuole.
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Finito il mio consulto, mi invitarono a colazione alla mensa, dove erano riuniti tutti i medici dell'ospedale. Stetti ad ascoltare i loro discorsi. E mi resi conto che il livello della loro cultura psichiatrica era estremamente modesto. Cos mi pass la primitiva timidezza che mi era derivata dal fatto di essere il solo psicologo non medico in mezzo a tanti psichiatri.
Quando il pranzo fu terminato, tolsero i tavolini. E ci trovammo in una sala da riunioni e conferenze. Corberi disse in modo solenne:
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Adesso il professor Musatti, che  uno dei pochi conoscitori della psicoanalisi in Italia, ci terr una conferenza sulla dottrina psicoanalitica.
Mi trovai preso alla sprovvista. Affermai che non ero preparato a svolgere al momento una conferenza. D'altra parte nel tempo che presumevo disponibile, non era possibile fare una seria esposizione della dottrina psicoanalitica. Piuttosto potevo raccontare come io, non medico, ma soltanto professore di psicologia, fossi giunto ad occuparmi di psicoanalisi e ad esercitare, anche se in misura limitata, l'analisi.
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Esposi cos la mia storia personale. Alla fine fui applaudito, e Corberi mi ringrazi. Disse per che le mie vicende personali erano interessanti, ma che ci che i medici dell'Ospedale psichiatrico avrebbero desiderato era una vera e propria esposizione della dottrina psicoanalitica.
Senti, ribattei io, se proprio ci tenete, sono disposto a venir qui, sette od otto volte, per dare una immagine completa della dottrina psicoanalitica. Ma, come dico, ho bisogno di un certo numero di ore. Se tu, ogni settimana, ad un giorno fisso, mi mandi a prendere al liceo dove insegno, vengo volentieri a farvi questo corso di conversazioni.
Cos rimanemmo intesi. E per un paio di mesi, al giorno fissato ? lasciando i miei studenti liceali sempre pi incuriositi e meravigliati ? mi recai a Mombello a tenere il mio corso sulla psicoanalisi.
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All'inizio c'erano solo i medici dell'ospedale. Ma poi si sparse la voce e, attratti dalla curiosit, vennero anche personalit del mondo medico e scientifico, estranei all'ambiente dell'ospedale psichiatrico: padre Gemelli, il direttore della clinica psichiatrica, anziani professionisti ed autorevoli rappresentanti dell'ambiente medico milanese.
Ebbi dunque successo. La fama che mi son fatta ? non corrispondente affatto a verit ? d'essere stato io a introdurre la psicoanalisi in Italia ha in gran parte questa origine.
Vero  che, dopo essere stato un professorino di liceo, tollerato a mala pena dal regime fascista, e a cui era interdetto pubblicare qualche cosa con la propria firma, divenni allora una personalit del mondo culturale milanese: in complesso quello che sono ancora oggi.
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Fu in ragione di questa fama, acquistata in questo modo, che un giorno il presidente della sezione minorile della Corte d'appello, divenuto in seguito Primo presidente della Corte, mi fece nominare membro aggiunto della sezione minorile della Corte.
Divenni cio magistrato di Conte d'appello: sia pur limitatamente alle cause per i minori; ma con poteri in camera di consiglio ed in udienza, pari a quelli dei magistrati di carriera.
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Rimasi a quel posto per molti anni, ben oltre quelli che sono i limiti di et dei magistrati ordinari.
Esisteva infatti una situazione curiosa. Sono fissati infatti a 70 anni i limiti di et per i magistrati di ruolo: qualunque sia il loro grado. Si presume infatti che oltre i settant'anni si verifichino facilmente forme di decadimento mentale, per cui  necessario evitare che l'amministrazione della giustizia rimanga affidata ad individui indementiti. Oh Dio! L'arteriosclerosi pu colpire le facolt mentali anche prima. Ma sul piano legislativo, quando si debbono fissare dei limiti di et,  giocoforza stabilire dei termini, nella speranza di non aver anticipato o posticipato troppo la fine di una carriera.
Per i magistrati aggiunti, non di carriera, quale ero io, i limiti invece non sono fissati, proprio perch non esiste una vera carriera, ma solo un incarico rinnovato ogni due anni.
A me chiedevano talvolta se intendevo continuare a svolgere quel lavoro. Ed io rispondevo di s. Allora mi chiedevano perch ci tenessi a continuare. Ed io rispondevo con due ordini di considerazioni:
? Sono uno psicologo, uno psicoanalista, inoltre mi sono occupato nel corso della mia attivit scientifica, con lavori e pubblicazioni, di psicologia giudiziaria e della testimonianza. Ritengo inoltre di non essere mentalmente decaduto, date le numerose attivit di ogni genere che ancora svolgo. Sono pertanto persuaso di essere nel nostro paese ? e mi scuso per il tono che pu apparire presuntuoso ? la persona pi adatta ad affiancare come esperto I consiglieri effettivi della Corte d'appello per i minorenni.
Aggiungevo considerazioni mie personali: ? Posseggo molti punti di osservazione per considerare e studiare le trasformazioni che vengono compiendosi con estrema velocit nella nostra societ. Ma l'appartenenza ad una Corte d'appello per minorenni, nelle sue funzioni penali e civili,  uno di questi miei osservatori, con caratteristiche particolari, a cui non vorrei rinunciare. Perci, se non esistono motivi contrari, desidero continuare a svolgere questo lavoro.
Ebbi anche alcuni scontri. Per ben due volte fui denunciato al Consiglio superiore della magistratura, perch avevo espresso pubblicamente critiche al comportamento della magistratura inquirente. Una volta fu anche istruito in modo formale un procedimento disciplinare nei miei confronti. Ma il Consiglio superiore mi ha sempre assolto.
Cos mentre i magistrati ordinari cessano dal servizio a settant'anni, io rimasi in carica fino a ottantaquattro. Quando, alla fine, nel Consiglio superiore qualcuno si accorse della situazione assolutamente anormale, e fui esonerato dall'incarico.
Potei fare qualche cosa di utile esercitando per cos lungo tempo queste funzioni?
Direi di s. Non tanto in campo penale, dove la procedura  casi assurda che si giunge per lo pi alla sentenza senza che i consiglieri (fatta eccezione per il presidente e il consigliere relatore, che hanno modo di esaminare preventivamente i fascicoli del processo) si siano potuti orizzontare in modo adeguato sui fatti.
Ma tanto, per le pi comuni imputazioni (investimento col motorino di qualche vecchietto, furto di automobili, o scippi, ecc.) il dilemma  sempre: assoluzione per incapacit di intendere e volere, oppure perdono giudiziale. In tanti anni ho visto infliggere assai poche condanne.
Pi interessanti invece sono i processi civili.
Dopo l'approvazione del nuovo diritto di famiglia, i minori di anni diciotto non possono sposarsi a meno che (avendo essi superato comunque i 16 anni) non sussistano gravi motivi.
Il grave motivo invocato per lo pi  che la ragazza  incinta. Ora i tribunali dei minorenni della circoscrizione della Corte d'appello di Milano erano particolarmente restrittivi, e non consideravano la gravidanza un grave motivo. In Corte d'appello, anche per la mia insistenza e per considerazioni giuridiche che pi volte avevo illustrato, la maggioranza dei consiglieri si pronunciava per la tesi che la gravidanza della donna fosse un motivo rilevante. Per cui le sentenze dei tribunali venivano riformate, e l'autorizzazione a celebrare il matrimonio veniva concessa.
La cosa aveva assunto anche un aspetto politico. Perch i cattolici, stranamente, erano contrari ad accordare l'autorizzazione (bench il diritto canonico conceda anche alla donna di 14 anni di sposarsi con rito religioso), in quanto sostenevano che la concessione dell'autorizzazione a sposarsi alle ragazze incinte, poteva indurre le ragazze in genere, inferiori ai 18 anni, a farsi mettere incinte, per farsi sposare. Mentre io sostenevo la tesi giuridica che ogni processo va giudicato nei confronti della persona ricorrente, e non in relazione ad eventuali conseguenze su persone e situazioni diverse, in quanto noi eravamo giudici e non legislatori. E dovevamo quindi occuparci della persona che aveva presentato il ricorso e non di altri.
Debbo dire che faceva piacere vedere queste ragazze sui diciassette anni, col loro bel pancino in mostra, che sostenevano le loro ragioni, con una mentalit ed un senno, che una volta le nostre ragazze non avevano assolutamente.
? Certo che non voglio aspettare a sposarmi dopo il parto. Le spese del parto chi me le paga? Me le devo pagare da me, se non sono sposata, mentre se mi sposo, ci pensa la mutua di mio marito.
? S, ? io pensavo, ? va pure col tuo ragazzo: sei matura per avere il tuo uomo. Quanto al bambino, quello viene al mondo in ogni maniera.
Ogni tanto noi consiglieri (o almeno io, che presentavo la complicazione dell'et) eravamo chiamati a dare per iscritto il nostro giudizio, ricavato dalle udienze a cui avevamo preso parte.
E qui io facevo valere quel concetto a cui ho gi accennato prima, riguardante il fatto che per me la Corte d'appello per i minori era un osservatorio: che mi aiutava ? con gli altri di cui dispongo ? a rendermi conto delle trasformazioni sociali che vengono producendosi nel corso degli anni.
Quand'ero un bambino, al principio del secolo, ovviamente non svolgevo funzioni di consigliere d'appello. Ma il mondo della mia infanzia io lo ricordo. E debbo dire (anche se  una cosa ovvia) che l'umanit si evolve nel corso del tempo con una velocit progressiva impressionante.
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Chi si occupa di problemi tecnologici ha questa impressione di una rapidizzazione dei processi di trasformazione, che si presenta come qualche cosa di fin pauroso.
Ma anche a prescindere dal progresso tecnologico (oppure anche, in relazione con questo, che  tuttavia misterioso, e poco identificabile per il profano) la trasformazione dei costumi, dei rapporti fra le persone, dei rapporti fra i sessi, del lasso di tempo concesso ad ogni ragazzo o ragazza, per farsi una posizione, per diventare qualcuno, per non restare emarginato: tutto ci  soggetto ad una rapidizzazione incredibile.
Ecco perch le ragazzette di diciassette anni, che vengono a chiedere la autorizzazione a sposarsi, appaiono pi moderne dei giudici che debbono emettere una decisione.
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Ah, come  difficile stare al passo, e non lasciarsi travolgere dalle generazioni emergenti!
Tutto questo avrei voluto far capire ai membri del Consiglio superiore della magistratura per giustificare il mio desiderio di continuare ad occupare questo osservatorio, che mi ha aiutato a seguire, in questa mia tarda stagione, il divenire del mondo.
Nell'ultima relazione, che inviai al Consiglio superiore della magistratura, circa le modificazioni che recentemente si erano verificate nella materia sottoposta al giudizio della Corte, c'era una osservazione, che vorrei ricordare.
La virulenza che in passato si verificava fra i coniugi separati, nelle questioni riguardanti le richieste sui rapporti con i figli,  andata attenuandosi.
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I coniugi mi sono apparsi in genere molto pi ragionevoli e reciprocamente rispettosi di quanto non fossero in passato. Ho pensato molto a questo, e credo che agisca attualmente il fatto che nel nuovo diritto di famiglia  scomparsa la dizione per colpa, del marito, o della moglie, per le separazioni.
Per il passato nessuno voleva essere in colpa; e ognuno quindi ribaltava la colpa sull'altro.
Effettivamente non  che col nuovo diritto di famiglia le cose siano molto cambiate. Ma la parola colpa  scomparsa. In suo luogo appare la dizione separazione con addebito per l'uno o per l'altra. Sembra una sciocchezza. Ma mentre nessuno dei due coniugi accettava che la separazione avvenisse per propria colpa, se invece di colpa si parla di addebito, e cio di un termine in certo modo economico, che serve a regolare appunto i rapporti economici, il dissidio si smorza e d qualche maggiore possibilit che i due coniugi separati si mettano d'accordo.
Mettersi d'accordo?  una parola.
Comunque ho avuto l'impressione che la litigiosit sia diminuita. Sar questo anche l'effetto di una minore importanza data al tradimento coniugale, che costituiva una volta il massimo affronto (massimo quando il tradimento era consumato dalla moglie, in funzione del maschilismo trionfante, ma grave anche quando ? in una forma costituente scandalo ? l'offesa proveniva dal marito).
Molto mi sembra oggi derivare dal fatto che esiste soltanto un problema di attribuzione di obblighi economici.
Pu anche essere una mia impressione soltanto, ma comunque mi sembra che la litigiosit sia attualmente diminuita.
Certo  che per dividersi legalmente  necessario un certo accordo fra i coniugi: forse un accordo maggiore di quello che occorre per vivere insieme d'accordo.
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De oratore ovverosia. Le monacelle del vescovo di Ivrea.
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All'inizio stentavo a parlare in pubblico. Pure si trattava soltanto di far lezione a pochi studenti, per supplenze assegnatemi al tempo della riforma Gentile. In liceo gli insegnanti di storia e quelli di filosofia dovevano, in seguito alla riforma, insegnare entrambe le materie. Ma gli storici non capivano nulla di filosofia ed i filosofi non conoscevano la storia. Fu duro allora per i professori anziani: i quali spesso si prendevano un periodo di aspettativa, per prepararsi ciascuno nella materia che per loro era qualche cosa di nuovo.
Cos eravamo chiamati come supplenti noi neolaureati, che qualche cosa di filosofia in senso un po' pi moderno avevamo appreso, e che per la storia ci arrangiavamo alla meglio.
Avevamo pochi allievi. Io al primo colpo mi trovai di fronte sette od otto ragazzi. Ricordo ancora le loro fisionomie. Certo non li riconoscerei attualmente cambiati come saranno, dopo tanti anni; ma se mi si presentassero col loro aspetto di una volta li individuerei senz'altro.
Malgrado si trattasse di un uditorio minuscolo, passare dai banchi della scuola alla cattedra costituiva un certo trauma. Fu faticoso, ed io non riuscivo a esprimermi liberamente. Aggiungevo ad ogni pi sospinto espressioni pleonastiche ("Vero?"). Sapevo il significato di questi pseudoartifici verbali, in quanto ero gi all'universit nell'istituto di psicologia, dove ci si occupava anche di queste cose, ma non riuscivo a sbarazzarmi di queste specie di sottolineature, con le quali tendevo a rassicurare me stesso sul discorso che stavo facendo.
Poi mor il mio Maestro all'universit. Mi sostenne il professor De Sanctis dell'universit di Roma, il quale mi fece prendere a tamburo battente la libera docenza in psicologia, e sostenne presso la facolt di Padova che mi doveva essere conferito, perch continuassi l'opera del mio Maestro, l'incarico dell'insegnamento della psicologia e la direzione del relativo laboratorio.
Anche all'universit avevo pochi studenti; perch la psicologia era obbligatoria soltanto per gli scarsi studenti di filosofia. Venivano alle mie lezioni sopra tutto studenti triestini: i quali, per i legami di Trieste con la cultura centroeuropea, dove al contrario che nelle vecchie province italiane, la psicologia aveva un suo posto, si interessavano alla materia.
Comunque gli studenti non raggiungevano la decina. Io mi sentivo molto a disagio, avendo preso il posto del mio Maestro. E senza rendermene ben conto, mi misi a parlare con le espressioni e gli atteggiamenti che erano stati i suoi. Parlavo quindi in un modo affettato e poco naturale. Ed ero consapevole di essere un pessimo oratore.
Nel 1930 mi capit di essere invitato da Francesco Carnelutti, titolare di diritto processuale, impegnato a quel tempo per motivi professionali ai problemi psicologici riguardanti la prova testimoniale, a tenere un corso di conferenze per i suoi studenti di diritto, sulla psicologia della testimonianza.
Il pubblico dei miei ascoltatori aument. Vennero a sentirmi lo stesso Carnelutti ed altri avvocati di grido della regione, e cominciai a prendere coraggio.
Tuttavia sempre lezioni erano; e non discorsi o conferenze.
La prima conferenza che mi avvenne di tenere era destinata ad un convegno di impiegati di una societ di assicurazioni. Dovevo parlare dei fattori psicologici inerenti all'attivit assicurativa.
Non raccontai la barzelletta narrata da Freud, dell'assicuratore ebreo in punto di morte e del prete cattolico che va a trovarlo per convertirlo: barzelletta la cui conclusione  che l'ebreo rimane ebreo, e il prete se ne viene via avendo firmato la propria polizza di assicurazione. Feci la persona seria, anche perch l'argomento mi interessava. Si trattava di dimostrare ? anche seguendo gli studi fatti in proposito dallo psicologo tedesco Karl Marbe ? che l'attivit assicurativa implica s che l'evento contro cui ci si assicura (morte, incendio e grandine erano i tre rami principali) deve presentare una probabilit entro certi limiti prevedibile (altrimenti non si potrebbe fissare il premio), ma non deve raggiungere un grado di probabilit troppo alto. Giacch in tal caso nessuno avrebbe pi interesse a contrarre una assicurazione. Il problema mi interessava. E ce la misi tutta per far comprendere la esigenza di questo margine: di un certo grado di probabilit che tuttavia non si avvicini troppo alla certezza.
I miei ascoltatori per erano poveri cristi, che andavano soltanto alla ricerca di sottoscrittori di polizze, senza troppo preoccuparsi dei problemi, che io cercavo di illustrare loro nel modo pi chiaro possibile.
Fui pagato bene per questa conferenza; ma non potei sentirmi soddisfatto, giacch l'uditorio, pi io mi affannavo nel descrivere la sottigliezza delle mie tesi, pi si annoiava sbadigliando.
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Circa nello stesso tempo mi accadde una cosa che avrebbe potuto essere tremenda.
Bench nel frattempo avessi vinto il concorso universitario, non essendoci cattedre universitarie di psicologia disponibili, il ministero, pur conservandomi l'incarico dell'insegnamento della psicologia nell'universit di Padova, mi assegn il posto di ruolo in una cattedra di filosofia e storia nel liceo della stessa citt.
Un giorno mi chiam il preside e mi disse che si doveva tenere una celebrazione, a classi riunite, dell'anniversario della fondazione della "Milizia volontaria per la sicurezza nazionale": la milizia del regime dunque. L'oratore designato ero io.
Io? E perch io? Ma lei lo sa, signor preside, come la penso. Non posso fare questo discorso.
A me non importa nulla di come lei la pensi. Ma tutti i colleghi hanno quest'anno gi tenuto qualche discorso celebrativo di carattere politico: per la fondazione dei fasci, per la marcia su Roma, per la proclamazione dell'impero, per il discorso del 3 gennaio. Lei solo non ha finora parlato; tocca dunque a lei (A lei, perch nessuno ci sente, giacch altrimenti dovrei dire: a voi).
Me ne andai con la coda fra le gambe.
A quel tempo non avevo famiglia. E frequentavo un'osteria, dove facevano da mangiare soltanto per me e per Concetto Marchesi, l'ineguagliabile Concetto Marchesi, mio Maestro e compagno fraterno.
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Egli la prese in ridere. ? Ti tocca fare la celebrazione della fondazione della milizia di quei manigoldi. Ma vengo a sentirti anch'io, caspita! Mi voglio divertire.
Rimasi angosciato per due giorni; finch mi balen un'idea. Scrissi il discorso.
In esso illustrai il concetto che ogni rivoluzione, alterando la struttura dello Stato, ha bisogno di una forza armata, che assicuri la persistenza del nuovo regime, e lo difenda dalle eventuali residue forze avverse gi sconfitte.
Su questa base feci la esaltazione della forza armata della rivoluzione. Non nominai mai n il fascismo, n il duce, n la milizia fascista. Ne risult un discorso che avrei potuto tenere nella piazza dell'Insurrezione, davanti al Palazzo d'inverno a Leningrado, esaltando la Guardia rossa dei bolscevichi al potere. Anzi parlai con una irruenza ed un impeto che impression l'uditorio, dando sfogo in tal modo a tutta la rabbia che avevo in corpo.
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S. Mi pareva proprio di parlare sulla piazza a Leningrado.
Quando raccontai come erano andate le cose a Marchesi, egli ne fu esilarato. E forse ricorse al mio stesso stratagemma sei o sette anni pi tardi, quando dovette fare all'universit di Padova, in quanto rettore, il discorso di inaugurazione dell'anno accademico 1943-44. Discorso magnifico, di valore storico: ma che tuttavia era interpretabile sia come fatto a sostegno del regime repubblichino, sia come preannuncio a quell'invito alla ribellione e all'insurrezione, che egli stesso lanci pochi giorni dopo agli studenti dell'ateneo patavino, abbandonando la propria carica, non pi difendibile di fronte alla tracotanza nazista.
Dopo il mio discorso sulla guardia armata della rivoluzione, erano venute la persecuzione razziale e la guerra. Ed io avevo dovuto defilarmi, senza fare ovviamente pi discorsi, finendo sfollato con la famiglia a Ivrea, dove ero stato assunto come psicologo dalla ditta Olivetti, e poi per prudenza licenziato dopo l'8 settembre. 
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Ai primi del '45, visto che l'esito della guerra era ormai deciso e che si trattava soltanto di pochi mesi, la ditta Olivetti mi riassunse, facendomi per diventare direttore del Scuola formazione meccanici.
Fu un'esperienza assai utile e piacevole. Sia perch ebbi cos come allievi giovani apprendisti, e stabilii un contatto per me prezioso con la mentalit del mondo operaio (veduto fino allora solo dall'esterno). Ma anche perch il lavoro dell'operaio meccanico (qual era 40 anni fa), per me che mi ero occupato di storia dell'antica geometria greca, mi metteva a contatto su basi pratiche (di un lavoro di lima e macchine utensili) con i principi stessi della geometria elementare: cos da ritrovare nella pratica teoremi e problemi, che fin da Euclide erano stati studiati ed applicati dai fondatori del pensiero geometrico.
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Occasioni per fare pubblici discorsi ovviamente non ce n'erano per il momento. Non ci furono fino al 25 aprile quando, con la liberazione, divenuto presidente del Cln di fabbrica, fui costretto a salire ogni tanto sul podio, nella sala maggiore della fabbrica, per arringare la massa degli operai che mi veniva a sentire.
Divenni oratore in questo modo. Anche se, a dire il vero, con qualche incertezza ed emozione, quando dovevo parlare. Ma finii coll'allenarmi.
Ci che pi mi disturbava era il fatto che ? come quando avevo preso il posto del mio professore all'universit di Padova, mi ero messo ad imitare, senza volere, il modo di parlare del mio Maestro? di fronte ora ad una massa di operai assunsi il tono che da bambino avevo ascoltato in mio padre. Egli era stato organizzatore del movimento operaio a Venezia, membro della direzione del Partito socialista, e deputato al Parlamento.
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Il tono di mio padre era poi il tono dei comizianti di allora: i quali arringavano la folla senza altoparlanti e senza tribuna, ma in piedi su un tavolo, faccia a faccia con la folla.
Non solo avevo sentito mio padre parlare a quel modo, ma anche altri oratori dello stesso partito, che venivano a Venezia a tenere comizi per qualche occasione: ricordo Serrati, la Balabanoff e se non vado errato, anche Mussolini, il quale con mio padre apparteneva alla sinistra del Partito socialista.
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Appresi dopo che lo stile oratorio nel frattempo era cambiato. Non pi un agitar di braccia, ed un elevare a tratti il tono della voce. Ma discorsi pacati, con la mano destra tenuta a coltello, come per tagliare a fette l'argomento del discorso: insomma il tono di Togliatti.
Ma per molti anni non mi liberai dai miei vecchi modelli. E la cosa non era priva di risonanze emotive. Giacch mentre il parlare in ambiente chiuso, come una sala od un teatro, per una conferenza, non mi dava preoccupazione alcuna, se mi toccava ? come in seguito mi tocc spesso ? parlare all'aperto, ero preso da una certa angoscia.
Sottoposi ad analisi questa mia angoscia, e riuscii ad individuarne la causa. Il comizio all'aperto aveva troppa rassomiglianza con quelli di mio padre a cui avevo assistito bambino. Era quindi come se mi fossi messo a far concorrenza a mio padre (che era gi morto da tempo); come se avessi voluto imitarlo ed essere al posto suo: cos come lo avevo vissuto bambino: dominatore di folle.
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Riuscii dopo questo frammento di autoanalisi ad eliminare le reazioni emotive; ed ora parlo con disinvoltura: forse con un tono un po' da attore. Perch ho imparato a prendere un certo distacco fra me stesso e le mie parole. Ed ho anche cercato di curare di pi le parole stesse e il tono che occorre dar loro.
Per non risultare noioso. Il pericolo maggiore per chi parla  infatti che la noia si impadronisca di chi ascolta, venendo cos meno quel tanto di tensione che va suscitata e mantenuta fino alla conclusione.
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No, non sono divenuto un grande oratore. Ma me la cavo, e non ho pi angosce, qualunque sia il luogo e l'entit del pubblico.
Appresi altre finezze del discorso.
Ma convien leggere, o improvvisare?
Ah! Questo  il problema dei problemi.
Occorre anche leggere; ma leggere come se si improvvisasse cos che chi ascolta possa restare nel dubbio che l'oratore veramente improvvisi. Oppure occorre improvvisare, ma come se si leggesse, cos che chi ascolta abbia l'impressione che tutto il discorso  presente dalla prima all'ultima parola all'oratore, senza tuttavia che venga mai meno la spontaneit. Il discorso veramente detto a memoria  uno strazio. La finezza maggiore  quella di saper alternare brani improvvisati e brani letti, senza tuttavia che si senta lo stacco. Sopra tutto bisogna che l'oratore si diverta come un giocoliere.
S,  come il gioco che al circo fanno i trapezisti. Abbandonano il trapezio principale per afferrarsi ad un altro sussidiario, pronti tuttavia a riprendere l'ordigno originario quando viene a tiro. Cos la lettura, abbandonata per tutto il tempo necessario per inserire il brano improvvisato, ma che  ripresa al momento giusto.
Giocoliere delle parole dunque. S, in certo modo. Purch tutto abbia un senso compiuto e appaia agli ascoltatori qualche cosa di naturale. "Leggeva o improvvisava? Mah!" L'una cosa e l'altra insieme.
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Ora che sono anziano, mi diletto di queste cose, quando si presenta l'occasione per farle. Ma nel '45, appena finita la guerra e rientrati in regime di libert di parola, non ero tanto sicuro. Eppure proprio in quel tempo dovetti tenere lezioni di oratoria.
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La organizzazione dei vari partiti risorti al momento del crollo del nazifascismo, si svolgeva, per lo meno in un piccolo centro industriale, quale era Ivrea, in modo molto confuso. E questo per la mancanza di esperienza politica da parte della gente. I vecchi erano ancora legati ai ricordi dei partiti tradizionali. I giovani andavano a fiuto.
Qualcuno riteneva che fosse proprio obbligatorio iscriversi ad un partito, cos come fino allora era stata obbligatoria la tessera del fascio per ottenere qualche posto. Sopra tutto sembrava fosse obbligatorio iscriversi ad uno dei cinque partiti che avevano formato il Comitato di liberazione nazionale.
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In periodo clandestino avevo appartenuto al Mup (Movimento di unit proletaria) con Lelio Basso. Il Mup aspirava ad una unione di socialisti e comunisti, ad una ricostruzione cio del vecchio Partito unico della classe operaia. Ma i comunisti, legati a comunicazioni mai totalmente sospese con l'Unione sovietica, erano gelosi della loro struttura organizzativa, che si era rafforzata durante la guerra partigiana con le Brigate garibaldine, conservavano l'antica diffidenza verso i socialisti; come pure verso il Partito d'azione, costituito da tanti ufficiali (gli elementi della borghesia intellettuale avanzata) senza un esercito di soldati. A parte stavano i liberali che si collegavano con la antica sinistra liberale di Benedetto Croce e di Einaudi, privi anch'essi di un consenso consistente nel mondo del lavoro. Il partito democristiano raccoglieva la eredit del Partito popolare di don Sturzo, ed attraverso la organizzazione della Chiesa cattolica faceva presa sulle masse popolari, tanto da divenire ben presto ? anche per lo spauracchio rappresentato per tanta gente benpensante dal Partito comunista ? il maggiore partito italiano.
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Io, col Mup, ero confluito nel '43 nel Partito socialista. Rappresentavo a Ivrea il partito nel Comitato di liberazione di fabbrica degli stabilimenti Olivetti, e come ho detto, fui eletto presidente del Comitato stesso.
Ero anche segretario della Federazione socialista del canavese: regione facente capo ad Ivrea, gi appartenente alla provincia di Aosta sotto il fascismo, e in quei giorni contesa fra Aosta e Torino, finch fu annessa alla provincia di Torino.
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Ma per il momento ero un federale; e dovevo organizzare la Federazione e preparare gli elettori per il referendum istituzionale e per le prime elezioni della Costituente.
Occorreva perci fare propaganda. E si cominci con quel tipo di propaganda che esisteva prima del fascismo: i comizi!
Gi; ma per organizzare comizi occorrevano oratori. Se nella zona allora fossero abbondati i meridionali, non ci sarebbero stati problemi, giacch ogni italiano meridionale nasce oratore: un individuo cio che sa parlare con linguaggio fiorito, esprimendo il proprio pensiero senza lasciarsi impressionare dalla forma che la frase assume e dalle regole della grammatica e della sintassi.
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Ma ad Ivrea avevamo solo piemontesi, veneti e lombardi. Tutti individui che si inceppano quando debbono parlare di fronte ad altri, e non limitarsi a tirar moccoli. I quali moccoli diventano poi proprio loro un impaccio oratorio. Perch quando il discorso cade, e il pensiero vacilla, l'individuo si illude di rifarsi inserendo un moccolo nel suo dire. Trovandosi per subito dopo a mani vuote per progredire. Cosicch si ingarbuglia e perde la strada per andare avanti.
Come si poteva organizzare una scuola di oratoria?
Cominciai a prendere qualche operaio che sembrava pi sveglio, e al sabato pomeriggio andavo con lui, e con qualche altro compagno, che funzionava da pubblico, per le osterie della zona, dove c'era qualche avventore seduto ai tavoli.
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Raccomandavo al mio allievo: Di' tutto quello che ti viene in mente di dire, senza preoccuparti: parla della vita che abbiamo trascorsa negli anni passati, dei problemi della fabbrica, e anche dei tuoi problemi personali. Parla come se dovessi chiacchierare fra amici. Quando hai detto qualche cosa non tornare pi a dirla, anche se hai l'impressione di non averla detta bene. Vai quindi sempre avanti finch hai in testa qualche cosa: cinque minuti, ma anche tre, due, o mezzo minuto. Quando ti pare che non ti venga pi in mente niente che tu non abbia gi detto, fermati un attimo, e di' a gran voce: "Ed ora... lascio la parola... al compagno Musatti". Attacco io, e tutto fila liscio.
Abbiamo battuto per alcune settimane tutte le osterie della zona. Gli ascoltatori erano pochi. Ma io avevo formato nuovi oratori; ed il sistema funzion alla meno peggio.
Devo per riferirmi anche ad un'altra impresa oratoria, pi impegnativa, ed assai pi divertente per me.
Il vescovo di Ivrea del tempo (e cio del 1945) era una persona assai aperta e intelligente. Da lui dipendevano in certo modo numerose scuole elementari della diocesi, gestite dalle autorit ecclesiastiche. Le insegnanti erano tutte suore, non so di quale ordine, ma comunque anche esse ovviamente dipendenti dal vescovo.
Queste suore avevano fino allora fatto funzionare le scuole seguendo i programmi governativi dell'epoca, compreso quel tanto di educazione fascista, che era imposto dal regime.
Dopo gli avvenimenti politici dell'aprile monsignor vescovo era ovviamente preoccupato. Le suorine erano abituate ad insegnare secondo le vecchie direttive. Ma ora non c'era pi un unico partito, ma una pentarchia: tutti i partiti del Cln.
Il vescovo allora ebbe un'idea insieme democratica e geniale, condita da un pizzico di umorismo che non potei astenermi dall'apprezzare. Chiese al Cln della fabbrica Olivetti (che in pratica comprendeva tutta la popolazione del canavese) di designare cinque oratori (uno per partito) i quali spiegassero alle suore la dottrina di ciascuna formazione politica, per metterle in condizioni di adeguare il loro insegnamento a questo nuovo pluralismo politico, subentrato alla precedente concezione monopartitica.
Appena ebbi notizia della iniziativa del vescovo, ne rimasi assolutamente entusiasta; e desiderai vivamente essere compreso io pure fra coloro che dovevano iniziare le suore alla concezione della pluralit dei partiti politici.
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Se non che gli eventi erano precipitati. Gi rappresentanti del Partito liberale, del Partito d'azione e del Partito democristiano avevano tenuto i loro discorsi.
Mi precipitai alla sede socialista; e seppi che pure un rappresentante socialista aveva parlato. Riuscii a pescarlo e gli chiesi in quale modo avesse illustrato la dottrina del Partito socialista alle suore. Quello per era un povero diavolo del tutto sprovveduto. Mi disse che aveva spiegato come il socialismo era una grande idea, che aspirava al miglioramento delle condizioni della povera gente, per vie legali e pacifiche, in modo che tutti gli uomini si amassero fra loro.
Gli dissi in fretta: S, s. Per la dottrina teorica del socialismo gliel'hai spiegata? Gli hai detto qualche cosa del marxismo?
Eh no, mi rispose lui. Queste sono cose troppo difficili, che neanch'io, a dir la verit, conosco.
Certo aveva ragione lui. Ma io non mi arrendevo. E corsi alla sede del Partito comunista. Voi avete mandato il vostro rappresentante alle conferenze indette dal vescovo per le suore?
Ma veramente, sono stato incaricato io. Ma mi vergogno. Come faccio a parlare di politica di fronte a monsignor vescovo!
Ascolta, risposi io, se tu non te la senti, ci vado io in rappresentanza del Partito comunista. Sempre che voi siate d'accordo.
Ma tu sei del Psi! Certo, ma le basi teoriche sono le stesse. Se si tratta di fare una lezione di marxismo per conto del Pci, io sono a vostra disposizione. Le opere teoriche della nostra comune ideologia le conosco, e posso sviluppare gli elementi fondamentali della nostra dottrina.
A colui che era stato designato, e che era dominato dal timore reverenziale per il vescovo, non parve vero. Mi consider un'ancora di salvezza.
Gli altri dirigenti comunisti, tutti compagni che mi conoscevano, non sollevarono obiezioni.
Cos, dal vescovo, in rappresentanza del Pci ci andai io: che avevo in tasca la tessera del Psi, n. 1, firmata da me stesso, come segretario della Federazione socialista del canavese.
Il vescovo era, come dissi, una persona molto intelligente, simpatica ed aperta.
Gli dissi che ero venuto a parlare per conto del Partito comunista, allo scopo di venire incontro alla sua iniziativa, che mi sembrava molto saggia ed utile per le sorelle che dovevano svolgere la loro attivit educativa nel nuovo clima determinato dalla liberazione del paese dalla dittatura fascista. Avrei dunque spiegato loro i punti principali della dottrina comunista.
Dopo alcuni convenevoli, il presule mi disse: - Se crede, professore, possiamo incominciare ? Davanti a noi in piedi, nella loro divisa, stavano una quarantina di monacelle.
Il vescovo mi aveva detto che potevamo incominciare. Ed io alzai alto per aria il braccio destro, con gesto tribunizio, per dar corso alla mia orazione.
Se non che, con la coda dell'occhio, vidi che il vescovo aveva congiunto le mani in preghiera, mormorando alcune parole. Erano frasi propiziatorie perch il Signore fosse fra noi, mentre si compiva questo atto della esposizione di una particolare dottrina politica.
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Il mio braccio destro sollevato quanto pi in alto era possibile mi imbarazzava. Cercai di ammainarlo, con il massimo di disinvoltura compatibile con la situazione. Ripiegai prima il braccio sulla spalla e lo abbassai poi completamente ritornando in posizione di compunto riposo.
Frattanto il vescovo termin le sue preghiere; si fece il segno della croce e poi benignamente mi sorrise per darmi via libera.
Con minor slancio di prima rialzai il mio braccio destro, e diedi inizio alla mia concione.
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Come mi ero proposto, parlai per prima cosa del materialismo storico, dicendo che si tratta di una dottrina che spiega i vari avvenimenti della storia, sulla base delle trasformazioni, che nel corso dei tempi, subiscono le forme della produzione dei beni necessari agli uomini.
Spiegai poi come il lavoro umano trasformi il valore delle materie prime, e che questo aumento di valore sia l'equivalente della fatica spesa dal lavoratore nel corso della sua attivit. Privare il lavoratore di questo valore da lui stesso prodotto, da parte degli imprenditori o dei possessori di capitali, pur necessari per far funzionare le imprese, era cosa ingiusta. E perci si doveva cercare di modificare i rapporti fra impresa, capitale e mano d'opera. Ed alla fine toccai, sia pur con mano leggera, il tema della inevitabile lotta fra le varie classi sociali, da cui dipendono tutte le altre lotte nel mondo. Insomma fui cauto, ma abbastanza preciso.
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Alla sera raccontai agli amici la mia avventura. Anzi tutto il fatto straordinario di aver tenuto ad un gruppo di suore, in una sala del vescovado, un comizio comunista. E poi come mi immaginavo che le mie parole, sia pur espresse con cautela e in modo alquanto sommario, fossero state recepite dal mio uditorio di monacelle.
Uno esclam: Ma avranno capito qualche cosa?
Io replicai: Spero di s; mi sono sforzato di essere semplice e chiaro. Un terzo concluse: Chiss come l'avranno presa. Certo  per che questa sera, prima di coricarsi, le tue monacelle, alle loro preghiere abituali, ne hanno aggiunta una speciale dedicata proprio a te.
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Subito, perch non avvenga domani.
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Mi chiam al telefono, ma non seppe dire e ripetere che due sole parole: Ho paura, ho paura. Cercai di calmarla, ma non ottenni ulteriori spiegazioni.
Mi aveva avvertito due giorni prima che sua madre, da tempo gravemente ammalata, e da lei affettuosamente assistita per molte settimane, era mancata. Che cosa era avvenuto adesso a determinare in lei questa nuova paura? Poich non mi volle dare altre spiegazioni, dovetti ricostruire il suo stato d'animo con quanto gi sapevo di lei e che essa mi aveva esposto nelle sedute di analisi.
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Pi volte aveva detto che era affettivamente legata in modo intenso a tre persone: a sua madre, gi condannata dal male e che ora era spirata, al marito molto amato e che essa diceva di salute cagionevole, e all'analista assai anziano. Ed aveva espresso la assillante preoccupazione di perdere tutte e tre queste persone a lei care.
La paura comunicata attualmente per telefono con tono angosciato doveva legarsi a questa preoccupazione.
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Ho perduto mia madre, cio l'unica persona rimastami della mia famiglia originaria. Se perdo gli altri due  il deserto.
La signora aveva ricevuto da ragazza una educazione religiosa; ma poi si era staccata dalla fede.
La immagine consolatrice delle anime dei propri cari, che dall'alto dei Cieli continuano a svolgere la loro azione protettiva, non le serviva dunque. Con la perdita delle persone care, di loro non rimane pi nulla.
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Avrebbe potuto crearsi altri affetti. Ma i legami attuali, compreso quello che la situazione dell'analisi aveva determinato, costituivano in certo modo anche un impedimento ad una estensione della sfera affettiva. Aveva pi volte accennato che avrebbe desiderato un figlio, ed era cosa teoricamente possibile; incontrava tuttavia varie difficolt.
Tutto questo mi fece pensare. Mi era capitato proprio allora di poter leggere una vecchia lettera, scritta nel 1936 da Concetto Marchesi. In quegli anni io avevo lavorato con mia moglie di allora, Silvia De Marchi, nell'Istituto di psicologia dell'universit di Padova: dove Marchesi quasi quotidianamente veniva a trovarci nel tardo pomeriggio: per passare con noi e qualche altro saltuario visitatore, un'oretta prima di cena.
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In quella vecchia lettera, indirizzata, dopo la morte di mia moglie, ad una mia cognata, Marchesi rievocava la figura di Silvia De Marchi. E usava parole di grande affetto. "Essa  stata per me una benedizione." Diceva cos perch Silvia aveva il dono di stabilire con le persone una comprensione diretta, ed emanava un fascino spirituale particolarmente intenso. Su Marchesi, sempre un po' ombroso e pronto a preoccuparsi, nella cupa atmosfera del fascismo trionfante in cui allora vivevamo, un tale fascino aveva un effetto benefico.
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S, Marchesi rievocava in questa lettera le ore passate nel "diroccato Capitaniato": la sede appunto del nostro Istituto di psicologia.
La lettera di Marchesi, cos calda ed affettuosa verso la mia compagna perduta, riattiv in me un pensiero. Ho avuto nella mia vita frequenti sciagure familiari, e conservo il vivo ricordo di molte persone amate e perdute. Cos che sono circondato, non assillato no, ma confortato, da numerose immagini di momenti di tenero affetto.
Ora, turbato da quella telefonata della mia paziente che aveva paura. Paura di essere abbandonata da coloro su cui aveva riversato il proprio affetto ? si fece in me acuto il pensiero della precariet delle situazioni della nostra esistenza.
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Ma come? Non rimane nulla dei nostri affetti? Cose tanto importanti per noi, e di rilievo: per cui per noi il mondo intero potrebbe sprofondare nel nulla, ed essere nulla, rispetto ad esse: cose personali, intime, minute, ma tuttavia con i caratteri della indelebilit, cosicch sembra impossibile che possano scomparire.
E allora pensai - o meglio ripensai perch l'ho saputo da sempre - che quelle cose nostre non scompaiono affatto.
Al di l e indipendentemente dalle posizioni religiose (le quali in definitiva nascono anch'esse per risolvere questo problema: del sottrarsi alla precariet, alla fuggevolezza, all'annullarsi della vita, e di ci che nella vita  pi prezioso: l'insieme cio dei nostri sentimenti, gli amori, gli affetti, le tenerezze, le lacrime, e gli sguardi d'intesa e comprensione); al di l dunque delle posizioni religiose, che sembrano costituire una garanzia di stabilit negli avvenimenti di questo mondo, per cui nel giorno del Giudizio tutto si rif attuale, ed  promessa la resurrezione. Al di l di tutto questo vi  un'altra vera stabilit delle cose. Nulla va perduto.
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Basta concepire in un modo differente, da come siamo abituati, lo scorrere del tempo: lo scorrere del tempo non come qualche cosa che scappa via, ma invece come una dimensione della realt, analoga in tutto alle dimensioni spaziali.
Allora posso sempre dire: ci che  accaduto una volta non si cancella. In un angolino minuscolo di questo divenire del mondo, che  la realt in cui trascorriamo la vita, c' stabilmente una cosa che appartiene a me solo: o che appartiene a noi due, o anche a pi persone. Qualche cosa che  accaduto e che per me ha un valore incancellabile, e a modo suo eterno.
Avrei voluto dir questo alla paziente disperata e in preda alla paura.
Certamente le persone muoiono, scompaiono, e i loro sentimenti sembrano andarsene con loro. Ma se ci sono stati, ci sono stati in assoluto; e rimangono indistruttibili.
Avrei voluto dirle questo, ma  accaduto quello che succede abbastanza spesso nel corso delle analisi.
Gli stessi pensieri, o pensieri molto analoghi a quelli fatti da me, li ha formulati per conto proprio ? quasi ci fosse stata fra noi una trasmissione, diciamo cos, telepatica ? anche la paziente.
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La quale, dopo qualche giorno, venuta a trovarmi, mi port la copia di una lettera di Gramsci: la lettera del 15 giugno 1931 alla madre: nella quale, dopo aver rievocato molti teneri ricordi di infanzia riguardanti la madre stessa ("Tu non puoi immaginare quante cose io ricordo, in cui tu appari sempre come una forza benefica e piena di tenerezza per noi"), continua: "Se ci pensi bene, tutte queste questioni dell'anima e dell'immortalit dell'anima e del paradiso e dell'inferno non sono poi in fondo che un modo di vedere questo semplice fatto: che ogni nostra azione si trasmette negli altri secondo il suo valore, di bene e di male, passa di padre in figlio, da una generazione all'altra in un movimento perpetuo".
Perpetuit dunque. Gramsci ? per vie diverse ed esprimendosi nei termini di quella che era la sua impostazione filosofica, differente dalla mia pi cosmologica e di una pluridimensionalit geometrica ? arriva egli pure alla conclusione a cui sopra ero giunto, quando cercavo in tal modo di recar pace alla mia paziente: Non si angosci dunque. Nella sua vita c' tutto quello che lei ha passato con sua mamma, e nessuno glielo pu portar via. E neppure le altre persone a cui lei  affezionata, e che teme le possano venir tolte. Anche se la vita ha una sua precariet, e gli anziani, o gli ammalati, sono destinati prima o poi ad andarsene.
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Ma ora ? dopo che lei si  un po' pacificata dobbiamo riprendere l'analisi. La cosa principale per la quale lei era venuta da me, da vari mesi  risolta. Rimangono tuttavia altri problemi. E poi... dobbiamo pure analizzare questa parte importante che ho assunto io nella sua vita: che  un prodotto dell'analisi, e che deve venir risolta, ridimensionando i nostri rapporti; in modo che lei sia veramente liberata completamente dagli elementi nevrotici e dalla stessa analisi.
No, no. Ho deciso di non venire pi. Sono troppo legata a lei; e lei  anziano. Non sopporterei che mi venisse a mancare, come  accaduto con mia madre.
Oh Dio! Garanzie non gliene posso ovviamente dare. E di fatti non prendo pi nuovi pazienti, proprio perch non capiti loro di restare per cos dire orfani a met della terapia. Ma con lei  diverso; l'analisi l'abbiamo fatta. Si tratta di concludere. E poi mi sembra, s, che il suo modo di ragionare sia un po' contorto. Ha paura che io possa ad un certo momento scomparire, e dato che mi  molto affezionata, non vuole affrontare la eventualit (probabile certamente, dato che lei  tanto pi giovane di me) di un distacco dovuto alla mia morte. Perci lei anticipa ad oggi il distacco stesso: con dolore, mi immagino. Dopo aver perduta la mamma, ora per paura di perdere anche me un giorno, mi vuole lasciare lei stessa subito.
S,  cos, io sono troppo affezionata a lei e non posso sopportare, capisce,... quell'idea l.
Ma, cara, in questo modo lei mi elimina (in certo modo mi ammazza) subito, mi toglie cio dalla sua scena fin da adesso.
S, s.  cos. Per non soffrire poi.
Non posso costringerla a continuare l'analisi, se lei non vuole. Ma anche interrompere perch la situazione di transfert si  fatta acuta, senza aver analizzato a fondo questa situazione  un grosso errore. Lei si porterebbe dietro quel pezzetto di malattia che non  stato ancora risolto.
 Ma cosa vorrebbe? Che io prima mi disaffezionassi da lei?
Non dico questo. Ma attualmente il suo atteggiamento ? con questa paradossale complicazione, per cui lei non vuole pi vedermi per il timore della sofferenza che prover quando me ne andr deve essere analizzato e risolto. Lei rischia altrimenti di perdere ogni beneficio dell'analisi.
Ma dovrei cessare di volerle bene?
No; pu continuare a volermene. Ma non in questa forma paradossale. Lei mi ha portato oggi un bel mazzo di fiori...
 primavera.
S, ma entrando nello studio, la prima cosa che mi ha detto, parlando della mamma,  stato il racconto dei bei fiori che lei le ha recato. Dunque anche a me lei sta facendo un funerale.
S. Voglio perderla adesso, per non perderla in seguito.
Ad un analista pu capitare di tutto. Pu dunque capitare anche questo. Ma non per me sa, che sia pure con dispiacere sono disposto ad accettare la sua decisione, credo proprio che ? per la sua salute e per il suo futuro - lei faccia male a insistere in questo proposito: proposito che assomiglia molto al caso di colui che si uccide perch ha paura di morire.
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Debbo ora confessare che in gran parte sono io stesso tecnicamente responsabile di questa vicenda. Non soltanto avrei dovuto analizzare di pi il transfert positivo della paziente, per contenere il suo attaccamento alla mia persona, ma avrei dovuto individuarne anche gli elementi negativi inevitabilmente connessi con quelli positivi: e cio una sua latente aggressivit: quella che spiega come ora essa mi respinga e mi abbandoni, sia pure attraverso il suo tortuoso ragionamento.
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Molti piccoli segni di questo transfert negativo c'erano, ed io, evidentemente lusingato da quelli positivi, li ho sottovalutati.
Non so come si comporter effettivamente questa giovane signora. Ma essa  piuttosto ferma nei suoi propositi ed  probabile che non si smuova dalle decisioni prese.
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Comunque non ne dir pi nulla al lettore. Se ho parlato di questa storia, l'ho fatto non per ci che si riferisce alla paziente, ma per quanto riguarda me stesso: che mi vedo costretto, dall'amore della paziente, a scomparire subito, per non essere destinato a scomparire in un indeterminato momento futuro.
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FINE.